Oltraggio del pubblico ufficiale

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Gianni De Gennaro non fiata. Ha tenuto la linea del silenzio fin dall’inizio. Per lui, capo della polizia per sette anni ed ora capo dei servizi segreti italiani, i misfatti di polizia di Genova 2001 sono incidenti di poco conto. Qualche agente sotto stress che si è lasciato prendere un po’ la mano in una condizione di emergenza, ed è giusto che paghi se regolarmente identificato, ma nulla di più. La sospensione dei diritti civili, la “macelleria messicana”, quel clima di ferocia golpista denunciato da tutta la stampa mondiale non devono pesargli sulla coscienza. Beato lui. Dell’irruzione alla scuola Diaz ha sempre negato di sapere alcunché, malgrado la presenza sulla scena del crimine del fidato addetto stampa, il dottor Sgalla. Ma è credibile che il capo della polizia non fosse avvertito di una operazione così delicata nei giorni del G8? L’altro giorno a Genova la pubblica accusa ha chiesto per lui due anni di reclusione per aver istigato alla falsa testimonianza l’ex questore di Genova, Francesco Colucci, proprio in merito a quei fatti. Durante la requisitoria il pubblico ministero Enrico Zucca ha stigmatizzato l’abitudine all’omertà e la pratica della menzogna per “spirito di appartenenza” dei vertici di polizia. A giudizio anche l’ex capo della digos di Genova, Spartaco Mortola. A De Gennaro, che ha scelto il rito abbreviato e dunque non fugge dal processo, di questo gli va dato atto, auguriamo di poter dimostrare la propria innocenza. E probabilmente se la caverà: la prova è appesa all’interpretazione di una telefonata intercettata. Ma – come diciamo spesso, ricordando le parole che Paolo Borsellino dedicava ai politici collusi con la mafia – un conto è la responsabilità penale, altro conto è la responsabilità morale e istituzionale. Nell’esercizio della sua funzione Gianni De Gennaro non ha agevolato l’accertamento della verità giudiziaria durante i processi Diaz e Bolzaneto. Non ha avviato procedimenti disciplinari verso i dirigenti responsabili dell’ordine pubblico in quei giorni a Genova. Anzi, quei dirigenti dal luglio 2001 a oggi sono stati tutti o quasi promossi con lode. Ecco perché i misfatti di Genova non hanno prodotto alcun esame di coscienza, nessuna azione di bonifica. Non fu negligenza, è stata una scelta di omertà, maturata in quel contesto di irresponsabilità morale e istituzionale che ben conosciamo. Mandante politico di quei misfatti, il sistema di potere italiano (non solo berlusconiano) vuole una polizia che all’occorrenza usi il manganello – con garanzia di impunità – per reprimere i conflitti sociali, per insegnare l’umiltà alle teste storte. Altro che ratifica del reato di tortura! Nemmeno il distintivo per l’immediato riconoscimento degli agenti hanno introdotto. Ma le istituzioni pretendono rispetto. Nel “decreto sicurezza” è stato reinserito – con aggravio della pena – il reato di oltraggio a pubblico ufficiale (ottavo comma dell’Art. 1), abolito nel 1999. Dopo i pestaggi di Chiaiano, Prato, Vicenza (di quest’oggi l’ultimo episodio, brutale antefatto al prossimo G8) se ne sentiva proprio la necessità! Chi dice una parola fuori posto a un poliziotto rischia fino a tre anni di galera. A meno che non riesca a dimostrare che il “pubblico ufficiale” ha provocato con atto ingiusto la reazione. Per esempio spaccando la testa a innocenti e tentando di incastrarli con false prove. Come accadde alla scuola Diaz, in assenza (e all’insaputa?) del capo dei capi.

Fonte: http://www.pieroricca.org/2009/07/

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