PERCHÈ LA BCE NON VUOLE LA TASSA SULL’ORO

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di Giuseppe Marotta 20.07.2009
La Bce ha dato parere negativo all’imposta sulle plusvalenze sulle riserve di metalli preziosi per uso non industriale, prevista nel decreto anticrisi. La norma metterebbe a rischio l’indipendenza finanziaria della Banca d’Italia, con ripercussioni negative sulla conduzione della politica monetaria dell’intero eurosistema. E potrebbe consentire l’aggiramento del divieto imposto dal Trattato al finanziamento dello Stato da parte della banca centrale nazionale. Un ripensamento sulla politica di riserve ufficiali potrebbe esserci alla scadenza del Gold Agreement.

La Banca centrale europea ha espresso un parere negativo sulla norma, inclusa nel decreto anticrisi del governo, che introduce un’imposta sostitutiva, non deducibile dall’Ires, con un’aliquota del 6 per cento, sulle plusvalenze, iscritte in bilancio, sulle riserve di metalli preziosi per uso non industriale. Il parere è stato emesso perché in base al Trattato dell’Unione Europea la Bce deve esprimersi su norme che incidano sulla situazione patrimoniale delle banche nazionali che fanno parte dell’eurosistema. Anche se non è menzionata espressamente, la norma del decreto si applicherebbe quasi esclusivamente alla Banca d’Italia, le cui riserve auree, per effetto della rivalutazione, sono passate da 44,8 miliardi di euro nel 2007 a circa 49 miliardi di euro nel 2008; se valutate dall’inizio dell’Ume nel 1999, le plusvalenze sono pari a 29,6 miliardi di euro. Il successivo maggior investitore in oro in Italia è la Banca Etruria, per ciò in relazione alla sua attività con il comparto orafo dell’aretino (nel bilancio 2008 risultano circa 39 milioni di euro in oro).
UN PARERE DETTAGLIATO
Il parere negativo è dettagliato, con un’argomentazione puntigliosa sia su come un governo di un paese dell’Ume dovrebbe interagire con l’eurosistema e con la banca nazionale che ne è componente, sia sul merito contabile e fiscale del provvedimento. Le critiche, in sintesi, riguardano i rischi che la norma farebbe sorgere circa l’indipendenza finanziaria della Banca d’Italia, con ripercussioni negative sull’indipendenza nella conduzione della politica monetaria da parte dell’eurosistema, e il possibile aggiramento del divieto del Trattato al finanziamento dello Stato da parte della banca centrale.L’utile della Banca d’Italia, al netto delle imposte sui redditi societari, si divide in base allo statuto, in tre componenti: una componente simbolica di remunerazione agli azionisti (banche, assicurazioni, enti pubblici), una quota pari a circa il 40 per cento al rafforzamento patrimoniale, con accantonamenti alla riserva ordinaria e straordinaria, e la parte restante (circa 3/5) retrocessa allo Stato (vedi tabella per il periodo Ume).Il gettito di 1 miliardo di euro previsto dalla relazione tecnica al decreto legge per il primo anno di applicazione della nuova imposta è quasi pari alla somma delle retrocessioni che hanno avuto luogo dal 1999 al 2008, ovvero pari a un multiplo da 6 a 40 volte l’utile netto dal 2002. (1) Se questo non fosse capiente per pagare l’imposta sostitutiva, la Banca d’Italia, che non può stampare moneta, dovrebbe modificare la sua politica di accantonamenti a riserve o vendere attività per la parte eccedente i dividendi distribuiti e le retrocessioni allo Stato, intaccando così il proprio patrimonio e di conseguenza quello dell’eurosistema. Si realizzerebbe di fatto un trasferimento di risorse finanziarie allo Stato, in relazione a un’imposta che tassa plusvalenze non realizzate, e presumibilmente non realizzabili, dato il ruolo dell’oro nella politica sulle riserve ufficiali, in oro e in valute estere, della banca centrale.L’Italia è al quarto posto nel mondo, dopo Usa, Germania, Fmi, quanto a tonnellate d’oro possedute: 2452, una quantità prossima a quella già posseduta nel 1968. Deriva dalla scelta strategica di disporre, a garanzia del rischio di credito del paese, di un’attività con rendimenti largamente indipendenti da quelli di attività finanziarie, tanto che nella crisi del 1976 l’Italia ottenne un prestito dalla Bundesbank dando in pegno il suo oro. Il 26 novembre 2009 scade l’accordo quinquennale, il cosiddetto Gold Agreement tra diciassette banche centrali e organismi internazionali come Fmi e Bri, in base al quale sono concordati tra gli aderenti piani di vendita dell’oro, con vincoli sulle quantità complessive e su quelle relative a ciascun anno, in modo da evitare bruschi cali nei prezzi, data la proporzione tra lo stock e la produzione corrente del metallo. Nel quinquennio 2004-2009 sono state vendute 1.428 tonnellate di oro da parte di alcune banche centrali della eurozona: 557 da parte della Francia, che ora ha quasi le stesse riserve auree dell’Italia. Ove si ritenesse opportuno un ripensamento sulla politica di riserve ufficiali del paese, il rinnovo dell’accordo potrebbe essere l’occasione in cui, con il pieno coinvolgimento e accordo della Banca d’Italia, potrebbe essere definito un piano di riduzione, realizzando le relative plusvalenze.

IL PRECEDENTE DEL 2002
Il parere della Bce richiama le preoccupazioni espresse in quello a proposito del concambio di titoli pubblici su iniziativa dal Tesoro nel 2002. Nel dare un parere positivo, perché sul piano tecnico lo swap tra titoli non negoziabili con altri negoziabili migliorava la trasparenza della situazione contabile dell’eurosistema, la Bce esprimeva la preoccupazione che l’obiettivo potesse essere in realtà secondario rispetto a quello di realizzare per via contabile una riduzione una tantum del debito pubblico. La minusvalenza di oltre 21,5 miliardi di euro, corrispondente alla riduzione ottenuta sullo stock del debito pubblico, fu allora compensata nel bilancio della Banca d’Italia da una riduzione delle riserve per rivalutazione dell’oro fino all’inizio dell’Ume e intaccando altri fondi rischi. Inoltre, venne prevista la deducibilità della minusvalenza, da usufruire entro un periodo ventennale, iscrivendo imposte attive per un valore vicino ai 6 miliardi di euro (importo ottenuto applicando l’aliquota dell’Ires alla minusvalenza). Questa voce all’attivo è giustificata se, date le prospettive reddituali della banca centrale, è ragionevole presumere imponibili sufficienti a usufruire delle perdite fiscali pregresse. Nel 2005 la scadenza è stata eliminata, ma è stato posto un vincolo alla deducibilità sino alla metà dal reddito imponibile. Di fatto, alla fine del 2008, la posta delle imposte differite attive è rimasta pressoché invariata. Il valore attualizzato del beneficio fiscale è dunque ridotto rispetto al 2002, con un conseguente danno patrimoniale per la banca centrale. Questa inoltre non può compensare neanche parzialmente i nuovi oneri fiscali, vista la non deducibilità dell’imposta dall’Ires.È comprensibile come questo precedente alimenti le perplessità della Bce sulla nuova imposta. Le perplessità non sono certo fugate dall’emendamento parlamentare proposto il 15 luglio, dopo la ricezione del parere. Non risponde infatti ai punti di merito sollevati dalla Bce, perché trasforma l’imposta da permanente a una tantum, riduce dal 6 all’1 per cento l’aliquota, riferita esplicitamente allo stock di plusvalenze alla fine del 2009, con un introito di circa 350 milioni di euro, tenuto conto anche delle plusvalenze maturabili nel 2009. Èstato dunque opportuno che il presidente della Camera abbia dichiarato non ammissibile l’emendamento, con una decisione analoga a quella presa nel 2002 da parte di un suo predecessore nei riguardi di un emendamento riguardante le riserve valutarie “in eccesso” della Banca d’Italia.

(1) L’aggettivo non deve ingannare: almeno per la parte relativa alla norma in esame è arduo raccordare le stime con i dati di bilancio della Banca d’Italia, così come indeterminate rimangono le caratteristiche dell’imposta. A titolo d’esempio, l’introito previsto di 1 miliardo nel primo anno viene calcolato applicando l’aliquota del 6 per cento a plusvalenze pari a 17 miliardi, indicate alcune righe prima in 19, quando quelle nel bilancio BI sono 29,6; nessuna previsione è fatta sugli anni successivi.
Foto: da internet

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