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Il balzo in avanti delle vendite di nuove case in luglio, una crescita di poco meno del 10 per cento nei confronti di un dato di giugno rivisto al rialzo, unito al buon andamento degli ordini di beni durevoli nello stesso mese (+4,9 per cento, grazie in particolare al rimbalzo degli ordini di velivoli dopo il crollo registrato in giugno) avrebbero dovuto mettere le ali ai tre principali indici azionari di Wall Street, ma questo, almeno nelle prime ore di contrattazione non si è verificato, anzi gli indici hanno iniziato una cauta ma alquanto uniforme discesa, quasi gli operatori e gli investitori fossero stati presi da un attacco di vertigini e si stessero chiedendo come mai sono giunti ai massimi dell’anno.

Non ho né le competenze, né tanto meno la voglia di capire le determinanti ultime del comportamento delle due categorie sopra citate, anche perché ho l’impressione, condivisa dai pochi Dr. Doom ancora in circolazione, che buona parte del rally dell’orso in corso quasi ininterrottamente dalla metà del mese di marzo, se si fa eccezione per quella correzione di inizio estate prevista con anticipo in una molto gettonata puntata del Diario della crisi finanziaria, sia ancora opera di un numero relativamente ristretto di grandissimi investitori, in pratica quasi tutte le maggiori entità operanti nel mercato finanziario globale, non poche delle quali hanno scommesso sui propri e gli altrui titoli una parte rilevante dell’abbondante liquidità a costo zero se non anche una fetta più o meno rilevante degli ingenti fondi pubblici messi a loro disposizione nell’ambito del programma TARP.

D’altra parte, una lettura in controluce delle due notizie citate in apertura consente di comprendere come, in realtà, il piatto continui a piangere ai dati dello stesso mese dell’anno precedente, per non parlare del confronto con i dati precedenti all’avvio della tempesta perfetta, confronti che consentono di dire che il dato delle vendite di nuove case in luglio rappresenta meno di un terzo del picco registrato quattro anni orsono, mentre gli ordini di beni durevoli continuano a essere di un quarto più bassi di quelli registrati a luglio del 2008.

Ma il dato relativo al settore immobiliare risente non solo della prossima scadenza (settembre 2009) del maxi bonus fiscale disposto dall’amministrazione Obama e che è pari al 10 per cento dell’importo pagato, con un tetto posto a 8 mila dollari, ma anche del comportamento dei costruttori che hanno intelligentemente ridotto l’offerta, al fine di porre nuovamente la stessa in maggiore equilibrio con la domanda, senza parlare poi della politica aggressiva di sconti praticati e che spiega in buona parte la flessione di oltre il dieci per cento tra il prezzo mediano di luglio 2009 e quello rilevabile nello stesso mese del 2008.

Quello che sta avvenendo nel mercato immobiliare, nella produzione e negli ordinativi all’industria, il tasso di disoccupazione sia ufficiale che effettivo rappresenta un vero e proprio caso di scuola di quello che il mai troppo compianto John Maynard Keynes chiamava un equilibrio di sottoccupazione, un gioco di parole neanche troppo sottile che dava molto, ma molto fastidio agli economisti neoclassici, uno stato di fatto non certo brillante che avviene nonostante l’attivismo senza precedenti delle autorità monetarie e i ripetuti maxi piani di stimolo dell’economia messi in campo sia dalla precedente che dalla nuova amministrazione statunitense e che fa chiedere a tutti coloro che si ostinano a non arruolarsi nell’esercito degli ottimisti a ogni costo cosa avverrà quando l’economia americana dovrà riprendere a camminare sulle proprie gambe, ammesso e non concesso che sia credibile che qualcuno si assumerà la responsabilità di staccare le macchine!

Fonte: http://diariodellacrisi.blogspot.com/2009/08/gli-usa-e-lequilibrio-di.html

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