L’Economia USA. Verso il tracollo?

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Scritto da Gerardo Coco
giovedì 09 luglio 2009
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Per capire cosa sta accadendo nell’economia degli Stati Uniti e, in genere, cosa può succedere alle altre economie occidentali nei prossimi anni, bisogna fare alcune importanti riflessioni sulla economia reale.
Cosa guida e sviluppa una economia? L’accumulazione del capitale che origina dalla formazione del risparmio che, come qualsiasi persona assennata riconosce, rappresenta la rinuncia al consumo immediato. Il risparmio collocato nei conti correnti e depositi bancari e automaticamente investito dal sistema bancario, va ad alimentare la produzione: una lunghissima e complessa sequenza di stadi produttivi che inizia da quelli caratterizzati da una maggiore intensità di capitale, le tappe più lunghe, come l’estrazione delle materie prime (risorse naturali) per arrivare, attraverso un lungo cammino, alle tappe più prossime al consumo (ad esempio, la distribuzione finale). Ogni tappa alimenta e confluisce nella successiva fino a alla realizzazione dei beni di consumo. E’ questa struttura che condiziona l’economia, non la domanda, come sostengono i keynesiani. Limitato se mai è solo il potere d’acquisto che si forma in sede di produzione. Più risparmio affluisce nella struttura produttiva che è sempre mutevole in funzione dei bisogni e delle preferenze dei consumatori, più questa struttura si fa intensa e si “allunga” rendendo possibile una maggiore produzione di beni e servizi finali. La differenza fra una società ricca ed una povera sta proprio nella complessità ed intensità della struttura produttiva della prima, capace di realizzare, rispetto alla seconda, una quantità maggiore di beni capitali che rappresentano risparmio investito.

I falsi segnali della macroeconomia

Uno dei primi sintomi delle crisi recessive è proprio la contrazione di questa struttura che la macroeconomia non rivela tempestivamente, perché è basata sull’idea che sia il consumo a guidare l’economia. Questa idea deriva dal fatto che nel Prodotto Nazionale Lordo o PIL, il consumo rappresenti la parte preponderante di tutta la spesa aggregata. Ma la parte preponderante della spesa, in una economia, è quella sostenuta per la produzione, non per il consumo. Il PIL, infatti, conteggia solo i “valori aggiunti” della produzione finale e non i consumi industriali che si verificano nei suoi stadi intermedi ed il cui valore totale è sempre superiore al valore del consumo finale. Non esistendo, per la macroeconomia, tappe intermedie, si sottende l’idea che la produzione di un paese sia istantanea, non esiga tempo, come se esistessero solo due processi economici, consumi e investimenti in relazione funzionale tra loro e secondo cui se aumentano i primi, aumentano anche i secondi e viceversa: una flessione del consumo causa una flessione degli investimenti e quindi una contrazione dell’economia.
E’ evidente che le politiche interventiste basate sul fallace principio che sia il consumo a guidare l’economia abbiano su di essa, effetti distorsivi e destabilizzanti. Se il PIL registra una diminuzione nella spesa per consumi, non significa sempre che l’attività economica diminuisca. Significa che una maggiore quota di risparmio è affluita negli stadi produttivi intermedi della produzione, controbilanciando la diminuzione dei consumi. Infatti, a livello aggregato, risparmi e consumi sono alternativi: se la domanda di beni industriali cresce, quella dei beni di consumo non può aumentare allo stesso tempo e viceversa. L’aumento contemporaneo di consumi ed investimenti sarebbe dunque concettualmente impossibile se la politica monetaria non introducesse arbitrariamente nell’economia un eccesso di credito che, simulando il risparmio reale, inganna tutti i soggetti economici portandoli a consumare ed investire di più nello stesso tempo, squilibrando la struttura produttiva ed innescando un processo inflazionistico.

L’Obamaeconomia

Questo meccanismo comune a tutte le crisi economiche recessive si è manifestato con particolare evidenza negli USA ed ha avuto una lenta gestazione fino a manifestarsi nella crisi del 2008.
In generale, il primo sintomo delle crisi è la contrazione della struttura produttiva dell’intero sistema economico, accompagnata da fenomeni di squilibrio e di redistribuzione del reddito che essa genera. Questi fenomeni si verificano perchè alcuni rami produttivi (quelli di solito più vicini alle lobbies governative come ad es. gli immobiliari) beneficiando per primi dell’aumento del credito inflazionista, sono in grado di aumentare la produzione ed il reddito prima che si verifichi l’aumento generalizzato dei prezzi a spese degli altri settori che beneficiano del credito per ultimi ed il cui potere d’acquisto pertanto si riduce. Il risultato finale di questo squilibrio si manifesta con giacenze di stock invenduti nei primi rami e carenze produttive negli altri in un contesto inflazionista perché i consumatori, fino a poco prima dell’esplosione della crisi, continuano a consumare a fronte di una produzione che si è progressivamente ridotta e distorta e che, non rispecchiando più le loro preferenze di spesa, dà appunto origine al fenomeno dell’invenduto e della carenza produttiva.
La prima causa delle crisi, soprattutto negli USA, è invece la manovra monetaria espansiva in assenza di risparmio reale. La Banca Centrale USA l’ha attuata per diversi anni fino alla contrazione nel 2008, quando frenando bruscamente il credito, ha reso inevitabile la liquidazione di tutti gli eccessi di investimento fittizio, causando una recessione violenta.
Per affrontarla, l’amministrazione Obama, invece di ricreare risparmio nell’economia soprattutto attraverso una politica di riduzione fiscale, di riduzione di spesa pubblica e di selezione del credito per ricostituire il risparmio ed il capitale economico distrutto dalla recessione e riavviare un processo espansivo reale, sta preparando un’altra recessione usando gli stessi mezzi che hanno causato la precedente. Gli stimoli di massicce dosi di credito prolungate servono a tenere in vita degli zombi economici che radicano e propagano l’infezione in tutta l’economia, naturalmente a danno delle imprese con reali prospettive di sviluppo. La spesa pubblica, sottraendo risorse all’economia privata, riduce e scoraggia la formazione di risparmio. I germogli di crescita o green shoots, termine irritante per designare indizi di falsa espansione segnalata dall’aumento di consumi avvengono a spese del capitale.
Ciò dunque, che viene etichettata come economia reale, rispecchia, nel PIL, le variazioni degli aumenti dell’offerta monetaria e non della ricchezza prodotta e questa situazione, ripetiamo, è dovuta alle politiche interventiste attuate su presupposti fallaci.
Intanto in USA l’occupazione cala drammaticamente e la soluzione della amministrazione di Obama per rilanciare lo sviluppo è l’economia verde: praticamente un bluff. Pensare che pannelli solari, pale a vento e cose del genere possano risolvere i problemi economici di un immenso paese industriale in crisi è risibile ed avrà effetti opposti a quelli desiderati. Per l’economia verde “efficienza energetica” significa produrre meno energia pro-capite la quale và a detrimento della produttività del lavoro che, invece, richiede l’uso di più energia pro-capite per produrre più beni e servizi e capitale nel sistema economico. Questa decantata economia, abbassando la produttività del fattore lavoro abbasserà gli standard di vita di tutti. L’occupazione non aumenterà perché l’aumento di quella che si verificherà nei settori “verdi” andrà a scapito di quella dei settori che si intendono abbandonare e pertanto l’effetto netto occupazionale sarà nullo. Anzi, no, l’occupazione aumenterà lo stesso: nella burocrazia statale “ambientalista” a spese naturalmente di tutti i contribuenti, per i futuri e inevitabili aumenti fiscali sottraendo, come sempre, risorse alla economia privata.
Questa è dunque la politica dell’amministrazione Obama: stampare denaro, attuare lo statalismo su larga scala e distruggere la valuta nazionale. A questo si riduce il “cambiamento” che era stato preannunciato dal Presidente Americano.
Un cambiamento che potrebbe significare la trasformazione degli USA in una nuova repubblica delle banane.

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Fonte: http://mercatoliberonews.blogspot.com/2009/07/leconomia-usa-verso-il-tracollo.html

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