il padre abusante e la madre complice…

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mi è capitato qualche volta, affrontando un caso di abuso intrafamigliare, di chiedermi dove fosse stata la madre, perchè non si fosse mai accorta di nulla, per quale ragione non ha mai avvertito dei segnali tali da indicare che il marito fosse un abusante e che il figlio fosse la vittima degli abusi sessuali durante le lunghe fasi del procedimento penale, poi quelle dibattimentali, la madre ha sempre ricevuto quella strana lontana vicinanza da parte di chi assisteva al processo oppure dai componenti della famiglia, dagli amici, dai vicini questo atteggiamento è comprensibile, adottato da chi è fuori dal caso e ragiona con il raziocinio, con “l’amore di mamma”, con la serenità di poter osservare i fatti con quel distacco necessario che gli consente di ipotizzare che cosa avrebbe fatto al posto della madre del minore vittima degli abusi intrafamigliari purtroppo le dinamiche attivate dalla madre direttamente coinvolta sono ben diverse, i meccanismi difensivi sono condizionanti, la paura, il terrore, il non voler credere alla terribile realtà che sembra aprirsi davanti agli occhi di una donna, di una madre, di una moglie occorre anche dividere il tipo di moglie, quella serena, innamorata, che non ha alcun sospetto o forma di rancore nei confronti del marito, da quella cooptata nel matrimonio, infelice, rancorosa, tradita, fino alla moglie che riconosce di non provare più il sentimento verso il marito e ne chiede il divorzio è importante infatti capire che lo spessore del sentimento ed il filtro emotivo sono degli elementi importanti, che offrono alla madre del minore vittima ed alla moglie dell’adulto persecutore l’opportunità di riconoscere o meno una realtà difficile da accettare mi è capitato di ascoltare delle mogli in fase di separazione che, spinte dal rancore, hanno stimolato il pensiero che forse il marito fosse un presunto abusante mi è capitato di ascoltare delle mogli che hanno negato anche l’evidenza difendendo il proprio amato marito invece abusante mi è capitato più spesso di assistere al dolore, allo strazio, al trauma che la madre-moglie ha patito di fronte alla realtà di riconoscere il proprio bambino vittima degli abusi del proprio marito, padre del bambino la donna che affronta un simile evento si vede scomparire la terra sotto i piedi, perde ogni riferimento, vive un senso di colpa enorme, si stacca letteralmente dalla realtà che non esiste più, quella realtà fatta di famiglia serena, di un figlio amato, di un marito adorato, per riconoscere il figlio abusato ed il marito abusante; riconoscendo altresì se stessa come testimone e denunciante dei fatti necessita di una forza, di un coraggio, di una grande competenza per riuscire a riconoscere, accettare, denunciare e testimoniare che il proprio amato marito è il persecutore del proprio adorato figlio non possiamo colpevolizzare la moglie-madre per aver atteso troppo prima di denunciare, dobbiamo invece comprenderne il dolore e l’assenza di strumenti per affrontare un simile caso, spesso ambiguo, fatto di piccoli progressivi segnali, mai chiari, che compongono col tempo quel quadro infine completo per offrire alla madre-moglie la realtà dei fatti capita molto raramente che una donna possa aprire la porta e cogliere sul fatto il marito che compie una violenza o una molestia sessuale nei danni del figlio o della figlia, ed avere così un schock tale da non avere dubbi nella stragrande maggioranza dei casi la donna raggiunge una certezza dopo lungo tempo, mesi, anni, durante i quali raccoglie dei piccolissimi segnali nel comportamento del figlio, qualche sospetto nei confronti del marito, nei quali deve riuscire a superare le proprie difese, fino a riuscire ad affrontare la realtà e denunciare fin troppe volte ho conosciuto queste madri che anche di fronte ad una evidente realtà hanno negato a se stesse ciò che il marito imponeva al figlio, oppure ciò che il figlio lamentava, ovvero ciò che esse stesse hanno sempre sospettato e non hanno mai avuto il coraggio di approfondire è facile ipotizzare che cosa avremmo fatto al posto loro, ragionando da estranei alla faccenda, magari con una proprietà intellettiva nella norma, con uno spessore culturale valido, con una autonomia di pensiero forte, con le reti familiari solide, immersi in una società civile ben strutturata proviamo ad immaginare la moglie-madre che invece è completamente annullata nel suo ruolo, dipendente dal marito in tutto e per tutto, senza grande formazione e con una scarsa maturità, con una famiglia più interessata a ciò che dice la gente rispetto che vivere le proprie scelte; la quale chiama la madre e le dice che probabilmenmte il marito è un pedofilo ed invece di trovare accoglienza, confronto, supporto, incontra ignoranza, pregiudizio, invito a tornare a casa “che altrimenti la gente chissà cosa dice” sono descrizioni di esperienze che ho vissuto, dal nord al sud e dal sud al nord del nostro strano paese, ove il sud ed il nord non hanno differenza rispetto al pregiudizio ed alla ignoranza che ancora impedisce un corretto e veloce aiuto in favore delle donne e dei minori coinvolti negli abusi intrafamigliari debbo dire che molte volte sono state proprio le nonne che hanno chiesto aiuto, evidenziando finalmente quell’auspicato mutamento culturale che ha trasformato il nostro paese da una società sottosviluppata ad una società civile e capace di tutelare i minori, per quanto sono ancora troppo numerose le sacche di isolamento culturale, di ignoranza, di pregiudizio che impediscono di proteggere un bambino vittima della pedofilia, soprattutto all’interno delle nuove comunità immigrate, che subiscono anche quella sorta di razzismo di ritorno che ne impedisce una serena integrazione il segreto, il non dire, il silenzio sono i rinforzi del pedofilo, sono le sue roccaforti, sono la catena che imprigiona la vittima e la sua famiglia alle violenze fisiche, psicologiche, emotive e sessuali che il padre abusante, il marito-padrone impone all’interno del proprio nucleo famigliare, per poi offrire esternamente un comportamento apparentemente buono, positivo, amorevole, falso sono rarissimi i casi di madre abusante, come sono rari i casi di moglie complice, sono invece numerosi e ripetuti i casi di donna succube, immatura, isolata, cooptata all’interno delle pratiche sessuali del marito, da quelle più classiche a quelle trasgressive con le quali imprigiona la moglie col ricatto, con lo spauracchio del “tanto non ti crede nessuno”, del “ti levo il figlio e non lo vedi più“, timori rinforzati dal fatto che la cassa di casa ce l’ha il marito, magari con una suocera ingerente e negante la realtà pedofila del figlio che convince la donna di essersi immaginata tutto, “sei stressata, sei esaurita, non sai quello che dici” per quanto sopra non mi permetto di giudicare mai una madre di un bambino abusato, nemmeno quando questa è una palese complice passiva; cerco invece di capirne le dinamiche ed i meccanismi per conoscere e riconoscere ogni potenziale strumento che mi permetta di crescere come educatore, come consulente, come cittadino che potrebbe e può contribuire alla tutela di un minore è importante comprendere la necessità di rinforzare una madre-moglie che vive il sospetto, di farlo con il semplice strumento dell’accoglienza e non del pregiudizio, di accogliere anche la sua ignoranza, la sua paura, la sua confusione, senza pretenderne certezze ed equilibrio perchè il trauma che soffre è molto grande, perchè scoprire che il proprio marito è l’abusante del proprio figlio rappresenta una effrazione psichica importante, che la donna subisce, a causa della quale spesso attiva dei meccanismi inconsci che le impongono di negare la realtà dobbiamo però prendere atto di quella bassa ma esistente percentuale di pedofilia al femminile, di madre negligente, di moglie complice attiva, contro la quale opporre tutte le risorse sociali e giudiziarie per tutelare i minori contro i troppo frequenti abusi sessuali intrafamigliari…. Fabio Piselli

Fonte: http://www.fabiopiselli.com/ilBlog/tabid/530/EntryID/436/language/it-IT/Default.aspx

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