Amaro Lucano

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La richiesta di archiviazione della Procura di Salerno svela un complotto ai danni del pm De Magistris. E annuncia indagini contro chi lo ha accusato

di Monica Centofante

De Magistris andava fermato. E per questo era stata attuata contro di lui una complessa e raffinata strategia di delegittimazione mirata non solo ad interferire pesantemente nelle sue indagini, ma a distruggere la sua figura di magistrato sul piano mediatico. Un “lavoretto da 007” affidato ai vertici della sua stessa Procura, a un manipolo di onorevoli avvocati, a magistrati e politici indagati e ispettori ministeriali. Il tutto con la compiacenza del Csm che il 18 gennaio scorso aveva deciso per la sua condanna alla “censura, con pena accessoria del trasferimento d’ufficio ad altra sede e funzione”.
Diciamolo pure: la richiesta di archiviazione firmata lo scorso 5 giugno dai magistrati di Salerno è davvero un provvedimento – bomba. Uno di quelli che – se solo non fossimo in Italia – sarebbe destinato a far molto discutere. E molto preoccupare.
Quasi mille le pagine riempite dal procuratore Luigi Apicella e dal sostituto Gabriella Nuzzi per motivare la richiesta di scagionare Luigi De Magistris da tutte le accuse mosse contro di lui e per rovesciare quelle stesse accuse contro chi le aveva sollevate.
Nel caso specifico i protagonisti dell’inchiesta “Toghe Lucane” oltre a magistrati ed altri soggetti operanti nel distretto di Catanzaro per i quali sono attualmente in corso indagini coperte da segreto istruttorio (vedi box “Da accusatori ad indagati”). Tra questi giornalisti, faccendieri, avvocati e politici. Come quel Giuseppe Chiaravalloti – ex avvocato generale dello Stato presso la Corte d’Appello di Catanzaro, poi procuratore generale di Reggio e quindi presidente della Regione Calabria e commissario delegato per l’emergenza ambientale nonché indagato nel procedimento Poseidone – che al telefono con la sua segretaria, ignaro di essere ascoltato dagli inquirenti, aveva sentenziato: “De Magistris passerà gli anni suoi a difendersi”.
E questo perché, lo si evince dalla lettura del documento, “la correttezza formale e sostanziale” delle sue inchieste dava fastidio. “L’intensità e incisività” delle indagini da lui condotte interferiva con “certi affari” dei quali non si doveva parlare e che, per l’ennesima volta, si è tentato di coprire fermando il pm che li aveva scoperti. Un gioco di parole che fa da cornice al “contesto giudiziario in cui si è trovato ad operare il Pubblico Ministero Dr. De Magistris negli anni della sua permanenza a Catanzaro”. Connotato, si legge nella richiesta di archiviazione, “da un’allarmante commistione di ruoli e fortemente condizionato dal perseguimento di interessi extragiurisdizionali, anche di illecita natura”, che si riscontra in particolar modo nelle fughe di notizie delle quali veniva incolpato e in realtà create ad arte per “avviare una serie di interventi di carattere disciplinare e paradisciplinare a suo carico”. Al fine di giustificare la revoca delle indagini a lui affidate, fino al suo allontanamento dagli uffici di Procura.
“Alle continue ingerenze sull’attività inquirente – continua il documento– è risultata altresì connessa, secondo una singolare cadenza cronologica, la trasmissione di continue denunce e segnalazioni agli organi disciplinari e alla Procura di Salerno contro il Dr. De Magistris, che, oggi, si trova a essere sottoposto a numerosi procedimenti penali”. Mentre al vaglio dell’Ufficio di Salerno è “altresì l’ipotesi investigativa della indebita ‘strumentalizzazione’ di attività di indagine coordinate dalle procure di Matera e di Catanzaro nei confronti di collaboratori di Polizia Giudiziaria e di giornalisti di cronaca giudiziaria indicati come a lui ‘vicini’”. E accusati di essere parte di quel fantomatico complotto giudiziario-mediatico ripetuto per mesi, come un mantra, nei principali media nazionali, in particolare dopo l’iscrizione nel registro degli indagati dell’inchiesta Why Not dell’allora Presidente del Consiglio Prodi (ancora indagato) e dell’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella (posizione archiviata).
Insomma, una trama incredibile ed estremamente intricata. Un provvedimento che non può che tramutarsi in significativo precedente nel contesto tutto italiano del palese e manifesto attacco all’azione della magistratura inquirente e che in queste pagine proviamo a sintetizzare.
L’attacco

Le indagini condotte dalla procura di Salerno prendono le mosse da una serie di esposti e querele contro il pm De Magistris, presentati da magistrati e da altri soggetti sottoposti ad indagini nell’ambito dell’inchiesta Toghe Lucane. Un procedimento nato nel 2003, in Basilicata, e volto a fare luce sull’esistenza di un sodalizio criminoso in grado di condizionare l’attività delle istituzioni attraverso la collusione di soggetti interni alle stesse: da magistrati a forze dell’ordine, da amministrazioni comunali alla Regione Basilicata e ai Ministeri dello Sviluppo e della Giustizia. Con il chiaro fine di perpetrare truffe ai danni dello Stato, della Regione e della Unione Europea e, quindi, fare affari nel ghiotto settore dei finanziamenti pubblici per rimpinguare “non solo le tasche di privati, ma anche degli stessi partiti politici”. A tirare le fila – si legge nel decreto di perquisizione Tufano, dal nome di uno degli indagati – “centri di potere occulti” che operano in Lucania “con forti collegamenti con la Calabria e Roma”. Un livello di intoccabili in grado di operare in diverse parti del territorio nazionale al fine di orientare procedimenti penali, “delegittimare e condizionare (o tentare di farlo) appartenenti alle istituzioni che esercitano il proprio dovere, persone della società civile che ‘osano’ denunciare il malaffare esistente tra i cd. ‘colletti bianchi’, inermi cittadini che si imbattono, anche loro malgrado”, nell’orbita di quegli stessi centri di potere occulto.
Tra i principali indagati dell’inchiesta, condotta ovviamente dal pm di Catanzaro Luigi De Magistris – che ormai si avvia, “salvo imprevisti”, alla chiusura delle indagini preliminari – il sindaco di Matera in quota An Emilio Nicola Buccico, l’allora procuratore generale di Potenza Vincenzo Tufano, l’ex segretario provinciale di An Avv. Giuseppe Labriola, il procuratore del Tribunale di Matera Giuseppe Chieco, l’ex capo della Squadra Mobile potentina Luisa Fasano (attuale capo di gabinetto della questura di Potenza), l’ex presidente della giunta regionale della Basilicata ed ex sottosegretario allo Sviluppo Economico Filippo Bubbico, il sostituto procuratore generale presso la Corte di Appello di Potenza Gaetano Bonomi.
Insieme a Felicia Angelica Genovese, ex sostituto procuratore della Dda di Potenza, per un periodo procuratore facente funzioni e il marito Michele Cannizzaro, già direttore generale del locale Ospedale San Carlo.
Sono in particolare questi ultimi due, insieme ai dottori Tufano e Bonomi, a denunciare ripetutamente il pm di Catanzaro nel corso di tutto il 2007 per i presunti reati di abuso d’ufficio, calunnia e rivelazione di segreto d’ufficio in combutta con colleghi magistrati e con i giornalisti Annachiara Spagnolo, Stefania Papaleo, Carlo Vulpio, Carlo Macrì ed altri. Denunce che vengono rivolte non solo all’autorità competente di Salerno, ma anche al Consiglio Superiore della Magistratura e al Ministro della Giustizia Clemente Mastella.
Gli indagati lamentano sostanzialmente l’esistenza di un complotto ordito ai loro danni e teso a distruggere “la loro immagine professionale attraverso l’illecita strumentalizzazione delle funzioni giudiziarie” a non meglio precisati “scopi politico-giudiziari estranei alla causa istituzionale”.
Ma chi sono in realtà i coniugi Genovese e Cannizzaro e perché finiscono nelle carte del pm De Magistris?
Anche qui la storia è davvero complessa, come tutto il quadro indiziario di Toghe Lucane caratterizzato da ambigue e a tratti pittoresche archiviazioni. Ma basti sapere, per avere un’idea dei personaggi e dei fatti in questione, che proprio uno di tali provvedimenti figura tra le prove a carico dell’allora sostituto procuratore al Tribunale di Potenza.
Era il 2004 quando la Genovese, nell’ambito di un’indagine sulla Sanità lucana, chiedeva appunto l’archiviazione del procedimento in corso poco prima della nomina – avvenuta sostanzialmente in concomitanza con le indagini – del marito a Direttore Generale dell’Ospedale San Carlo di Potenza. Nomina effettuata da soggetti appartenenti alla stessa Giunta presieduta dall’Arch. Filippo Bubbico sulla quale il magistrato in questione stava indagando e da cui dipendevano anche i rapporti di convenzione con il centro fisioterapico denominato “Camillo Genovese”, diretto dallo stesso Cannizzaro.
Una circostanza che avrebbe dovuto determinare l’incompatibilità del magistrato per conflitto di interessi, ma che passò totalmente inosservata anche agli occhi dell’allora procuratore capo Giuseppe Galante, anch’egli poi destinato a finire nelle maglie della giustizia per la stessa vicenda.
In quell’occasione accadde infatti che il gip rigettò la richiesta di archiviazione proposta dalla Genovese (che a questo punto dichiarò la propria astensione dal procedimento) e, come si suol dire, ciò che uscì dalla porta rientrò dalla finestra. Perché l’indagine passò proprio nelle mani di Galante, il quale ripropose una nuova richiesta di archiviazione proprio mentre il figlio Marco riceveva un incarico di arbitrato da una Asl della stessa Regione Basilicata.
Indicativa è anche un’altra vicenda agli atti del procedimento: quella dei brogli elettorali di Scanzano Jonico, in provincia di Matera, risalenti al 2005. Quando la Genovese e il Galante omisero di provvedere all’iscrizione nel registro degli indagati dei nominativi dell’Avv. Giuseppe Labriola, massone (“legato all’Avv. Nicola Emilio Buccico e al Cannizzaro”) e della funzionaria di Corte d’Appello Eugenia Lo Nigro, “pur direttamente coinvolti nelle illecite nomine dei presidenti di seggio”, come scrivono i giudici di Salerno, anche perché incastrati dalle intercettazioni telefoniche. Un favore in cambio del quale la Genovese avrebbe ottenuto la nomina all’incarico di membro effettivo della Commissione Nazionale Antimafia grazie all’interessamento dell’Avv. Nicola Emilio Buccico, senatore di Alleanza Nazionale e in grado – come si evince dall’analisi dei tabulati telefonici del consulente tecnico Gioacchino Genchi – “di garantire protezione ad appartenenti al sodalizio e, comunque, ai suoi ‘amici’ magistrati”.
Solo una delle vie preferenziali della Genovese in seno al Csm, a giudicare da una conversazione telefonica risalente al 28 febbraio 2007 (giorno successivo alla esecuzione di perquisizioni nell’ambito del procedimento Toghe Lucane) tra l’indagata e Antonio Patrono, presidente della prima Commissione del Consiglio superiore della magistratura, deputata a verificare l’apertura della pratica di trasferimento di incompatibilità incolpevole del Dr. De Magistris. E che in data 9 gennaio 2008 ha interrogato i pm di Salerno sullo stato dei procedimenti penali a carico del magistrato.
Ebbene, nel corso del colloquio tra i due, entrambi membri del gruppo associativo di Magistratura Indipendente, Patrono tranquillizza la Genovese che “sollecita l’interessamento di altri componenti del Csm”, tra cui il Dr. Ferri e Giulio Romano, della sua stessa corrente, membro “della sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura e relatore della sentenza emessa nei confronti del Dr. De Magistris”. Nonché, per essere completi, sostenuto nelle ultime elezioni al Csm, dal Dr. Gerardo Dominijanni (sostituto procuratore alla Dda di Catanzaro) e dalla Dr. Caterina Chiaravalloti (giudice della Corte d’Appello di Catanzaro), rispettivamente nipote e figlia di soggetti coinvolti nelle inchieste del pubblico ministero.
Soltanto un accenno, dicevamo, al fitto e inquietante reticolo di rapporti che fa da sfondo all’inchiesta Toghe Lucane.
Dalla quale sono appunto partiti i magistrati di Salerno per poi allargare il campo ad una più ampia analisi del contesto storico-ambientale in cui sono maturati gli infondati attacchi mediatici, le denunce agli organi disciplinari, la raffica di interrogazioni parlamentari e le ispezioni ministeriali che hanno portato alla durissima sanzione del Csm del trasferimento ad altra sede e funzione del pubblico ministero.
Colpevole di aver condotto delicate indagini che hanno sempre visto il coinvolgimento di “pubblici amministratori, politici, imprenditori, professionisti, magistrati, rappresentanti delle forze dell’ordine”. E che secondo i dottori Nuzzi e Verasani “hanno finito, nel tempo, per esporre il sostituto procuratore di Catanzaro ad una serie articolata di azioni ostative al suo operato”.

Iniziano le fughe di notizie

La storia di De Magistris, analizzata nella richiesta di archiviazione dei magistrati di Salerno, inizia a Catanzaro nel 2005. E precisamente il 25 luglio, data dell’interrogazione parlamentare del senatore Ettore Bucciero da cui scaturisce la prima ispezione ministeriale nei confronti del magistrato e che aprirà la strada alla serie infinita di interpellanze che ancora oggi interferiscono insistentemente nel suo lavoro.
Oggetto dell’interrogazione, tutte le principali inchieste condotte dal De Magistris nel corso dei due periodi di permanenza in Calabria, il primo dei quali risalente al biennio 1996 – ‘98. Anni in cui prende le mosse l’indagine denominata “Shock 1” e relativa all’illecita gestione di “Villa Nuccia”: una clinica degli orrori, dove i malati venivano maltrattati e la struttura illecitamente impiegata per favorire esponenti della criminalità organizzata e intascare denaro per false perizie che avrebbero dovuto evitare il servizio militare. Principali indagati nell’inchiesta tale Alfonso Colosimo e il responsabile della struttura Antonino Bonura, difeso dall’Avv. Giancarlo Pittelli, oggi senatore del Pdl, che da lì in poi diverrà una presenza costante ai margini delle inchieste del magistrato catanzarese. Anche perché strettamente legato allo stesso Chiaravalloti, all’avv. Nicola Buccico nonché all’allora procuratore di Catanzaro Mariano Lombardi e poi all’aggiunto Salvatore Murone – i superiori di De Magistris – fino a che sarà a sua volta iscritto nel registro degli indagati dei procedimenti Poseidone e Why Not.
Già all’epoca, scrivono i magistrati di Salerno, si accompagnava al procedimento “una serie di tentativi volti a screditare l’operato della Procura, del Pm Dr. De Magistris e dell’Ufficiale di P.G. Capitano Attilio Auricchio”.
E tra gli accusatori del magistrato quel Giuseppe Chiaravalloti, “il cui nominativo era emerso nel corso delle intercettazioni telefoniche disposte nella medesima indagine” e che aveva scelto come legale lo stesso Pittelli.
Alle indagini su Villa Nuccia, erano poi seguite quelle denominate “Splendor”, “Caso Reggio” e “Global Service”, tutte messe in discussione nell’ambito dell’interrogazione parlamentare Bucciero, chiamata in causa dal sostituto procuratore generale di Potenza Gaetano Bonomi, poiché inserita nel contenuto del materiale documentale prodotto a supporto della sua denuncia del 22 maggio 2007 contro De Magistris.
Insieme, tra l’altro, a un documento di accusa del gruppo associativo di Magistratura Indipendente di cui – guarda caso – fanno parte alcuni dei magistrati del distretto di Catanzaro “indicati nelle segnalazioni trasmesse dal Dr. De Magistris ai vertici dell’Ufficio giudiziario”. E tra questi: la Dr. Maria Teresa Carè, figlia di Lucia Rubino, già assessore alla giunta comunale, indagata nell’ambito delle inchieste oggetto dell’interrogazione parlamentare Bucciero” e le già nominate – difficilmente super partes – Dr. Caterina Chiaravalloti e Dr. Felicia Angelica Genovese.
L’ispezione ministeriale seguita all’interrogazione Bucciero – che censura questi legami e che curiosamente è in tutto simile alle denunce presentate dall’on. Pittelli ai magistrati di Salerno – culmina nella relazione del 12 ottobre 2005. Quando è già in corso il procedimento Poseidone – su presunti illeciti che sarebbero stati compiuti nella gestione dell’emergenza ambientale – che vede appunto, tra gli indagati, lo stesso Giuseppe Chiaravalloti nella qualità di presidente della Regione Calabria e al tempo stesso commissario delegato per l’emergenza ambientale, accusato di associazione a delinquere, abuso d’ufficio, disastro ambientale, truffa ai danni dell’Unione Europea.
Un’iscrizione che non era piaciuta ai vertici dell’ufficio di De Magistris tanto che sia l’allora procuratore Lombardi che l’aggiunto Spagnuolo si erano rifiutati di firmare le bozze dei decreti di perquisizione a carico dello stesso Chiaravalloti che il sostituto aveva predisposto nel maggio di quell’anno.
Un rifiuto che a De Magistris era suonato come un campanello d’allarme, poi confermato dalle attività svolte dal consulente Genchi che a seguito della richiesta di firmare i decreti aveva registrato un’impressionante sequenza di contatti telefonici tra utenze intestate a Uffici giudiziari, magistrati, indagati, avvocati. Tra cui, neanche a dirlo, Chiaravalloti, Pittelli e Lombardi.
Sicuro della fuga di notizie De Magistris aveva in quel periodo deciso di anticipare al 16 l’atto di perquisizione previsto per il 18 maggio, che però non ebbe i risultati sperati e che successivamente fu annullato dal Tribunale del Riesame presieduto proprio dalla figlia di Chiaravalloti.
Interrogato lo scorso 3 marzo dai magistrati di Salerno il tenente Antonio Pisapia, già comandante del Ros di Catanzaro ricorda quei giorni. “Fu nel corso delle attività di intercettazione svolte nell’ambito dell’inchiesta ‘Global Service’ – dichiara – che comprendemmo che alcuni indagati conversavano in maniera molto concitata per l’esecuzione di alcuni provvedimenti. Nonostante tentassero di celare il vero oggetto della loro conversazione appariva a noi investigatori estremamente chiaro che si trattava di una pregressa conoscenza dell’attività che doveva essere compiuta nell’ambito dell’indagine Poseidone e che erano rimasti sorpresi del cambio di programma da parte degli inquirenti”.
Chi li aveva avvisati?

La strategia dell’attacco mediatico

Nell’estate del 2005 assume la carica di procuratore aggiunto di Catanzaro, con delega agli affari della procura ordinaria, il Dott. Salvatore Murone. Nomina appoggiata in seno al Csm dall’Avv. Nicola Buccico, divenuto nell’ultima legislatura senatore di An e attualmente sindaco di Matera. Quello stesso Murone che, come abbiamo visto, è strettamente legato all’Avv. Sen. Pittelli e il cui insediamento, sottolineano i magistrati di Salerno, “segnava cronologicamente l’inizio di un’articolata serie di azioni ‘ostative’ all’operato del pm De Magistris, esterne ed interne agli ambiti giudiziari”.
Come quella che segue all’emissione del decreto di perquisizione, nel quadro dell’inchiesta Poseidone, nei confronti della società Pianimpianti spa, riconducibile, tra gli altri, a Chiaravalloti e a Roberto Mercurio, legato all’on. Galati ex sottosegretario alle attività produttive con l’Udc.
E’ il 14 novembre 2005.
Il giorno successivo il ministro della Giustizia incarica l’ispettorato generale, che aveva appena terminato gli accertamenti sulla procura di Catanzaro, di svolgere autonoma indagine riguardo la posizione del sostituto De Magistris, “a fronte dello stratificarsi… di segnalazioni, interrogazioni parlamentari ed esposti nei suoi confronti”.
Mentre, a mezzo stampa, continuano misteriosamente ad uscire informazioni riservate sulle stesse ispezioni ministeriali e sulle indagini in corso.
Chi fa uscire le notizie?
Qualche mese più tardi, nel marzo del 2006, De Magistris e Isabella De Angelis – nel frattempo divenuta co-assegnataria dello stesso procedimento – emettono un decreto di perquisizione per un nuovo indagato: Lorenzo Cesa, segretario nazionale dell’Udc, a cui inviano avviso di garanzia.
A Murone la cosa non piace e con una nota scritta chiede ai sostituti i necessari chiarimenti.
Mentre, su La Gazzetta del Sud, viene pubblicato l’ennesimo articolo dai contenuti diffamatori nei confronti di De Magistris. Il quale, secondo l’autrice del pezzo, non dovrebbe più occuparsi dell’inchiesta Poseidone dal momento che un anno prima il Dott. Chiaravalloti aveva denunciato il pm alla procura di Messina per fatti successivi alla sua perquisizione e che a salvarlo da una condanna certa sarebbe intervenuta solo la prescrizione.
La lettura delle notizie contenute nel pezzo, come provato, è assolutamente falsa, ma serve, in quel frangente, a far scattare una seconda interrogazione parlamentare, questa volta promossa dal senatore siciliano di Forza Italia Basilio Germanà, che rivolgendosi al Ministro della Giustizia chiede di prendere adeguati provvedimenti per fermare quel magistrato “che non può più andare avanti così”.
Nessuno si occupa di verificare l’esattezza della fonte mentre in men che non si dica gli ispettori parlamentari sono di nuovo a Catanzaro.
Un pretesto che in quelle stesse ore, sottolinea la richiesta di archiviazione di Salerno, viene usato per permettere ai dottori Lombardi e Murone di co-assegnarsi il procedimento. Potendo così, a spiegarlo è lo stesso De Magistris nel corso della sua audizione, tenerne “sotto controllo tutti gli atti”.
L’articolo che aveva permesso questa “nuova mossa”, accerteranno i dottori Nuzzi e Verasani, era stato scritto da Betty Calabretta, moglie del segretario provinciale dell’Udc Calabretta (la donna si firma con il nome del marito) e in rapporti sia con il Lombardi che, in modo molto più stretto, con il Dott. Murone. E quindi da inserire nell’ambito di una precisa strategia che sarebbe servita a giustificare la revoca del procedimento al Dott. De Magistris.
A confermare ulteriormente questa versione, tra gli altri, il giornalista De Domenico dell’Ansa di Catanzaro che proprio in quei giorni avrebbe ricevuto dall’Avv. Pittelli un fax nel quale era fatta esplicita richiesta di diffondere la notizia dell’interrogazione Germanà.
Solo una delle tante che in quel periodo proseguono senza sosta, molte delle quali richieste proprio dal senatore Pittelli, ormai difensore dei principali indagati di tutte le inchieste intestate a De Magistris: da Poseidone a Toghe Lucane e, successivamente, a Why Not.
E momento apicale dell’attività di contrasto di Pittelli nei confronti del sostituto di Catanzaro è sicuramente l’ottobre 2006, mese in cui si verifica un fatto a dir poco inquietante: viene costituita, dallo stesso Pittelli, la società “Romanove srl”, che sarà successivamente oggetto di accertamenti nel corso dell’indagine Poseidone perché sospettata di essere una delle società utilizzate dall’avvocato senatore per intercettare i finanziamenti europei ed effettuare operazioni di riciclaggio. Ebbene, alla Romanove srl viene impiegato il figlio dell’attuale moglie di Mariano Lombardi.
Un fatto che avvicina ancor di più il procuratore al Pittelli, che qualche tempo prima era stato sorpreso a cena con lui, con il Dott. Murone e il con il Dott. Chiaravalloti.
Il principale indagato di un’inchiesta alla stessa tavola con il proprio avvocato e i titolari dell’inchiesta stessa.
Un bel quadretto fotografato per La Gazzetta del Sud proprio da Betty Calabretta in occasione della presentazione della candidatura al comune di Catanzaro, per la coalizione di centro-destra, di Mario Tassone. Alla presenza, inoltre, di Giuseppe Galati dell’Udc e dell’on. Maurizio Gasparri di An, “persone comunque interessate a vario titolo nel procedimento penale Poseidone”.
In quel periodo, intanto, le notizie delle inchieste di De Magistris continuano a conquistare le pagine dei giornali, ad anticipare notizie investigative conosciute soltanto dagli organi inquirenti, ad attaccare il magistrato attraverso articoli dai toni aspri.
Come quello a firma di Luigina Pileggi – dal titolo “Verifiche su incompatibilità, Germanà inopportuno che sia De Magistris ad indagare” – che falsamente annuncia l’apertura di un’inchiesta del Csm contro il sostituto, mentre è sempre la Calabretta a comunicare, il 20 giugno 2006, della nuova distribuzione di ruoli all’interno della procura di Catanzaro.
Dove ad assumere i rapporti con la stampa interveniva, da quel momento, Salvatore Murone e ciò con il preciso intento di “limitare il protagonismo attribuito ad alcuni sostituti”.
La strategia, già da allora, è infatti quella di addossare le colpe delle fughe di notizie proprio a De Magistris – una delle accuse più forti che gli verranno rivolte – con il preciso intento di sottrargli le indagini.
Una tattica che risulterà evidente già pochi mesi più tardi, nel settembre del 2006. Quando nell’ambito di un’inchiesta sulla Asl n. 9 di Locri – nata da un’interpellanza del 2005 dell’allora consigliere regionale Francesco Fortugno – il pm emette informazioni di garanzia nei confronti, tra gli altri, di Giovanni Luzzo e Giovanni Filocamo, zio del dottor Gerardo Dominijanni, sostituto della Dda. La notizia viene pubblicata su Calabria Ora in un articolo a firma del direttore Paolo Pollichieni e il successivo 23 settembre il Dr. Lombardi “prendendo spunto dalla indebita pubblicazione”, senza neppure interpellare il sostituto, sospende ogni attività di indagine. Mentre De Magistris tenta invano di parlare con lui e con Murone per fornire la sua versione dei fatti, Lombardi si nega perché impegnato nei festeggiamenti di un matrimonio al quale partecipa insieme all’avvocato Pittelli.

La sottrazione delle inchieste

Il 31 gennaio 2007, nell’ambito del procedimento Poseidone, De Magistris dispone in forma secretata l’iscrizione nel registro degli indagati per il sen. Avv. Giancarlo Pittelli e per il Generale della Guardia di Finanza Walter Cretella Lombardo.
“Il ricorso all’adozione di cautele tanto ‘straordinarie’ – scrivono i giudici di Salerno facendo decadere un’altra delle principali accuse rivolte al magistrato dagli organi ministeriali e dal Csm – alla stregua della situazione ambientale vissuta dal De Magistris appariva giustificato dall’emergenza di stretti rapporti interpersonali ed illegittime cointeressenze politiche ed economiche tra l’Avv. Sen. Pittelli , difensore di vari indagati ed egli stesso indiziato del delitto di associazione a delinquere e riciclaggio e i vertici dell’ufficio di Procura, nelle persone del procuratore Lombardi e dell’aggiunto Murone, co-assegnatari del procedimento e autori di evidenti ingerenze sulle iniziative investigative del Dr. De Magistris”.
All’iscrizione segue, il 15 febbraio, l’emissione del decreto di perquisizione, poi eseguito il 1° marzo, nei confronti dello stesso Cretella Lombardo “in quanto ritenuto, nella prospettazione accusatoria, associato ad un sodalizio criminoso finalizzato all’illecito conseguimento di finanziamenti dell’Unione Europea”.
La sua difesa, ovviamente, viene assunta dall’avvocato Pittelli.
E a poche ore dall’operazione la notizia è già nelle mani del giornalista dell’Ansa Ezio De Domenico, che si reca nell’ufficio di De Magistris per chiedere – senza ottenerle – delucidazioni in merito. Spiegando di avere avuto la “soffiata” proprio dal Pittelli.
Il precedente 6 febbraio, il sostituto di Catanzaro emette decreto di perquisizione per l’imprenditore Antonio Saladino, al centro dell’inchiesta “Why Not” volta a fare luce sull’esistenza di un presunto sodalizio criminoso che mira “a conseguire in modo illecito, anche con collusioni all’interno della pubblica amministrazione, finanziamenti pubblici, attraverso, tra l’altro, la costituzione di società operanti in territorio regionale”.
In quel momento il pubblico ministero non lo sa, ma Saladino è legato da stretti rapporti di amicizia sia con l’aggiunto Murone che con la dottoressa Rinardo, presidente del Tribunale del Riesame, il cui figlio lavora in una società dello stesso indagato.
Anche in questo caso, le fughe di notizie non tardano ad arrivare.
E in riferimento ad un articolo uscito su Il Quotidiano la dottoressa Alessia Miele ricorda le parole del Dott. Murone, che alludendo al sostituto procuratore sbandierava il giornale gridando: “Vedi questo fa reati e continua a stare in ufficio”, “userò ogni arma a mia disposizione pur di fermarlo”.
Nel frattempo De Magistris procede al compimento di importanti atti investigativi anche nell’ambito dell’indagine Toghe Lucane: iscrive nel registro degli indagati Nicola Emilio Buccico (abuso d’ufficio e favoreggiamento personale); chiede l’interrogatorio dei coniugi Genovese – Cannizzaro; ordina una serie di perquisizioni e il sequestro del villaggio turistico Marinagri, al centro dell’inchiesta.
Perquisizioni e sequestro sono previsti per il 27 febbraio. Il giorno precedente, mentre è in viaggio verso la Basilicata dove lo attendono gli uomini della Guardia di Finanza e il capitano Pasquale Zacheo, già comandante della Compagnia dei Carabinieri di Policoro, viene a sapere dai Carabinieri del Ros di Catanzaro che nel pomeriggio vi era stato un incontro tra il senatore Pittelli, l’on. Galati e il procuratore Lombardi. Proprio in quelle ore, annotano i magistrati di Salerno, trapelano le notizie delle operazioni in corso ai danni di magistrati della Basilicata.
Il successivo 28 febbraio è invece il maresciallo Miniaci a riferire al sostituto di Catanzaro che il procuratore, spinto da Murone, aveva preso in considerazione la possibilità di togliergli anche quei fascicoli, in quanto, a suo dire, non era stato informato dell’iscrizione di Buccico, ma che, poi, ci aveva ripensato.
“Proprio a seguito delle perquisizioni e di una serie di successivi importanti atti investigativi – si legge ancora nella richiesta di perquisizione – le ingerenze esterne ed interne sul procedimento divenivano sempre più pressanti.
L’indebita diffusione di notizie afferenti l’inchiesta – strumentalmente attribuita allo stesso Pm procedente – e le conseguenti denunce e segnalazioni degli indagati divenivano occasione per esercitare controlli sull’andamento delle indagini e sul contenuto degli atti investigativi anche da parte del procuratore aggiunto Dr. Murone, che del fascicolo non era formale assegnatario”.
E mentre il senatore Pittelli assume la difesa anche dei coniugi Genovese e Cannizzaro, viene notificata, nell’ambito del procedimento Poseidone, ormai alle battute conclusive, la sua iscrizione nel registro degli indagati.
De Magistris cerca Lombardi per comunicargli di persona la decisione presa, ma lui si nega mentre il Tg regionale dà la notizia, pare fornita dallo stesso Pittelli. E alla quale fa seguito un fax del senatore avvocato, indirizzato alla Procura di Catanzaro, dai toni alquanto aspri, usati non solo nei confronti del pm, ma dell’intero ufficio.
La risposta dei vertici della Procura all’intimidazione dell’avvocato non tardano ad arrivare. E il 29 marzo, mentre sta interrogando il supertestimone di Why Not Caterina Merante, De Magistris viene a sapere dall’Ansa che l’inchiesta Poseidone gli è stata revocata.

Ultimo atto?

Nei mesi successivi, mentre il pm di Catanzaro prosegue con le indagini Why Not e Toghe Lucane, la strategia di delegittimazione si ripropone uguale a sé stessa. Giornali locali e nazionali pubblicano costantemente “anticipazioni” sulle inchieste in corso mentre indagati ed avvocati presentano continui esposti e interrogazioni parlamentari. Ai quali si aggiungono, a partire da giugno del 2007, le denunce al Tribunale di Salerno sporte dai principali indagati dell’inchiesta Toghe Lucane.
Nell’estate del 2007 – e precisamente il 13 luglio – si verifica la fuga di notizie relativa all’iscrizione dell’allora presidente del Consiglio Romano Prodi nel registro degli indagati di Why Not. Mentre è in corso una nuova ispezione ministeriale che si conclude l’8 settembre con la proposta del vicecapo dell’’Ispettorato generale Dr. Mantelli di esercitare azione disciplinare nei confronti di De Magistris e Lombardi (ormai alla fine del suo mandato) con richiesta al Consiglio Superiore della Magistratura di adozione della misura cautelare del trasferimento ad altra sede e funzione.
La proposta viene accolta dal Ministero.
Alle accuse degli “007 di Mastella” si aggiungono il 27 settembre quelle del tribunale di Matera, diretto dal Dr. Chieco, anch’egli indagato da De Magistris e gli elementi investigativi raccolti dalla procura di Catanzaro.
Secondo Annunziata Cazzetta, il pm di Matera titolare di quell’indagine, nuove prove a carico di De Magistris emergerebbero da una serie di intercettazioni su utenze in uso a giornalisti – tra i quali Nicola Piccenna de Il Resto e Carlo Vulpio del Corriere della Sera – e il capitano Pasquale Zacheo.
Accuse ritenute assolutamente infondate, come provato dalle indagini di Salerno, che contestano l’interpretazione dei colloqui stessi “non aderente al loro reale contenuto” e non trovano alcun collegamento tra le fughe di notizie e i soggetti chiamati in causa.
Non solo.
Significativo, continuano, è che “molte delle conversazioni intercettate dalla procura di Matera sulla utenza in uso al capitano Zacheo ed intercorse tra questi e il pm De Magistris afferivano proprio alle indagini del procedimento penale n. 3750 / 03 /21 a carico, tra gli altri, della Procura e del Tribunale di Matera”. Insomma, gli indagati intercettavano il magistrato e il capitano che svolgevano accertamenti su di loro.
Ancora.
Per quanto concerne lo studio degli atti trasmessi dalla Procura di Catanzaro (Dr. Salvatore Curcio e Dr. Francesco De Tommasi), i dottori Apicella e Nuzzi, non solo non trovano il preteso collegamento tra De Magistris e i giornalisti autori degli articoli, ma confermano l’atteggiamento di stretto riserbo mantenuto costantemente dal magistrato. Tanto che, sottolineano, “sino a che la gestione dei dati informativi dei procedimenti è rimasta di esclusiva pertinenza del Dott. De Magistris – con l’adozione di cautele anche di carattere straordinario, tali da esporlo a contestazioni disciplinari – le c.d. ‘fughe di notizie’ non si sono mai verificate”.
E comunque, aggiungono, gli stessi giornalisti con i quali manteneva cordiali contatti, non erano in realtà “i primi autori delle indebite pubblicazioni”. I quali ultimi (ad esempio Paolo Pollichieni di Calabria Ora, Giacomo Amadori di Panorama, la stessa agenzia Ansa di Catanzaro) erano invece vicini ai “vertici dell’ufficio di procura di Catanzaro o degli organi di Polizia giudiziaria delegati alle indagini”. E nonostante questo, neppure sfiorati dagli accertamenti della procura catanzarese. Che ugualmente a quella di Matera non avrebbe per nulla preso in considerazione la possibilità dell’esistenza di “alternative fonti ‘privilegiate’”, “apparendo l’attenzione investigativa concentrata esclusivamente su soggetti (Capitano dei Carabinieri Zacheo, Nicola Piccenna, i giornalisti Carlo Vulpio e Chiara Spagnolo) considerati ‘vicini’ al Dr. De Magistris e a vario titolo ‘interessati’ alle inchieste Toghe Lucane e Why Not”.
Proseguendo nel racconto, i magistrati di Salerno ricordano ancora che il 14 ottobre 2007 viene iscritto nel registro degli indagati dell’inchiesta Why Not l’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella. E che anche questa volta fa seguito all’iscrizione l’indebita diffusione della notizia a mezzo stampa, alla quale segue, in tempi record, l’avocazione dell’indagine da parte del Procuratore generale facente funzioni Dolcino Favi.
Un’avocazione che avviene in circostanze da chiarire, così come da chiarire sono gli eventi successivi al provvedimento: l’attività condotta dalla Polizia Giudiziaria per le acquisizioni documentali presso la sede de Il Campanile, giornale dell’Udeur, la stessa fuga di notizie sull’iscrizione di Mastella, la lettera minatoria recapitata al Dr. De Magistris.
Elementi, si legge nella richiesta di archiviazione, attualmente al vaglio della Procura di Salerno “nell’ambito di diversi ed autonomi procedimenti attualmente in fase d’indagine”.
Situazione capovolta, quindi, della quale dovrebbe tenere conto la Procura generale della Cassazione che, invece, lo scorso 1° luglio davanti alle sezioni unite della Suprema Corte e nella persona del procuratore generale Antonio Martone ha chiesto la conferma della condanna al trasferimento e alla censura, addirittura aggravando la sua posizione.
Se questo dovesse avvenire dopo Poseidone e Why Not anche l’indagine Toghe Lucane sarebbe pericolosamente frenata. Perché chiunque riprendesse in mano quei fascicoli impiegherebbe mesi, forse anni, a ricostruire la fitta trama di fatti e rapporti contenuti nelle carte.
Mentre De Magistris non potrebbe più fare il pm e sarebbe costretto a subire un altro procedimento da parte del Csm per le nuove accuse a lui rivolte.
Con buona pace di chi disse “passerà gli anni suoi a difendersi”.


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Da accusatori ad indagati

“Il complessivo compendio probatorio acquisito ha indotto quest’Ufficio, nel dicembre 2007, a disporre l’iscrizione di procedimenti penali per gravi reati a carico di magistrati ed altri soggetti operanti del distretto giudiziario di Catanzaro, attualmente in fase d’indagini coperte da segreto”.
Così la richiesta di archiviazione della Procura di Salerno annuncia l’avvio di nuove indagini a carico di diversi soggetti coinvolti nelle inchieste del pm De Magistris e di altri che, secondo i dottori Luigi Apicella e Gabriella Nuzzi, rispettivamente procuratore e sostituto – avrebbero contrastato le indagini condotte dal pubblico ministero catanzarese. Il nuovo procedimento, si legge, sarà co-assegnato alla stessa Gabriella Nuzzi e a Dionigio Verasani che svolgeranno indagini a carico, tra gli altri, di Giancarlo Pittelli, Francesco Gambardella, Giuseppe Chiaravalloti, Antonio Saladino, Mariano Lombardi, Salvatore Murone, Adalgisa Rinaldo, Dolcino Favi.


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Trasferite quel magistrato

Lo ha chiesto il Pg della Cassazione Antonio Martone, lo scorso 1° luglio, alle sezioni unite civili della Suprema Corte presieduti da Raffaele Corona: De Magistris “è stato troppo disinvolto nei rapporti con la stampa” è per questo va trasferito. Non influisce quindi sulle decisioni della Procura generale la richiesta di archiviazione recentemente depositata dai giudici di Salerno, che in un documento di quasi mille pagine hanno chiesto “l’assoluzione” del pubblico ministero di Catanzaro Luigi De Magistris dalle infamanti accuse di abuso d’ufficio, calunnia e rivelazione di segreto d’ufficio.
Secondo Martone, De Magistris va punito e per questo ha chiesto la conferma della sanzione della censura e del trasferimento disposto dalla sezione disciplinare del Csm, nonché l’accoglimento parziale del ricorso presentato a Palazzaccio dall’allora ministro della Giustizia Luigi Scotti, contro le assoluzioni che il Tribunale delle toghe aveva pronunciato nei confronti del magistrato.
Il ricorso dell’ex Guardasigilli contro la sentenza del Consiglio superiore della magistratura, in particolare, riguardava alcune accuse – ritenute non fondate dal Csm – inerenti la sua presunta scarsa attenzione per prevenire la fuga di notizie sui procedimenti in corso e appunto i rapporti che De Magistris avrebbe tenuto con la stampa durante la conduzione delle sue inchieste.
Quindi, nel caso le Sezioni Unite accogliessero tutte le richieste di Martone non solo verrebbero confermate le azioni disciplinari di trasferimento d’ufficio e funzioni ma il Csm dovrebbe aprire un nuovo procedimento per valutare il comportamento di De Magistris in merito proprio ai suoi rapporti con la stampa.
Il parere definitivo delle Sezioni Unite della Cassazione non arriverà prima di 30 giorni e non è escluso che slitti a settembre poiché le sentenze civili, come appunto quelle sui provvedimenti disciplinari ai magistrati, sono pubblicate solo con motivazioni scritte della sentenza. Nella memoria difensiva presentata in Cassazione assieme al ricorso contro il verdetto del Csm De Magistris aveva dichiarato: “non potrà che essere acclarata la correttezza del mio operato e la mia serietà e dignità professionale”.

ANTIMAFIADuemila N°59

Fonte: http://www.antimafiaduemila.com/content/view/9886/78/

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