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La minaccia strategica a Barack Obama

19 gennaio 2009 (MoviSol) – Traduciamo parte dell’estratto di un pamphlet allegato nel mese di dicembre 1994 al nostro settimanale americano New Federalist. La situazione degli Stati Uniti era, in quei giorni, molto tesa, a causa delle minacce mortali rivolte al Presidente Bill Clinton, e il nostro movimento decise di preparare un dossier storico sui precedenti tentativi britannici di assassinio, purtroppo andati a segno. Stiamo parlando delle morti dei presidenti Lincoln, McKinley, Kennedy e Garfield. Il dossier fu preparato dal redattore dell’EIR Anton Chaitkin, responsabile della ricerca storica. Dal novembre scorso l’EIR sta aggiornando tale dossier, con l’intenzione di pubblicarlo con i dovuti ampliamenti: il motivo è dato, ancora una volta, dalla minaccia strategica che i Britannici stanno rappresentando, nei confronti del presidente eletto Barack Obama. Parte 1: Abraham Lincoln Il 29 ottobre 1994 Francisco Duran sparò in direzione della Casa Bianca, sette settimane dopo che Frank Eugene Corder aveva fatto precipitare il suo aereo sulla residenza presidenziale. Sollecitato a commentare questi atti violenti, Lyndon LaRouche dichiarò: “Penso vi sia, nei confronti del Presidente, un’attività potenzialmente minacciosa di altissimo livello. Penso che questo Presidente sia più in pericolo del Presidente Ford, allorché il gruppo di Manson cercò di attentare alla sua vita; e probabilmente [questa] è in assoluto la più grave minaccia rivolta ad un presidente, sin dai tempi di John Kennedy…” “La situazione è grave. La natura della situazione è essenzialmente il conflitto tra il Presidente e Londra, conflitto piuttosto ovvio. La fazione londinese particolarmente ostile al Presidente, quella qui rappresentata dall’American Spectator e da altri simili canali della Hollinger Corporation, è pronta ad uccidere. Sono assassini di alto livello. La faccenda è grave.” Già altre volte, in passato, i Britannici uccisero dei presidenti americani. Per aiutare il lettore nella comprensione della presente minaccia, offriamo in questo dossier una descrizione sommaria di come fecero e di chi si servirono. Per assassino “britannico” non intendiamo il popolo inglese, ma l’oligarchia che domina la Gran Bretagna: il “partito veneziano” dei banchieri e degli aristocratici feudali capeggiato dalla Corona, e dei prìncipi europei legati ai reali inglesi da opportuni matrimoni. I presidenti americani assassinati furono quelli impegnati nel promuovere gli interessi americani, in aperto conflitto con le mire geopolitiche britanniche. In ogni caso considerato, l’assassinio stesso e il passaggio del potere al vicepresidente di turno costituirono l’intralcio o l’inversione della politica diretta dal presidente assassinato. Questa è la verità sugli assassinii di Abraham Lincoln, di James A. Garfield, di William McKinley e di John F. Kennedy. È vero anche per i presidenti ottocenteschi che morirono improvvisamente e la cui morte fu passata per naturale, William Henry Harrison e Zachary Taylor. Gli assassinii di Lincoln e McKinley ebbero una correlazione, in quanto entrambi i presidenti stavano lavorando intorno ad alcune questioni di carattere strategico. Cominceremo a parlare di questi due casi, per passare in secondo luogo a discutere degli altri, morti violentemente o in condizioni tali da destare legittimi sospetti, e delle minacce rivolte a Ford, a Reagan e – attualmente – a Clinton. La prospettiva dell’Ottocento John Wilkes Booth colpì a morte il Presidente Abraham Lincoln il 14 aprile 1865, cinque giorni dopo la resa dell’esercito confederato del gen. Robert E. Lee, nella guerra di secessione americana. Nella biografia lincolniana scritta da due suoi segretari privati, John G. Nicolay e John Hay, si portò all’attenzione del lettore sulla figura di Booth, sul servizio segreto confederato stanziato nel Canada britannico e sulle modalità di finanziamento del complotto mortale: “Una delle cospirazioni, apparentemente non molto più importante delle tante altre infine abortite, maturò… Una piccola banda di malvagi secessionisti, comprendente John Wilkes Booth, … Lewis Powell … un soldato ribelle smobilitato … George Atzerodt, .. spia e forzatore del blocco sul Potomac, Daviv E. Herold, … Samuel Arnold e Michael O’Laughlin, secessionisti del Maryland e soldati confederati, e John H. Surratt [spia e messaggero confederato] …” “Booth … passò in Canada, e fraternizzò con gli emissari ribelli ivi raccolti; infine, su loro istigazione o meno (non si può certamente dire) – concepì un piano per catturare il Presidente… Appariva sempre ben rifornito di denaro, e parlava sempre tranquillamente delle sue speculazioni sul petrolio come fonte del suo reddito; ma il suo agente testimoniò, successivamente, che non aveva guadagnato un dollaro per quella strada; che i suoi investimenti, che erano considerevoli, erano stati un perdita totale”. Il Servizio Segreto Confederato era diretto dalla Virginia dal Segretario di Stato confederato Judah P. Banjamin (nato suddito inglese nelle Indie Occidentali) e da Londra da James Bulloch, zio del futuro presidente Teddy Roosevelt. Essi coordinarono le forniture di fucili e navi provenienti dalla Gran Bretagna a favore dei ribelli e i trasferimenti di oro attraverso l’allora colonia britannica del Canada. Alcuni mesi prima di sparare a Lincoln, Booth aveva depositato alcuni fondi nella banca di Montreal usata dagli agenti di Banjamin. John Surratt, che nel 1870 confessò di aver complottato con Booth per rapire Lincoln, ammise di aver usare la stessa banca per i fondi del servizio segreto. Surratt parlò anche dei giorni precedenti l’assassinio e del suo viaggio a Montreal con denaro e messaggi da parte di Judah Banjamin. Al Teatro Ford, ove John Wilkes Booth uccise Lincoln, il National Park Service Americano espone un foglio di decodifica trovato dalla polizia nel baule di Booth, perfettamente corrispondente alla tecnica di codifica adottata nei dispositivi dell’ufficio di Richmond diretti da Judah Benjamin. Immediatamente dopo l’assassinio, Benjamin fuggì in Inghilterra e divenne un ricco avvocato della Regina. Booth, invece, fu colpito dalle forze armate e i suoi quattro cospiratori furono impiccati per tradimento. James G. Blaine, un congressista alleato a Lincoln e futuro Segretario di Stato, scrisse che Judah Benjamin aveva cercato di creare “una confederazione il cui … unico obiettivo avrebbe dovuto essere il rilancio e l’estensione del potere commerciale inglese in questo continente… Benjamin fuggì rapidamente sotto la protezione della bandiera cui era stato fedele dalla nascita… La maniera i cui fu lodato, fino a raggiungere la notorietà a Londra, lo sforzo compiuto con costanza per dipingerlo come un leone e più grande di quanto fosse, furono la grande dimostrazione dell’odio nei confronti del nostro Governo, e furono l’espressione significativa del rammarico per il fallimento [dell’impresa] del traditore Benjamin. Chi fu da lui servito, sia nella Confederazione sia in Inghilterra, nello sforzo di distruggere l’Unione americana … hanno elogi per lui, in rapporto al suo lavoro”. Perché Lincoln fu assassinato Henry C. Carey, ideatore del programma economico nazionale del Partito Repubblicano di Lincoln, scrisse poco prima delle elezioni del 1860 che l’Impero Britannico conduceva una continua “guerra” politica ed economica “per scoraggiare la crescita delle manifatture nelle altre nazioni… per sollecitare i popoli delle altre terre a limitarsi all’agricoltura… per produrre povertà”. Durante la sua presidenza, Lincoln sfidò le dottrine liberiste britanniche e rivoluzionò l’economia nazionale degli Stati Uniti. La tariffa al 50% stabilita da Lincoln fece partire l’industria dell’acciaio americana, mentre la costruzione delle ferrovie continentali, i sussidi alle miniere, il dipartimento di agricoltura impegnato in un’opera di educazione scientifica della popolazione, l’assegnazione di terre libere ai coltivatori, la gratuità delle scuole superiori e la politica di accoglienza degli immigrati resero possibile la trasformazione di una nazione esportatrice di cotone ormai in bancarotta nella potenza industriale in assoluto più grande del mondo, nel giro di 25 anni. In un conflitto brutale contro le società di Wall Street rappresentanti delle banche inglesi Rothschild e Baring, e della Corona britannica, Lincoln combatté in modo da riaffermare il controllo del governo nazionale sul credito. Egli impose delle ferree leggi bancarie federali, per esempio contro l’usura, emise dei titoli indirizzati direttamente alla popolazione, e stampò centinaia di milioni di dollari. Si stava accingendo a distruggere l’attività anglo-americana di manipolazione dell’oro, quando fu assassinato. Parte 2: William McKinley Nel 1865 a Lincoln succedette il vicepresidente Andrew Johnson, promettendo una ricompensa per l’arresto dei “ribelli e traditori… protetti in Canada” che avevano “incitato, concertato e procurato” l’assassinio di Lincoln. Johnson stesso era un liberista. Ma la tradizione “nazionalista” di Lincoln fu rinvigorita dai presidenti Ulysses S. Grant (1869-1877) e James A. Garfield (assassinato nel 1881). Nonostante la presa delle banche diretta da Londra sulle finanze americane, l’America persistette nell’adottare le misure “nazionaliste” di Lincoln e divenne la superpotenze economica mondiale. L’“Atto McKinley” del 1890 introdusse le grandi tariffe, e fu l’ultimo atto dell’ultima generazione di veri patrioti americani. Il suo autore, il “congressita dell’Ohio ed ex ufficiale dell’Unione William McKinley” disse che “la legge del 1890… diede da lavorare e diede stipendi a tante persone, come non era mai accaduto prima. Lo fece, stabilendo delle grandi industrie in questa nazione… Non ebbe amici in Europa”. McKinley fu eletto presidente nel 1896, con un programma di alti stipendi e sfidando le dottrine liberiste britanniche. Il suo primo atto presidenziale fu l’adozione di una legge fortemente sfavorevole alle importazioni britanniche e non, in modo “da preservare il mercato interno… per i nostri stessi produttori; ravvivare e incrementare le nostre manifatture; risollevare e incoraggiare l’agricoltura… aiutare a sviluppare l’attività mineraria e la costruzione degli edifici; e rendere il lavoro in ogni campo un’occupazione utile a cui sono giustamente intitolati gli stipendi liberali e le adeguate ricompense delle abilità e dell’industriosità”. McKinley contro T.R. Nella campagna elettorale dell’anno 1900, l’unica questione seria divenne chi avrebbe dovuto rimpiazzare il vicepresidente Garrett Hobart, morto nel 1899. Il Presidente McKinley e il suo principale consigliere, il sen. Marcus Alonzo Hanna, si opposero amaramente alla nomina del fanatico alleato politico della Gran Bretagna, Theodore Roosevelt, detto “T.R.” (Quando Roosevelt mandò Nicholas Murray Butler a saggiare la disponibilità di McKinley nei suoi confronti, McKinley si mise a ridere, Hanna imprecò, poi sbatté i pugni sul tavolo). L’identità di Teddy Roosevelt si era palesata ai patrioti americani nel 1883, quando suo zio James D. Bulloch, eroe e futuro scrittore di storia militare, pubblicò il suo famoso saggio anti-americano “Il servizio segreto degli stati confederati in Europa”. Bulloch, in esilio permanente in Inghilterra, era stato uno dei due coordinatori del servizio segreto dietro all’assassinio di Lincoln. Sottoposta a grande pressione, tuttavia, la fazione di McKinley capitolò, fino a nominare T.R. candidato alla vicepresidenza. Si ebbe l’elezione del duo e il presidente fu colpito a morte dall’assassino anarchico Leon Czolgosz a meno di sei mesi dalla nuova inaugurazione, lasciando libero il posto per Teddy Roosevelt. L’attacco era stato pienamente previsto. L’anno prima dell’uccisione di McKinley, il suo capo di gabinetto sen. Hanna, aveva richiesto in un rapporto di sicurezza “che adeguate guardie di sicurezza siano disposte attorno alla persona del Presidente”, poiché il governo era stato informato della possibilità che “degli anarchici o socialisti, per mezzo delle loro varie organizzazioni, risolvessero di ripulire la terra di un gran numero di suoi governanti [a cominciare dalla] Imperatrice Eugenia di Austria … [passando per] il Re d’Italia … [e arrivando a] il Presidente degli Stati Uniti … e i primi due appelli sono stati ascoltati, come previsto”. Dopo l’elezione del duo McKinley-Roosevelt, il commissario di polizia della città di New York, per mezzo del suo detective il luogotenente Joseph Petrosino, aveva lanciato l’allarme: la Henry Street Settlement House in città, allora il quartier generale politico della leader anarchica Emma Goldman era il centro operativo delle azioni rivolte contro la vita del Presidente McKinley. L’assassino Czolgosz dichiarò alla polizia, dopo la cattura, di essere del gruppo della Goldman, e di aver ascoltato la Goldman fare una lezione sulla distruzione del governo due settimane prima del suo gesto. Emma Goldman, che nove anni prima aveva avuto un ruolo nella pianificazione dell’assassinio dell’industriale Henry Frick, fu arrestata per sospetta collaborazione nell’uccisione di McKinley. Appena libera dalla custodia della polizia […] lanciò una campagna con cui rendere simpatico al pubblico l’assassino del presidente. Londra: il terreno di coltura dei complotti Emma Goldman e gli anarchici erano finanziati con grande liberalità sia in America che in Inghilterra. La sede newyorchese era stata costruita nel 1893 da Jacob Schiff, uomo di Wall Street, in cooperazione con Sir Ernst Cassell, banchiere personale della Famiglia Reale inglese e della Società Fabiana. Emma Goldman scrisse intorno alla figura di una rivoluzionaria anarchica russa, giunta a New York per incontrare l’elite anglofila impegnata a sostenere le operazione di sovversione contro il governo russo allora alleato degli Stati Uniti. “Agii come interprete … nella maggioranza degli incontri privati preparati per lei … tra [i partecipanti vi era Anson] Phelps Stokes” della Phelps-Dodge Corporation e della Liverpool and London and Globe Insurance Corporation. Lillian Wald [capo della sede anarchica] … organizzò numerosi ricevimenti … e riuscì ad interessare un gran numero di persone alla causa russa”. Il giornalista russo Svet scrisse nel 1901: “speriamo che la morte [del presidente McKinley] risvegli quelle terre che … ospitano elementi malvagi e sono diventate dei terreni di coltura dei complotti, affinché agiscano contro i nemici della civiltà”. “In Inghilterra”, aveva spiegato il re Leopoldo del Belgio anni addietro, “è mantenuta una sorta di menagerie [di rivoluzionarii] per lasciarli agire all’occorrenza sul continente, per rendere impossibili la tranquillità e la prosperità”. Emma Goldman scrisse nella sua autobiografia del fiorire di “attività anarchiche a Londra … L’Inghilterra era il porto dei rifugiati d’ogni dove, che continuavano la loro opera indisturbati”. Descrisse il suo quartier generale a Londra, la casa di William Michael Rossetti (il fratello di Dante Gabriel Rossetti) in cui era stampato il giornale “La Torcia”. William Michael era stato un funzionario governativo britannico e il manager della “Confraternita dei Preraffaelliti”, che difendeva apertamente il ritorno alle feudali epoche buie del Trecento. Goldman aveva aiutato ad organizzare l’inglese Lega Neomaltusiana mondiale. A seguito della sua espulsione dagli Stati Uniti, il leader neomaltusiano Bertrand Russell ne finanziò il ritorno in Inghilterra. Ribaltare la rivoluzione americana Teddy Roosevelt era stato il principale rappresentante della fazione della guerra modellata seguendo le caratteristiche dell’Impero Britannico. I suoi intrighi avevano trascinato il riluttante Presidente McKinley nella guerra contro la Spagna, a Cuba e nelle Filippine, del 1898. D’altra parte, egli aveva sempre mirato alla pace, alla reciprocità e al mutuo sviluppo industriale, con le nazioni dell’emisfero occidentale. Come presidente, T.R. attaccò sfacciatamente e minacciò l’America Latina, insozzando il nome della repubblica americana. Ruppe le alleanze con il Giappone, con la Russia e con la Germania. Chiuse l’occidente del continente americano ad ogni futuro insediamento, cancellò ogni misura lincolniana favorevole allo sviluppo economico e restituì la potenza finanziaria nazionale nelle mani del cartello bancario britannico dei Rothschild e dei Morgan. […] Parte 4: Il caso di John Fitzgerald Kennedy Che nell’assassinio del Presidente John Fitzgerald Kennedy ci fu un ruolo diretto della Corona britannica è ulteriormente suffragato da due nuovi indizii, scoperti a trent’un anni di distanza. Il primo, ampiamente pubblicizzato dalla rivista EIR, è una lista dei membri del super-segreto Club dei 1001, tra cui figura il funzionario dell’Esecutivo per le Operazioni Speciali (SOE – Special Operations Executive) britannico, il canadese Louis Mortimer Bloomfield, come membro riconosciuto dal gruppo fondato dal principe Filippo d’Edimburgo. L’EIR ha imparato che Bloomfield fu in precedenza un leader della branca canadese del WWF, ben prima del suo diretto coinvolgimento nel complotto assassino. Il secondo indizio è una coppia di fotografie di pessima qualità, ricavate da un bollettino parrocchiale di New Orleans del 1963, mostranti David Ferrie e Clay Shaw insieme ad una festa. Ferrie e Shaw furono due figure cruciali nel complotto ai danni di Kennedy, a quanto dichiarò Jim Garrison, il magistrato di New Orleans che condusse l’inchiesta. Se associati, i due indizii servono a stabilire per la prima volta un solido nesso probatorio, capace di collegare gli amici del “sempliciotto” Lee Harvey Oswald ai più alti gradini del Trono inglese e ai suoi servizi segreti. La nuova scoperta ha una rilevanza per quanto concerne la sicurezza del presente Presidente William Jefferson Clinton: nessuno dovrebbe trascurarlo. Alcune alte fonti governative americane hanno confidato al New Federalist che il Presidente Clinton pare essere il presidente più minacciato, dopo JFK. Le stesse fonti hanno anche caratterizzato Clinton come il “Presidente più anti-britannico dopo Kennedy”. È attraverso i canali come il WWF e il Club 1001 che l’apparato responsabile della morte di John Kennedy non è ancora stato toccato, finora. Questo apparato è già stato coinvolto in almeno un episodio minaccioso per il Presidente Clinton, l’11 maggio 1994, per mano di Larry Nichols. Mentre, la scorsa settimana, l’ufficio di Washington D.C. del giudice stava annunciando che Francisco Martin Duran, l’uomo che aprì il fuoco contro la Casa Bianca il 29 ottobre 1994, sarebbe stato processato per attentato alla vita del Presidente, Larry Nichols era ancora a piede libero, ben protetto dalla protezione di “amici altolocati” che si oppongono direttamente alle politiche decisamente anti-britanniche del Presidente Clinton. Prove che stanno raggiungendo la massa critica Nel 1967, il magistrato Garrison di New Orleans aveva accusato Clay Shaw, direttore dell’International Trade Mart di New Orleans, di cospirazione contro la vita di JFK. Di Shaw, personalità di rilievo in città, Garrison aveva ricostruito i collegamenti con un’unità locale dei servizi segreti, situato in 544 Camp Street, negli uffici dell’ex funzionario dell’FBI Guy Bannister. Nel corso del 1963, l’ufficio era stato frequentato da Shaw, David Ferrie, Lee Harvey Oswald e altre figure collegate agli eventi di Dallas (22 novembre 1963). Durante il processo tenuto due anni dopo, il giudice Garrity dichiarò inammissibili le dichiarazioni rese da Shaw stesso alla polizia, in merito ai suoi legami con Ferrie, l’uomo che aveva reclutato Lee Harvey Oswald nell’intelligenze americano un decennio prima dell’assassinio. Il processo di Shaw si ridusse ad un confronto di testimonianze in conflitto, sulla possibilità o meno che Ferrie e Shaw si fossero conosciuti, in passato. Shaw mentì sotto giuramento dicendo di non aver mai incontrato Ferrie, noto omosessuale e mercenario, da tempo al soldo di Bannister presso la divisione dell’FBI chiamata Division Five, nella base di New Orleans di addestramento e fornitura di armi usata nella famosa operazione coinvolgente gli esuli cubani, la stessa divisione che aveva assunto Oswald. Le foto comparse nel settimanale locale, tuttavia, lo avevano mostrato in compagnia di Ferrie durante una strana festa. Per ragioni ancora oscure non furono mai mostrate a Garrison, durante il processo. Un giornalista impiegato da quel settimanale per riferire del processo a Shaw, durante le udienze tenne nella sua cartella delle copie di quelle fotografie decisive, senza fare in modo che finissero nelle mani dei magistrati. La giuria, seguendo le indicazioni del giudice Garrity, decise per l’insufficienza delle prove a danno di Shaw, basandosi soltanto sulla presenza di un “dubbio ragionevole” sulla sua associazione con Ferrie. Solo in seguito, Garrity e la maggioranza dei giurati dissero di aver creduto nell’esistenza di una cospirazione per uccidere il Presidente. Sul suo letto di morte, Garrity confidò ad un amico di essere convinto che Shaw fosse colpevole di quei capi d’imputazione e di essersi sconvolto personalmente, all’epoca del processo, per la decisione della giuria a favore dell’innocenza. La Permindex della Corona Clay Shaw fu un membro del consiglio di amministrazione della Permindex (“Permanent Industrial Expositions”) società di facciata del suddetto mag. Bloomfield. Se le foto fossero state mostrate al processo, Shaw molto probabilmente sarebbe stato risconosciuto colpevole, e i suoi collegamenti con la Permindex avrebbero finito per costituire la base di una seria inchiesta sull’assassinio. Essa avrebbe stabilito il ruolo diretto della Corona britannica nella morte di Kennedy. Già nel 1967 la Permindex era stata espulsa dall’Italia, dalla Francia e dalla Svizzera, a seguito della scoperta da parte delle autorità francesi del suo ruolo attivo nel finanziare vari attentati al Presidente francese Charles de Gaulle. Una nuova diramazione della Permindex situata a New Orleans, la Lega Anti-Comunista dei Caraibi, cominciò ad elargire centinaia di migliaia di dollari ai membri della francese Organisation de l’Armée Secrète (OAS), per assassinare de Gaulle. Dalla fine della guerra, inoltre, il funzionario del SOE Bloomfield aveva lavorato come agente di collegamento tra l’intelligence britannico e l’FBI. A seguito di alcuni accordi a cui erano addivenuti Winston Churchill e Franklin Delano Roosevelt, Bloomfield aveva finito per svolgere il compito di consigliere personale di J. Edgar Hoover alla sezione di contro-intelligence dell’FBI, la suddetta Division Five. I suoi trascorsi nel WWF e nel Club dei 1001 lo situavano in seno all’apparato della Corona. La sua appartenenza al Club 1001 fu voluta dai circoli del duca di Edimburgo e della sua controparte olandese, l’ex SS il Principe Bernardo. Del Club 1001 fu membro anche una seconda persona della Permindex, il banchiere israeliano residente in Svizzera dott. Tibor Rosenbaum, il canale dei fondi che della Permindex andavano all’OAS. Il WWF, ampiamente pubblicizzato come un gruppo di persone preoccupate per l’ambiente e le specie animali in via d’estinzione, fu fondato da Filippo e Bernardo nel 1961 per tirare le fila della potente oligarchia europea e lanciare un processo nascosto di ri-colonizzazione a livello mondiale e il progetto mirante al governo mondiale. Lo sforzo principale del WWF fu quello di rilanciare i programmi maltusiani di riduzione della popolazione umana. Le politiche di John F. Kennedy, da questo punto di vista, rappresentavano la vera e pericolosa antitesi. Oswald e Hoover La ventennale collaborazione tra Bloomfield e Hoover getta altra luce su un’altra anomalia del caso Kennedy e delle sue insabbiature. Perché, se Lee H. Oswald fu il vero assassino di Kennedy, avrebbe spedito un telegramma personale a Hoover 48 ore prima di sparare, avvisandolo di un complotto sulla vita del Presidente? Perché, d’altra parte, se Oswald non fu altro che un sempliciotto, Hoover avrebbe soppresso quel telegramma e ordinato agli uffici dell’FBI sparsi per la nazione di insabbiare ogni documento comprovante i legami di Oswald con l’FBI stesso? Fino al momento in cui Oswald a sua volta fu ucciso, dentro alla sede del Dipartimento di Polizia di Dallas, per mano di Jack Ruby, un informatore di Bannister a Chicago (prima del “pensionamento” di quest’ultimo dalla Division Five), insistette di essere un “sempliciotto” e di non aver sparato al Presidente. Se vi fosse stato un processo a Oswald, sarebbe stato fatale per gli assassini della Permindex e il loro vasto apparato di copertura. L’imputazione di Clay Shaw da parte di Jim Garrison non ebbe il giusto esito. Shaw, Ferrie, Oswald, Bloomfield e Garrison sono tutti morti, ora. Nonostante ciò, i nuovi indizii stabiliscono, a distanza di trentun anni, una valida partenza per cercare la verità, e assicurarci che nessun altro complotto della Corona britannica ai danni di un Presidente americano abbia la meglio.

Fonte: http://www.movisol.org/09news012.htm

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