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Un’altra storia torna d’attualità dopo le rivelazioni sul traffico di rifiuti tossici sulle coste italiane. Comincia nel 1994, quando alle 18,30 del 2 marzo due finanzieri, il maresciallo Deriu e il brigadiere Serra, salgono sul loro elicottero A-109 Agusta (nome in codice “Volpe 132”) per una perlustrazione: giorni prima la Guardia di finanza aveva ricevuto segnalazioni di movimenti sospetti al largo delle coste sudorientali della Sardegna. Nello stesso momento in cui l’elicottero si alza in volo, dal porto militare di Cagliari stacca gli ormeggi una motovedetta delle Fiamme Gialle, con il compito di supportare dal mare la missione di “Volpe 132”. E qui c’è una prima stranezza. Mentre infatti la motovedetta si ferma al largo dell’isola di Serpentara, poco più a nord di Capo Carbonara, estrema propaggine est del Golfo di Cagliari, l’A-109 Agusta prosegue e si spinge molto più a nord della zona indicata dai piani operativi. Forse Deriu e Serra, investigatori esperti, fiutano qualcosa e fanno di testa loro. Arrivano sino a alla baia di Feraxi, a nord di Capo Ferrato, al largo delle coste del poligono militare di Quirra. Che cosa accade a questo punto lo raccontano due testimoni oculari: Giovanni Utzeri, giardiniere, che quella sera metteva a dimora eucalyptus in una villa sul costone che sovrasta la baia di Feraxi, e Gigi Marini, un operaio che pescava sulla spiaggia. Intorno alle 19 Utzeri e Marini vedono arrivare l’elicottero proveniente da Capo Ferrato e lo osservano sorvolare un mercantile che da diversi giorni staziona nella rada. Poi, un frastuono infernale di motori, il bagliore di un’esplosione e un tonfo pesante sulla superficie del mare. “Volpe 132” si è inabissato, i due finanzieri ai comandi saranno ripescati cadaveri.
Anche un terzo testimone, Antonio Cuccu, presidente di una cooperativa di pescatori, racconta ai magistrati che il giorno in cui, sulla spiaggia di Feraxi, vide l’elicottero nella rada era ancorata una nave: «La notavo andare e venire da settimane». Le testimonianze di Utzeri, Marini e Cuccu sono raccolte dalla procura civile di Cagliari, che sulla base delle loro dichiarazioni riapre l’inchiesta frettolosamente chiusa dalla procura militare, che da subito avalla l’ipotesi di un incidente di volo dovuto a un guasto meccanico o a una manovra sbagliata. A distanza di 15 anni l’inchiesta è ancora aperta e che cosa abbia portato alla morte dei due finanzieri resta un mistero. L’anomalia più appariscente è che i resti dell’elicottero, adagiati su un fondale non molto alto, non sono mai stati neppure cercati. L’altro aspetto singolare è che non si è mai indagato sull’identità del mercantile intorno al quale, secondo i testimoni oculari, l’Agusta stava volteggiando poco prima di prendere fuoco e di precipitare. E che ci faceva l’imbarcazione vista per settimane dai tre testimoni nel punto in cui l’Agusta esplose disintegrandosi? Non a caso gli atti giudiziari sulla morte dei finanzieri sono stati acquisiti dalla commissione d’inchiesta sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, ma neanche questo è servito a far luce sulla loro tragica fine.
Oltre a quella di “Volpe 132” c’è una seconda storia che vale la pena di strappare all’oblio in cui è caduta. Comincia il 6 luglio 1994. Quel giorno, nel porto algerino di Djenjen, un commando di uomini armati sale a bordo del mercantile italiano Lucina, partito circa un mese prima dal porto di Cagliari, e sgozza nel sonno tutti i membri dell’equipaggio, il capitano più sette marinai, campani e siciliani. Il mercantile trasportava 2600 tonnellate di semola da consegnare all’Enial, l’ente di stato algerino che ha il monopolio dell’importazione dei cereali. Quali i moventi degli assassini? Per cercare la verità, la procura di Napoli apre un’inchiesta parallela a quella di Algeri, e nel giugno del 1995 chiede l’arresto di 12 membri del Fis, tra cui uno dei dirigenti del gruppo integralista islamico, Lounici Djmael. Ma nel dibattimento contro 7 militanti del Fis accusati dell’eccidio della Lucina, che in primo grado si tiene ad Algeri nel giugno del 1999, Djmael non è tra gli imputati. Il processo si conclude in secondo grado nel 2004 con pesanti condanne (compresa la pena capitale per quello che i giudici considerano il capo del gruppo, Chabane Draa) e alla vicenda viene posta la parola fine: per le autorità algerine l’eccidio è stato un atto di terrorismo del Fis per colpire il regime del presidente Zeroual. In questi giorni, però, alcuni parenti delle vittime della Lucina stanno valutando con i loro avvocati l’ipotesi di chiedere una riapertura dell’inchiesta. A suo tempo, infatti, né la magistratura napoletana e tanto meno quella algerina diedero credito alla versione dei fatti che, in un’intervista all’Observer dell’ottobre 1997, fornì un uomo che il settimanale inglese presentò come un ex agente dei servizi segreti algerini rifugiato a Londra. Joseph (questo il nome fittizio del misterioso personaggio) raccontò che la strage era stata ideata in prima persona dal temuto e potentissimo Mohammed Mediane, capo della “direzione dell’infiltrazione e della manipolazione” dell’intelligence algerina.
Bisogna infine ricordare l’intervista a un agente dei servizi segreti italiani concessa dietro garanzia dell’anonimato al quotidiano La Nuova Sardegna nell’autunno del ’98. Tema, il ruolo svolto dalla nostra intelligence nella struttura clandestina antirapimenti che sarebbe stata allestita dal giudice della procura di Cagliari Luigi Lombardini (che si uccise con un colpo di pistola alla tempia l’11 agosto 1998 in una pausa di un interrogatorio cui era sottoposto dal giudice Giancarlo Caselli). L’agente ammise una sorta di supervisione dei servizi non solo sulle trame oscure gestite dal magistrato cagliaritano, ma anche sul traffico clandestino di armi che avrebbe sulle coste della Sardegna più di un punto di appoggio. Specialmente nella costa di fronte alla base militare di Quirra, dove cadde il “Volpe 132”.
di Costantino Cossu

Fonte: http://nuovediscussioni.blogspot.com/2009/10/coshanno-in-comune-loperazione-volpe.html

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