Stampa / Print
Il dato sulle vendite di case già esistenti in agosto negli Stati Uniti d’America, una flessione del 2,7 per cento e un dato annualizzato di 5,10 milioni di case che ha spento sul nascere il tentativo di recuperare le perdite registrate sul mercato azionario statunitense nella giornata di mercoledì, anche perché le attese erano per un ulteriore aumento delle vendite dopo il notevole balzo in avanti registrato in luglio.

Come è noto, le vendite nei tre mesi compresi tra maggio e luglio erano state spinte dal bonus fiscale fino a 8 mila dollari per chi acquistava una casa per la prima volta, vendite che vanno perfezionate entro il mese di novembre, il che, alla luce dei tempi tecnici e delle difficoltà poste da molte banche agli aspiranti mutuatari, faceva sì che in agosto si era già fuori tempo massimo per poter godere del beneficio.

Secondo gli esperti del settore, il problema è rappresentato dal fatto che il prezzo delle case non riesce a stabilizzarsi e questo anche perché una vendita su tre è rappresentata da vendite all’asta legate a procedure di foreclosure o a pignoramenti legati al dissesto finanziario del proprietario, il che spiega bene perché il prezzo mediano delle case in agosto si ponga del 12,5 per cento al di sotto di quello, già molto inferiore ai livelli precedenti alla crisi, dell’agosto dell’anno precedente, mentre in alcune aree degli Stati Uniti d’America i livelli dei prezzi si pongono al 50 per cento di quelli del 2006.

Il giorno successivo alla dichiarazione di cessato pericolo fatta da Bernspan e colleghi lo scenario non si presenta esaltante, a partire dal capitombolo del prezzo del petrolio, passato da oltre 70 a poco più di 66 dollari al barile, complice la forte crescita delle scorte statunitensi, ma anche una sempre maggiore consapevolezza della netta superiorità dell’offerta sulla domanda, un divario che pone qualche dubbio sui tempi della ripresa prossima ventura, ma soprattutto sulla forza che la stessa potrà avere.

In una testimonianza di fronte a una commissione del Congresso, il consigliere di Obama ed ex presidente della Federal Reserve, Paul Volker, ha confermato che i nuovi progetti di regolazione del sistema bancario proposti dalla nuova amministrazione non faranno venire meno il principio del too big to fail, un principio che in passato è stato più volte escluso a parole, ma sempre confermato nei fatti, anche se, secondo Volker, tale principio dovrebbe essere applicato esclusivamente nei confronti di entità bancarie e non nei confronti di entità assicurative come AIG o delle divisioni finanziarie di aziende industriali e, men che meno, per le banche che svolgono prevalentemente attività di investment banking.

Per chi ha memoria degli epici scontri che Volker ebbe con il potere politico, è abbastanza evidente che la sua determinazione nel voler escludere le entità non bancarie di tipo tradizionale dai possibili salvataggi non gli farà certamente nuovi amici, ma l’uomo è fatto così e difficilmente cambierà in futuro e questo è uno dei motivi per i quali, a mio modesto avviso, sarebbe stato un eccellente ministro del Tesoro o sarebbe stato una scelta di primo livello come rimpiazzo di Bernspan, anche perché un suo ritorno alla guida del sistema della riserva federale avrebbe rappresentato un forte messaggio simbolico sulla volontà di Obama e della sua amministrazione di non consentire gli eccessi del passato e i comportamenti delle principali entità protagoniste del mercato finanziario globale.

Fonte: http://diariodellacrisi.blogspot.com/

About the author

Related Post

Archivi

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e viene aggiornato senza alcuna periodicità, esclusivamente sulla base della disponibilità di materiale sugli argomenti trattati. Pertanto, non può considerarsi prodotto editoriale sottoposto alla disciplina di cui all'art. 1, comma III della Legge n. 62 del 7.03.2001 e leggi successive.