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[The Economist] I distretti manifatturieri italiani non hanno retto la crisi come si sperava Non c’è più il via vai di camion sulla strada fiancheggiata da ulivi a La Martella, nella dolce campagna fuori Matera, nel sud Italia. I cancelli blu della fabbrica Nicoletti, dove si producevano divani e poltrone, sono chiusi. Una volta una delle ditte più importanti del grande distretto manifatturiero, ha cominciato ad avere problemi l’anno scorso, e a luglio è stata messa in liquidazione. Quando la Nicoletti ha chiuso, 430 lavoratori si sono aggiunti agli altri disoccupati del distretto. Nel momento di maggior successo registrato in regione, nel 2002 circa 500 ditte dentro e fuori Matera si occupavano della produzione di divani e poltrone; il loro fatturato totale era di €2.2 miliardi e davano lavoro a circa 14,000 persone. Durante il picco, il distretto di Matera produceva il 55% dei divani e poltrone in Italia, l’11% nel mondo. Circa l’80% della produzione veniva esportato all’estero. Ma durante il 2007, complice i prezzi contenuti della concorrenza straniera, il numero dei lavoratori è sceso a 8,000 e con la crisi degli ultimi due anni ha continuato a diminuire. Il distretto di Matera non è il solo ad avere problemi. Prato, vicino a Firenze, una volta era un centro attivissimo nel riciclo della lana, un business dove ora è l’India a fare da padrone. Gli immigrati cinesi hanno tentato di ravvivare il distretto, tuttavia si sta rimpicciolendo e si trova in difficoltà: dal 2001, duemila aziende hanno chiuso, e 10,000 posti di lavori sono andati perduti. Il mese scorso il governo ha iniziato a stanziare sovvenzioni per rallentarne il declino. Nelle Marche, dove circa 25,000 persone sono impiegate in 3,000 aziende che fabbricano scarpe, l’adesione agli schemi statali per garantire i posti di lavoro a rischio sono raddoppiate nel corso dell’ultimo anno. Pure il distretto che tratta lana di alta qualità, situato nel nord ovest del paese, a Biella, si trova in difficoltà, così come le aziende tessili di Varese e i produttori di seta di Como. Infatti, Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, la più grande associazione italiana di categoria, ha affermato che oltre 90 distretti, dei 104 riconosciuti ufficialmente, la colonna portante dell’industria italiana, sono in difficoltà. Non doveva andare così. Le aziende italiane speravano che la loro organizzazione in distretti le avrebbe protette dai prezzi ridotti dei rivali stranieri. Il raggrupparsi nello stesso luogo dovrebbe aiutare le piccole imprese a restare competitive, come teorizzato dai guru del management come Michael Porter, in quanto possono attingere alle risorse profonde del territorio come lavoratori specializzati, aiuti finanziari e fornitori. In alcuni casi, l’acquisto collettivo delle materie prime può portare ad una riduzione dei costi. E la concentrazione di così tante aziende specializzate nello stesso ramo è considerata uno stimolo per la creatività. Tutto ciò è particolarmente importante per l’Italia, dove le aziende generalmente producono beni di consumo tradizionale, hanno dimensioni medio-piccole, sono a conduzione familiare e dipendono – direttamente o indirettamente – dalle esportazioni, e sono, per ragioni storiche e geografiche, riunite in distretti. Secondo Giacomo Vaciago dell’Università cattolica di Milano, la sopravvivenza dipende dall’abilità dei distretti italiani di trasformarsi in luoghi dove nascono le nuove idee, viene realizzato il design e le merci vengono rifinite, mentre il grosso della produzione avviene all’estero dove è più economica. La Marcegaglia è concorde: “Le industrie tradizionali sono quelle più colpite. Essere tecnologicamente all’avanguardia e ben diversificati sui mercati d’esportazione rappresenta una difesa.” Le aziende italiane che hanno accolto queste teorie hanno effettivamente reagito meglio alla concorrenza dei prodotti stranieri a basso costo. Benetton, il cui quartier generale si trova nel mezzo del distretto dell’abbigliamento in Veneto, ha da tempo spostato all’estero l’attività manifatturiera. Geox, una marca di calzature casual, si trova nel distretto dei calzaturifici di Montebelluna, ma produce all’estero. Ma alcune aziende sono troppo piccole o male equipaggiate per uscire dai confini italiani. Altri sono fornitori che si ritrovano senza lavoro quando i clienti si rivolgono a produttori stranieri. “Non siamo tanto un distretto”, sostiene Tito Di Maggio, il capo della zona industriale di Matera, “quanto un raggruppamento di concorrenti che affrontano una crisi economica, una concorrrenza spietata, alti costi di lavoro e il dollaro debole.” Se le previsioni più nere si dovessero avverare, lo scenario descritto da Di Maggio porterebbe, nel 2009, alla perdita di un milione di posti di lavoro in tutta Italia. [Articolo originale “Italy’s business clusters – Sinking together” di Redazione]

Fonte: http://italiadallestero.info/archives/8156

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