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di Silvia Giannini e Maria Cecilia Guerra 20.10.2009

Se la Francia abolisce la sua Irap, perché non farlo anche noi? Per la verità, Oltralpe non stanno pensando di eliminarla, bensì di introdurla per sostituire la taxe professionelle. Comunque, prima di intervenire sull’imposta regionale sulle attività produttive bisognerebbe chiarire con quali obiettivi. Perché in molti casi potrebbero rivelarsi più utili interventi diversi. Resta il fatto che l’abolizione dell’Irap non porrebbe solo un problema di copertura, ma anche quello di garantire alle Regioni un prelievo che le doti di un adeguato margine di autonomia.
La crisi ha riportato alla ribalta il tema della tassazione delle imprese. Molti interventi, fra cui quelli di Guido Tabellini e Francesco Giavazzi, hanno auspicato l’abolizione dell’Irap o una sua riduzione per contenere il costo del lavoro e per attenuare i problemi di liquidità delle imprese. Una spinta in questa direzione viene dalla notizia con cui titolava, ad esempio, Il Sole 24Ore del 1° ottobre: “Imprese francesi più leggere senza Irap”. Se lo fa la Francia, perché non farlo anche noi?COSA HA FATTO DAVVERO LA FRANCIAPiù che abolire l’Irap si potrebbe dire che la Francia la sta introducendo. Èvero infatti che Oltralpe si discute dell’abolizione della taxe professionelle, che è molto diversa dall’Irap, ma per sostituirla con un’imposta a due componenti, una sul valore degli immobili e dei beni strumentali, analoga alla nostra Ici, e l’altra… sul valore aggiunto, questa sì davvero simile alla nostra Irap. (1) Quest’ultima è un’imposta che colpisce i redditi (di impresa, di lavoro e di capitale) al momento della loro produzione, anziché della loro distribuzione (in capo ai percettori). Può essere sicuramente discussa, ma non rappresenta né un fatto inedito (essendo applicata in forme simili in altri stati), né un fatto demenziale, come sostiene Giulio Tremonti, o bizzarro, come si legge sui giornali in questi giorni. (2) Come è stato argomentato in molti articoli (articolo 1, articolo 2) su questo sito, la tassazione sul valore aggiunto ha importanti caratteristiche di neutralità, sia rispetto al finanziamento delle imprese (diversamente da quanto avviene con l’imposta sui profitti) sia sulle scelte di impiego dei fattori. Si tratta poi di un tributo idoneo a finanziare un servizio universale, come la sanità, in quanto ha come base imponibile l’insieme dei redditi prodotti e non il solo reddito da lavoro, come i contributi sanitari che ha sostituito..
Il percorso dell’abolizione della taxe professionelle francese è tutt’altro che scontato: si tratta infatti di un’imposta condivisa fra più enti decentrati. La nuova imposta che la sostituisce è in grado di fornire un gettito molto più contenuto (11,7 miliardi di euro in meno nel 2010, 5,8 miliardi in meno in seguito) e lascia quindi aperto il problema di come risarcire gli enti beneficiari.(3) Le soluzioni proposte dalla legge finanziaria francese sono temporanee e lasciano ampiamente irrisolto il problema del finanziamento di alcuni enti, le camere di commercio prima di tutto. Questo stesso problema si porrebbe in Italia, per il ruolo fondamentale che l’Irap esercita nel finanziamento delle Regioni. La componente privata, cioè non pagata da amministrazioni pubbliche, si aggira attorno ai 27 miliardi all’anno: con quale altro prelievo la si vuole sostituire? La risposta, continuamente rimandata (anche dalla legge delega sul federalismo fiscale) non riguarda soltanto il problema della copertura, mai completamente garantita nei casi analoghi dell’abolizione dell’Ici prima casa, come ben sanno i comuni italiani, e dei ticket sanitari, come ben sanno le regioni italiane. Ma anche quello di garantire agli enti regionali un prelievo che li doti di un adeguato margine di autonomia, premessa indispensabile per la loro responsabilizzazione nei confronti dei cittadini. Abolire l’Irap dopo avere depotenziato l’Ici non sarebbe un gran segnale per un governo che ha fatto del federalismo fiscale una delle sue bandiere. L’eliminazione dell’Irap priverebbe poi il nostro ordinamento di un’imposta che può essere utilizzata, senza incorrere nella bocciatura della Corte europea, per la fiscalità di vantaggio prevista dalla delega sul federalismo. (4)COSA FARE IN ITALIA?Queste considerazioni non impediscono che l’Irap possa essere oggetto di intervento.
Ma allora andrebbe prioritariamente chiarito quale è l’obiettivo che si vuole raggiungere.
Se l’obiettivo è quello di sostenere le imprese in crisi di liquidità, la riduzione del prelievo fiscale, a prescindere dal fatto che sia realizzata intervenendo sull’Irap o sulle imposte sui profitti, potrebbe rivelarsi inutilmente costosa, in quanto rivolta in modo indifferenziato a tutte indistintamente. Altre misure sarebbero preferibili, quali la restituzione dei crediti che le aziende vantano nei confronti delle amministrazioni pubbliche, che hanno come ricaduta l’allungamento dei termini di pagamento reciproco fra le imprese stesse, o il rafforzamento dei fondi di garanzia sul rischio di credito, in modo da ridurre l’esposizione a tale rischio da parte delle banche.
Se si volesse proprio far ricorso alla leva fiscale, si potrebbe pensare a una riduzione della tassazione condizionata al fatto che gli imprenditori mettano i propri capitali nelle imprese o ve li lascino, come più volte auspicato da Confindustria. Ma se il rafforzamento patrimoniale delle imprese fosse l’obiettivo, è evidente che sarebbe poco opportuno ridurre, in via permanente, proprio l’unica imposta che non favorisce il ricorso all’indebitamento. Meglio sarebbe rendere permanente il cosiddetto “bonus ricapitalizzazioni” (una deduzione temporanea, limitata a cinque esercizi, pari al 3 per cento dell’aumento di capitale effettuato dai soci persone fisiche fino al 5 febbraio 2010, entro 500mila euro), estendendolo al reinvestimento degli utili. Insomma, meglio sarebbe rendere l’Ires più neutrale rispetto alle scelte finanziarie, favorendo il finanziamento con capitale proprio.
Se l’obiettivo fosse invece quello di ridurre o eliminare la componente dell’Irap che grava sul lavoro, occorrerebbe prioritariamente considerare che il governo Prodi è già intervenuto, proprio su questo punto, alleggerendo le imprese di quasi 5 miliardi di euro, con l’esclusione dalla base imponibile degli oneri sociali, e con una deduzione forfetaria, differenziata a favore del Meridione, per ogni assunto a tempo indeterminato. Abbiamo qualche evidenza che questa manovra abbia sortito gli effetti sperati? Prima di concedere nuove e costose agevolazioni, e al fine di capire come sia meglio articolarle, a questa domanda occorrerebbe dare una risposta.
Un’ultima considerazione: è stata avanzata la proposta di finanziare la riduzione dell’Irap con la quota dei 12 miliardi non spesi per la mancata sottoscrizione dei Tremonti bond emessi dalle banche. La proposta appare un po’ azzardata: quei 12 miliardi sarebbero stati solo un investimento finanziario, per giunta ben remunerato, che, come tale, non avrebbe inciso sul disavanzo pubblico, tanto più che si sarebbe trattato di una somma una tantum. Se si vuole abolire l’Irap, anche per la sola componente “privata”, i miliardi da trovare sono 27 e vanno trovati ogni anno. (1) Un elemento critico della taxe professionelle, che ne ha sollecitato l’abolizione, è che essa colpisce anche i macchinari e le altre dotazioni produttive, penalizzando quindi gli investimenti.
(2) Si veda V. Ceriani e S. Giannini, “A local business tax: the case of Irap”, in “Stratégies fiscales des Etats et des entreprises: souveraineté et concurrence”, a cura di M. Aujean e C. Saint-Etienne, Les Cahiers, Le Cercle des économist, Descartes&Cie, 2009
(3) E’ stato infatti introdotto un vincolo per cui non potrà superare il 3% del valore aggiunto della singola impresa.
(4) Sul punto si veda S. Giannini e M.C. Guerra, “Articolazione e coordinamento territoriale delle imposte sui redditi e sulle imprese”, in M.C. Guerra e A. Zanardi (a cura di) La finanza pubblica italiana. Rapporto 2009, Bologna, il Mulino.

Fonte: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001343.html

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