L’Associazione Nazionale Magistrati e la logica delle caste

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di Silvio Liotta
(Consulente per le politiche di sviluppo regionale)

Le caste/corporazioni nascono, spesso in modo graduale, con l’obiettivo di tutelare gli interessi dei soggetti che condividono caratteristiche professionali e materiali del loro stile di vita e che spesso si ritrovano negli stessi ambienti sociali dove si partecipano strategie finalizzate a rafforzare la posizione relativa della propria corporazione rispetto alle altre.

La perdita del senso del “bene comune”, del vivere in comunità, dell’importanza delle reti sociali per la vita di ciascun individuo, non ultimo la perdita del senso di condivisione di valori, storia, tradizioni, propri della narrazione collettiva, hanno aggravato la perdita di coesione sociale, la polverizzazione dei corpi intermedi, la frantumazione degli interessi collettivi in piccoli “interessi di bottega” arcigni e sprezzanti degli impatti più generali sul tessuto sociale ed economico.

Indagare sulle cause di questo processo è cosa assai complessa, la cui sede più appropriata è quella accademica.

Ma questa mi sembra essere la dinamica che ci ha portato, in quanto società, a riconoscersi ciascuno in piccole caste desiderose di accrescere o spaventate di perdere la propria posizione relativa.

Non vorrei risultare troppo fantasioso e immaginifico, ma tra le righe dello scritto del dr Racheli sul congresso dell’A.N.M. si scorge una certa insofferenza per quella, che a mio personale avviso, è diventata gradualmente, seguendo il processo sopra descritto, una casta come tante altre.

Sulla base di questo assunto, e finché anche la magistratura risponderà a logiche di casta (peraltro abbastanza litigiosa al suo interno), non ci sarà alcuna contrapposizione con il potere politico (dinamica che rientra nei meccanismi di checks and balances di un sistema repubblicano), ma un reciproco tentativo di presidiare e mettere in sicurezza il proprio campo di azione, in modo tale che le due corporazioni non invadano il campo altrui indebolendo l’altrui posizione di potere.

La timida voce grossa che la magistratura sta tentando di porre sul tavolo del negoziato con il governo in ordine alle questioni della super procura o dell’immigrazione o delle intercettazioni, non è certo una contrapposizione, sono posizioni contrattuali nell’ambito di un negoziato più ampio; almeno a me così pare.

La magistratura nei comportamenti delle sue componenti di rappresentanza organizzata non differisce dai comportamenti della casta dei politici.

Ecco perché molti magistrati abbandonano; il nobile presidio del concetto del potere giudiziario come “potere separato” non è più tutelato dalle rappresentanza dei magistrati.

Allora molti magistrati vanno via, si disinteressano del congresso dell’ANM perché assume i connotati di ciò che loro pensano sia da cambiare; e cercano di presidiare in altro modo quell’indipendenza, che non è mantenimento del privilegio, ma tutela dell’utilità sociale della professione/funzione che svolgono.

I magistrati che intendono svolgere il proprio lavoro,come funzione sociale imprescindibile per la crescita civile della comunità, probabilmente guardano agli insegnamenti da trarre dalla vicenda che ha colpito De Magistris, magistrato che oggi fa scuola per tutti i colleghi che intendono lottare per un sistema giudiziario che sia strumento di crescita civile piuttosto che strumento di tutela della spartizione oligarchica del potere politico ed economico.

E’ chiaro che i vertici sono “malati”.

Ad un cittadino comune come me questo interessa, perché se i vertici del sistema giudiziario sono malati il senso di legalità tende a disperdersi, a tutti i livelli.

E allora magari succede che Boemi è costretto (non si capisce ancora bene perché, anzi colgo l’occasione per chiedere un po’ di luce per chi come me vive nel mondo delle ombre) a revocare la propria domanda come prossimo Procuratore della Repubblica di Catanzaro.

Una persona di grande esperienza nell’ambito della Regione.

Penso che se la Magistratura continuerà a comportarsi con gli stessi standard della casta dei politici poco potrà cambiare per tutti quanti e molti magistrati, perché di valore tanti ce n’è, cercheranno vie alternative per risolvere i problemi del sistema giudiziario e per queste vie dare nuovamente speranza per una convivenza civile nel nostro paese.

In ultimo vorrei riprendere alcuni interessanti concetti espressi dal dr Marco Bisogni, che dice: “Durante i mesi “caldi” della vicenda mi sono adagiato su posizioni diffuse tra molti, fondate sulla sommaria lettura di giornali ed ho ritenuto che il collega (De Magistris ndr) fosse un soggetto sopra le righe, in cerca di facili clamori, la sua vicenda mi ha emotivamente solo sfiorato”.

Non solo il dr Bisogni ha avuto quest’impressione, subito rettificata dallo studio più approfondito del caso, ma anche altri cittadini hanno manifestato la stessa impressione, alla quale però purtroppo non è seguito uno studio approfondito.

Chiaramente tali impressioni, del tutto legittime sia bene inteso, sono state causate dalla sapiente strategia di delegittimazione condotta a danno di De Magistris.

Tuttavia molti cittadini calabresi hanno immediatamente compreso il big game che si consumava alle loro spalle, perché ben conoscono la propria terra e il vasto fronte di corruzione che ne caratterizza la vita politica ed economica.

Non appena i calabresi hanno capito che un magistrato stava indagando in modo approfondito sulla corruzione che fa parte della loro vita quotidiana hanno cercato di difenderlo, di contrapporsi ai poteri che cercavano di delegittimarlo.

Non hanno avuto bisogno di approfondire il caso, perché quotidianamente sono esposti all’ingiustizia del clientelismo, all’arroganza dell’illegalità, allo strapotere della criminalità organizzata.

Questa loro vita fuori dalla “civiltà” e dalla legalità ha prodotto il loro pregiudizio positivo a favore di De Magistris, pregiudizio non connotato da giustizialismo, semplicemente i cittadini calabresi hanno visto in De Magistris un magistrato serio che indagava le cause del loro “mal di vivere”.

Ma i cittadini calabresi costituiscono una piccola percentuale di quelli italiani (circa il 3.5%) e di essi una parte, seppur non maggioritaria, è coinvolta nella “esistenza illegale” della regione, e quindi il loro sostegno ad un magistrato serio non è giunto alle orecchie dei molti.

E con ciò ringrazio Bisogni per aver sollevato questo importante aspetto della vicenda di Luigi De Magistris.

Queste sono solo mie impressioni, ovviamente, peraltro un po’ pessimistiche (riprendendo i termini di un piccolo confronto sull’essere pessimisti/ottimisti attivato in uno dei post del blog) sperando di leggere rettifiche ottimistiche negli interventi successivi al mio.

E sperando inoltre che non si dia il caso proposto da Piercamillo Davigo nel suo intervento al Festival dell’economia di Trento in cui, da uomo di grande spirito ed intelligenza qual è, ha detto: “Il pessimista è chi dice: “peggio di così non può andare”; l’ottimista invece: “al peggio non c’è mai fine””.

P.S. – Per quanto riguarda le intercettazioni riprendo un aneddoto sempre citato dal dr Davigo. Un giorno gli fu detto: “Eh, beh! Bella forza signo’ magistrato, ma se lei continua ad intercettare è chiaro che prima o poi qualcosa di male esce fuori”. Che altro aggiungere!

Fonte:http://toghe.blogspot.com/2008/05/lassociazione-nazionale-magistrati-e-la.html

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