Muhammad Yunus, Nobel per la Pace 2006

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Da http://www.beppegrillo.it/2007/03/19/muhammad_yunus.html?print=1:

Ho incontrato un grande uomo. Un vero economista che ha salvato la vita a un numero incredibile di persone. Il suo nome è Muhammad Yunus, Nobel per la pace del 2006. Grazie a lui anche i mendicanti hanno potuto avere credito. E hanno sempre restituito i soldi. Altro che i finanzieri delle nostre parti. 85.000 mendicanti sono clienti stimati della Grameen Bank di Muhammad Yunus e grazie a lui hanno la possibilità di cambiare la loro vita. In Italia è il contrario entri in banca che non hai problemi e ne esci per chiedere la carità. Ieri mi hanno chiesto un breve discorso all’Università di Bologna in Aula Magna. C’erano i banchieri, c’era Yunus. Guardate il filmato. Testi: Discorso di Beppe Grillo all’Università di Bologna.Ho sentito degli specialisti, ognuno del proprio campo, parlare di cose che, secondo il mio punto di vista, non hanno quasi più senso. Sento parlare gli economisti che confondono l’economia con la finanza, sento parlare di microcredito confuso con il microfinanziamento, con la microfinanza. Credo di avere dei dubbi perchè l’opera di questo signore è l’opera di un professore che ha visto il suo Paese disintegrato dal debito e che ha cercato in tutti i modi di far risparmiare, che è l’unico modo di combattere il debito, insieme al lavoro.Abbiamo sentito, ad esempio, il rappresentante dell’ABI che ha detto di sentirsi perplesso e in imbarazzo: è il senso della vergogna.Qui si parla di microcredito e noi abbiamo, invece, il credito al consumo: le banche non si accontentano più dei risparmi della gente, non gli interessano più i soldi ma vogliono la vita delle persone cioè non vendere cose ma vendere il debito delle cose.Il concetto di trasparenza delle nostre banche è quello di non far capire niente più a nessuno di quello che fanno, per far indebitare la gente, ad esempio, su un televisore per farlo pagare fra sei mesi, ma non entro sei mesi, ma fra sei mesi quel giorno lì solo con un bollettino che spediscono loro per far entrare le persone in una trappola e far pagare lo stesso televisore il doppio con un interesse del 17-18 % che è un tasso da usura. Siamo in mano agli usurai.Così imparate a farmi parlare! Muhammad vai via di qua! Vai via di qua Muhammad! Intervista a Muhammad Yunus.Ciao a tutti! Sono felice di essere qui con Beppe, è davvero un’esperienza bellissima. L’ho sentito parlare, è stato molto chiaro nel dire ciò che avrei detto io. Parla di quello che succede, dei problemi veri. Le banche non si fanno domande, continuano a fare ciò che han sempre fatto. Avrebbero dovuto fare molte cose, che non hanno fatto. Noi abbiamo dimostrato che si può fare, possiamo aiutare ogni individuo senza nessun problema.Grameen Bank presta i soldi ai più poveri, abbiamo iniziato trent’anni fa, senza garanzie né raccomandazioni, senza strumenti legali. Servono dei soldi per guadagnare altri soldi, così abbiamo iniziato ma nessuno credeva che ce l’avremmo fatta. Ma ci siamo riusciti. E’ un sistema bancario basato sulla fiducia che funziona e si sta diffondendo in tutto il mondo, milioni di persone hanno avuto accesso al microcredito, si può fare. Il credito è un diritto umano e può cambiare la vita a tutte le persone. Il sistema bancario deve essere per tutti.Noi prestiamo soldi a tutti, anche ai mendicanti, affinché possano vendere qualche cosa, piccoli oggetti, giocattoli, caramelle. Così possono guadagnare dei soldi, cambiare la loro vita. Più di 85.000 mendicanti stanno cambiando la loro vita. Questo è proprio quello di cui ha parlato Beppe oggi. Tanti cari saluti a tutti!

Da http://www.corriere.it/economia/09_luglio_04/microcredito_76768924-686d-11de-86b2-00144f02aabc.shtml:

DHAKA — Tre anni fa, anche chi non aveva mai sentito prima il suo nome ini­ziò a ammirare Muhammad Yunus come una sorta di icona globale. Nella motiva­zione del Premio Nobel per la pace che ricevette nel 2006 con Grameen Bank, ve­nivano sottolineati gli «sforzi per creare sviluppo sociale ed economico dal bas­so » e l’abilità nel «tradurre una visione in azioni concrete a beneficio di milioni di persone, non solo in Bangladesh». Fu l’apoteosi del microcredito, diffuso a quel punto in oltre cento Paesi. Da allo­ra Yunus, il figlio di un orafo di Chitta­gong che si fece professore di economia e poi «banchiere dei poveri», per molti occidentali è diventato qualcosa di simi­le a un santo contemporaneo. Lui ci con­vive, nel suo studio al quarto piano del grattacielo di proprietà di Grameen Bank a Dhaka: non lo disturba neanche il so­spetto che questa venerazione sia un in­granaggio inconscio attraverso cui nei Paesi ricchi ci si autoassolve del dramma della povertà. «I sentimenti nei miei con­fronti sono genuini — osserva — poi pe­rò le persone si sentono impotenti a cam­biare il mondo». Nelle sue stanze, Yunus dà un’impres­sione di profondità semplice e priva di fanatismo. La saletta d’angolo dove lavo­ra sembra più la biblioteca di uno studio­so che l’ufficio di un banchiere. Agli altri venti piani dell’edificio, uno dei più belli in città, operano molte delle società da lui fondate con il marchio Grameen — dalla sanità, all’energia, all’informatica, alle telecomunicazioni, al tessile, al setto­re alimentare — in cui Yunus figura rego­larmente presidente del consiglio d’am­ministrazione. Per la dimensione del Bangladesh, al­cuni di questi gruppi sono colossi indu­striali e leader di mercato ( vedi sotto) ma il quartier generale di Grameen Bank ha un’aria decisamente austera: luci al neon, mobilio spaiato e di risulta, com­puter di quasi 20 anni fa, faldoni accata­stati come in una banca di metà ’800. Una signora velata dorme profondamen­te sulla scrivania delle segretarie, poi di colpo si sveglia e prende una chiamata. Nella sua lezione alla cerimonia del No­bel nel 2006, Yunus disse che la banca «di routine è in utile» (pari a 13,5 milio­ni di euro nel 2008) e certo i risultati so­no impressionanti: quasi otto milioni di clienti in 85 mila villaggi del Bangladesh prendono il microcredito di Grameen. L’azionariato è composto al 96% dalle donne mutuatarie (il resto è dello Stato), Yunus è «un dipendente» e sui benefici del microcredito esiste ormai una lettera­tura vasta e seria. Ora la banca deve fare i conti con sfide nuove. Per aiutare i villaggi colpiti dai ci­cloni sempre più frequenti per l’effet­to- serra, dice Yunus, «diamo nuovi pre­stiti anche se non cancelliamo quelli pre­cedenti: semmai estendiamo le scaden­ze », ampliando il portafoglio crediti. Fon­ti ufficiali di Grameen precisano che do­po Aila, l’uragano che un mese fa ha di­strutto i raccolti per 5 milioni di persone e le case di centinaia di migliaia, Grame­en ha cessato di incassare le rate e dato cibo, acqua, aiuti sanitari. Visto da Kalapara, 300 chilometri più a Sud sul Golfo del Bengala, il quadro ap­pare però alquanto diverso. Qui Aila ha devastato i campi, ucciso il bestiame, contaminato i pozzi. E la filiale di Tiakha­li Kalapara di Grameen Bank è passata a riscuotere la sua rata settimanale il gior­no dopo il ciclone, racconta la 35enne Ta­posi (il cognome non lo dà), portavoce di un gruppo di dieci donne clienti. Aiuti non se ne sono visti, mentre a novembre 2007 con il ciclone Sidr (10mila morti) la banca concesse l’equivalente di quasi cin­que euro per cliente, pari a due giorni di guadagno di un guidatore di risciò, e un’estensione di sei mesi delle scadenze. «Stavolta non hanno atteso neanche po­che ore per riscuotere», dice Taposi. Vista dai villaggi del Bangladesh, Gra­meen Bank sembra un’istituzione dete­stata e temuta. Quasi impossibile trovare qualcuno disposto a parlarne bene. Ja­mal Matubbar, 51 anni, consigliere co­munale indipendente di Kalaparouri, un centro a 20 chilometri dal Golfo del Ben­gala, è drastico: «Quella banca sta crean­do enormi problemi alla nostra comuni­tà, succhia il sangue alla gente come le formiche rosse». Taposi e il suo gruppo di co-mutuata­rie parlano, e a tratti piangono, come si sentissero prigioniere di Grameen. Fra le dieci nessuna ritiene di aver mai avuto un beneficio dai suoi prestiti. Il primo problema è la celebrata (in Occidente) obbligazione di gruppo nel caso di insol­venza individuale: gli altri clienti devono ripianare. Secondo la banca è un modo per responsabilizzare le comunità. Ma Ta­posi e le sue amiche devono autotassarsi quando una sola manca un pagamento, andando a loro volta in difficoltà: ciò mette Grameen Bank più al riparo dalle perdite ma crea liti e denunce nei villag­gi. La banca sostiene che non punisce mai gli insolventi («Non usiamo stru­menti legali»), ma non può ignorare che nei gruppi di clienti si litiga, ci si denun­cia, ci si pignora a vicenda e si entra in cause che a volte finiscono con la prigio­ne del debitore. A Kalapara, molti credo­no che questo sistema sia volto a scarica­re su altri, cioè sugli stessi clienti, il co­sto dei ricorsi e delle sofferenze. «Se ho un reddito di un dollaro — si chiede Ta­posi — perché devo pagare più di un dol­laro per un mutuo non mio?».
Un ulteriore problema è il nuovo credi­to preso per sostenere il vecchio, specie quando i prestiti di Grameen vengono usati per comprare da mangiare e non per un’attività. È quanto accade spesso in villaggi colpiti da cicloni o inondazio­ni, a maggior ragione perché Grameen inizia a riscuotere le sue rate settimanali già una settimana dopo aver concesso il credito. I casi in cui manca il tempo di far fruttare una nuova attività sono fre­quenti, quindi gli oneri da interessi si ac­cumulano: secondo Sheikh Hasina, pri­mo ministro del Bangladesh, possono ar­rivare al 36%. Renu Hawlader, 25 anni, racconta di aver chiesto un prestito da 20 mila taka (205 euro) per ristrutturare il negozio di riso del marito, ma ne ha avuti solo 10 mila («Anche se in otto anni non ho mai mancato una rata»). Dalla prima settima­na e per 50 in totale, come mostra il suo libretto di banca, Renu ripaga ora 200 taka di capitale, 30 di interessi e 20 di «deposito»: fa un onere del 12,5%. Pro­prio il «deposito» è la voce più contesta­ta dalle donne di Kalapara: non figura co­me interesse passivo, ma viene richiesto dalla banca e va su un conto di risparmio che, accusano Renu, Taposi e le altre, la filiale blocca per dieci anni. Ossia, fino a 9 anni dopo l’estinzione del debito. Gra­meen Bank non si impegna ex ante sul rendimento del deposito, ma chi riscatta i risparmi prima dei dieci anni non rice­ve interessi: solo il capitale, eroso dall’in­flazione. Kanan Bala, 43 anni, racconta: «Mio marito è falegname, dopo sette anni ab­biamo dovuto ritirare il deposito per la bottega e la banca si è tenuta gli interes­si. Sono con Grameen da 25 anni, ma per me non c’è sviluppo: ho provato a lascia­re la banca e per tre volte mi hanno offer­to nuovi fondi». Il «deposito» ha così un doppio effet­to: vincola le clienti (Taposi dice che cam­bierebbe istituto, se potesse riavere i suoi soldi) e finanzia Grameen Bank. L’at­tività dell’istituto è infatti alimentata per intero dai depositi, a un costo del capita­le dichiarato dell’8,56%. Grameen Bank contesta la versione di queste donne. Sostiene che pratica un in­teresse fisso del 10%, non richiede garan­zie né depositi, prende impegni preventi­vi sui rendimenti dei risparmi e versa in ogni caso gli interessi. Quanto alle rate re­clamate subito dopo i cicloni, afferma, «questa non è la politica della banca». Se­duto nel suo studio di Dhaka, Yunus pro­pone anche un sistema a colori per qua­lunque prodotto in vendita: «Rosso se nuoce al prossimo, giallo se c’è un dubbio in proposito, verde se non fa alcun male». Le filiali di Grameen nelle campagne del Bangladesh tendono al verde: spesso, so­no gli edifici più imponenti del villaggio.
Federico Fubini

Fonte: http://www.beppegrillo.it/cgi-bin/mt-search.cgi
e http://www.corriere.it/economia/09_luglio_04/microcredito_76768924-686d-11de-86b2-00144f02aabc.shtml

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