Il mistero dei soci delle banche: “ci sono” o “ci fanno”?

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di Marco Saba

In altri articoli e libri mi sono occupato di descrivere come le banche nascondono l’utile reale, la rendita monetaria effettiva, derivante dalla creazione del denaro dal nulla a danno della società in generale. Ho denunciato come il denaro così creato viene distribuito prestandolo al pubblico e creando titoli fittizi di presunzione di debiti relativi ad interessi che non trovano corrispondenza in denaro realmente esistente, cosicché l’intero meccanismo rappresenta un sistema di espropriazione perpetua ed illegale dei beni reali degli pseudo-debitori per l’impossibilità matematica di assolvere – nell’aggregato – alle obbligazioni derivanti dai contratti. Contratti legalmente nulli, quindi. Ho manifestato tutta la mia perplessità nei confronti della magistratura che dimentica di indagare a fondo questi fenomeni che comportano tutta una serie di delitti accessori che culminano nell’autoriciclaggio, delitto per la verità quest’ultimo non ancora previsto dalla legge. Ho fatto pazientemente ed inutilmente rilevare che è assurdo che l’utile derivante dalla effettiva rendita monetaria venga nascosto nel bilancio all’interno delle passività, creando una somma doppia di irregolarità: primo, perché non è messo all’attivo da cui scompare; secondo, perché mettendolo al passivo diminuisce artificialmente gli utili reali. A nulla è servito descrivere poi come regolarmente le banche intrattengono conti correnti segreti presso meccanismi internazionali di compensazione, come è emerso da una commissione parlamentare francese antiriciclaggio, attraverso i quali è facile ipotizzare il meccanismo principale dell’occultamento degli enormi capitali illeciti che finiscono invariabilmente nei cosiddetti paradisi fiscali. Ma niente.L’omertà che ancora oggi avvolge l’ambiente circostante e tutta la questione è impressionante.

Il 27 aprile 2009 abbiamo partecipato ad una trasmissione di un’ora su ODEON TV per denunciare pubblicamente il meccanismo della riserva frazionaria e del signoraggio: ho parlato di alto tradimento relativamente al Trattato di Maastricht, della necessità di una operazione “banche pulite” da parte della magistratura, sia per punire i responsabili all’interno delle banche che per restituire fiducia – da parte della clientela – verso il sistema bancario, una volta emendato dalle cose guaste. La mattina dopo scoppiò lo scandalo dei derivati e la procura ambrosiana sequestrò mezzo miliardo di euro, a quattro banche di primaria importanza, con l’Operazione Fures della Guardia di Finanza. In un paese normale si sarebbe sentita un’eco di questi avvenimenti, invece… silenzio perfetto, come se nulla fosse accaduto. Anche i media italiani si vede che avevano ben altro a cui pensare, stranamente, visto che la “questione banche” da mesi occupa le cronache quotidiane in gran parte del mondo. Ma la domanda indiretta che pone il titolo è un’altra: se le banche si appropriano di queste cifre favolose, a chi vanno questi soldi? Abbiamo visto a chi vengono sottratti: alla comunità come potere d’acquisto e al suo organo di rappresentanza, lo stato, tramite l’evasione fiscale.
Ma chi li prende? Ora, è evidente che se i bilanci sono falsi, questi soldi non li vedono nemmeno i soci stessi delle banche, perché, a logica, contabilmente “non esistono”. Per esclusione, eliminerei anche i dipendenti di rango inferiore degli istituti bancari, benchè siano correi dell’appropriazione indebita e del riciclaggio a cominciare dal semplice cassiere. Non rimane che il livello alto: quello del management. La direzione strategica delle banche: questi non possono non sapere. I soci però – premetto che quelle che seguono sono mie considerazioni inedite – non saranno tutti ingenui. Diciamo che ci saranno almeno due categorie: la A (i soci che “ci fanno”) e la B (i soci che “ci sono”). Nella categoria A, quella più striminzita, metteremo i soci delle banche che percepiranno di nascosto un qualche corrispettivo sia per l’utile che non viene redistribuito coi dividendi di fine d’anno che per il loro silenzio. E questi sono appunto i soci che “ci fanno”. Nella categoria B metteremo – immagino – la maggioranza dei soci che si accontentano dell’utile dichiarato e che non hanno ancora capito come funziona l’ambaradàn.
E’ proprio quest’ultima categoria di soci, quelli che “ci sono”, che potrebbe andare ad aggiungersi – facendo massa critica – a quei movimenti di consumatori che sempre più, almeno su internet, fanno sentire la loro voce su questo tema. Questi azionisti di categoria B hanno un doppio interesse a fare chiarezza. Anche perché se venisse dichiarato – non sia mai – che la ipotetica banca in questione è un’associazione di stampo mafioso, i soci verrebbero tutti chiamati a rispondere in solido! Fu forse per questo che un raffinatissimo professore di Pavia – sedicente antimafioso, per motivi familiari – escogitò il meccanismo delle fondazioni bancarie? Chissà… Certo è che i soci delle banche della seconda categoria ci stanno rimettendo parecchio ed in vari sensi: forse è meglio fare come quell’oncologo che non dice ai pazienti che hanno ormai poche settimane di vita? O non è meglio invece avvertirli prima che sia troppo tardi, per poter organizzare una “exit-strategy”? Questi poveri azionisti “vengo anch’io no tu no” meritano comunque tutta la nostra attenzione perché qualcosa mi dice che c’è da farsi delle grasse risate, senza nemmeno prendere a prestito i soldi per pagare il biglietto! D’altra parte, alzi la mano chi non si è divertito un mondo a vedere come la gente si è bevuta l’ultimo mega-bluff delle banche, ovvero la manfrina che avrebbero bisogno di soldi dallo stato, quando sono le uniche imprese – le uniche! – che possono creare “depositi” dal nulla semplicemente scrivendoli nel computer come noi quando inviamo gli sms?

http://leconomistamascherato.blogspot.com/2009/05/il-mistero-dei-soci-delle-banche-ci_12.html

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