Stampa / Print
Da piccolo – da adolescente, cioè – il suo maestro di scrittura era Tommaso Landolfi, per la semplice ragione che lo scrit­tore era casertano e spesso si firmava così. Quasi come lui che frequentava il liceo di Caserta, copiando, per i suoi primi rac­conti di quindicenne, lo stile, appunto, di Lan­dolfi. Già a quel tempo, Roberto Saviano, del qua­le è uscito in questi giorni il secondo libro, La bellezza e l’inferno (Mondadori, pp. 252, e 17,50) che raccoglie gli articoli pubblicati negli ultimi cinque anni su diversi giornali italiani e stranieri, più due testi inediti, aveva ferma­mente deciso di diventare scrittore, se anche la mamma, insegnante di chimica, lo prende­va in giro per questo suo sogno. Sedicenne, osò mandare uno suo «pezzo» a Vincenzo Con­solo, il quale non soltanto gli rispose ma volle anche incontrarlo, e qualche anno dopo «Nuo­vi argomenti» pubblicava i suoi primi raccon­ti. Da grande i suoi maestri sono diventati per esempio Primo Levi e poi Carlo Levi, ma anche il polacco-partenopeo Gustav Herling oppure Curzio Malaparte o i dissidenti sovietici, e tutti quanti per la stessa ragione: hanno scritto sag­gi romanzati – un po’ come ha fatto lui con Gomorra -, il genere che preferisce perché racconta la verità con parole di fiaba. Qualche volta Roberto Saviano, autore mol­to invidiato per il numero sterminato di copie vendute, per la stima e la solidarietà testimo­niatagli dai più famosi scrittori del mondo e per essere stato invitato a parlare all’Accade­mia del Nobel di Stoccolma, qualche volta emerge dall’ombra obbligatoria alla quale è co­stretto e, dopo aver superato controlli e con­trollori, lo si può incontrare. Tre sono le cose che colpiscono: il suo pallore in una stagione in cui da Milano in giù sono quasi tutti già un po’ abbronzati, il che si spiega con il fatto che al mare, al lago o anche solo al parco lui non ci può andare, l’aspetto sorridente, niente affatto melanconico come pare in foto, e l’irruente fo­ga – comprensibile nel suo sostanziale isola­mento – nel parlare, spiegare, raccontare. «Non è soltanto invidia – precisa – io ho sentito l’odio, purtroppo, da parte di scrittori e giornalisti, anche amici di un tempo. ‘Hai fatt ‘e ‘suord? Vai giranno ‘e televisioni?’, mi han­no detto e mandato a dire trasformandomi in un personaggio ripugnante. Un po’ come quan­do i boss nei loro memoriali di denuncia con scherno supremo scrivono di me ‘noto roman­ziere’, cioè ‘noto contaballe’, magari anche un po’ omosessuale, offesa massima per i ca­morristi, o come quando il cartolaio di Casal di Principe mi sfotte divertendosi a sistemare Gomorra nel settore fiabe, accanto a Biancane­ve e Cappuccetto Rosso…». «Per difendermi – incalza – sono diventa­to cattivo, perché non è vero che le difficoltà migliorano l’uomo: lo peggiorano, invece, quasi sempre, e nella mia segregazione io so­no peggiorato. Mi ritrovo con una grande vo­glia di vendetta contro chi mi costringe a que­sta vita e talmente nervoso che mi rovino le mani dando cazzotti contro il muro. E chissà come sarei ridotto se non mi potessi sfogare allenandomi con uno degli amici che mi pro­teggono, pugile un tempo, prima di entrare nell’Arma. Nervoso per me ma anche per i miei familiari, in quanto porto la responsabili­tà del loro sradicamento, della loro forzata emigrazione». «Certo che ho guadagnato dei soldi – conti­nua inarrestabile – ma se così non fosse avrei già dovuto smettere di scrivere le cose che scri­vo perché non avrei i mezzi per difendermi dal­le querele che mi fioccano addosso da parte dei malavitosi, Raffaele Cutolo in testa, tutte vinte peraltro, per fortuna. Quanto alla stima e all’amicizia dei grandi scrittori stranieri, proba­bilmente sono vivo grazie a loro perché se al­l’estero non avessero seguito con passione e partecipazione il mio caso, temo proprio che non avrei avuto attenzione e protezione dal mio Paese. Nonostante il presidente Napolita­no – e gliene sono profondamente grato – abbia sempre mostrato sollecitudine nei miei confronti. E in tv ci vado quando arrivano nuo­ve minacce, perché la visibilità, la notorietà so­no una forma di tutela». Minacce che, in effetti, sono arrivate anche di recente, sotto forma di una lunga memoria dei boss Bidognetti e Iovine, letta in tribunale dal loro avvocato, nella quale si accusa Savia­no, il pm Raffaele Cantone e la giornalista Ro­saria Capacchione (nonché lo stesso giudice Federico Cafiero de Raho) di aver influenzato con i loro scrit­ti «prezzolati» l’andamento del processo a loro carico e perciò ritenuti responsabili di una eventuale condanna. Minacce per le quali la Procura di Napoli ha deciso pochi giorni fa di mettere sotto indagine anche l’avvocato in questione, Miche­le Santonastaso. Riflettendo sull’incredibile destino toccatogli, ci si chiede se c’è stata per Saviano la possi­bilità di scegliere, un momento nel quale decidere se prendere una strada normale oppure una difficile, un bivio davanti al qua­le ha percepito a che cosa pote­va andare incontro. La sua rispo­sta è incerta e fa pensare a Man­zoni: come don Abbondio il co­raggio non se lo poteva dare, co­sì, forse, lui non si poteva dare la fifa, per cui non è mai stata questione di imboccare una via oppure un’altra. E poi, c’era la sua ambizione… «Sì, un’ambizione da pecca­to mortale, la mia. Con Gomor­ra non pretendevo tanto di ave­re successo quanto di cambiare le cose, svegliare la gente, co­stringerla a vedere l’orrida realtà neppure tan­to nascosta». Poi però riconosce che forse un momento per decidere c’era stato, all’inizio, quando, alle prime notizie sulle minacce della camorra, il governo di Stoccolma gli aveva of­ferto di trasferirsi in Svezia. «Non sono anda­to perché cosa ci fa lassù uno abituato a vivere nei quartieri spagnoli di Napoli, in vicolo San­t’Anna a Palazzo, per la precisione, strada di cui ho grande nostalgia, dove ha vissuto Eleo­nora Fonseca Pimentel ed è nato Domenico Rea? Ma devo ammettere che non sono anda­to anche per quella mia ambizione da peccato mortale, e cioè la voglia di non dargliela vinta ai miei nemici». Ascoltandolo parlare, si ha l’impressione che, se anche, come sostiene, le difficoltà ren­dono peggiori, per qualche verso possano tut­tavia averlo reso migliore: per la frequentazio­ne assidua della scrittura, per esempio, per il confronto privilegiato con i grandi autori vi­venti, per il consumo intenso – favorito dal­l’isolamento – di letteratura. «È vero – rico­nosce – mi è stato tolto un mondo ma in cam­bio ne ho trovato un altro. E la scrittura è stata ed è medicina, piacere, casa, riconferma che esisto, ma anche straordinaria – forse unica per me – possibilità d’incontro, e non penso solo a libri e articoli ma anche a Facebook, che è la mia piazza, il mio bar, il mio ristorante, il mio giardino pubblico e la mia passeggiata a mare…». Da brillante studente di Filosofia qual è sta­to (laurea in tre anni prima del­l’avvento delle facoltà triennali) forse anche grazie alla prigione, Saviano ora ha allargato i suoi interessi alla storia, non solo quella criminale, alla letteratu­ra, alla giurisprudenza, al tea­tro, al cinema, al linguaggio. E poiché a farlo leggere, cercare, studiare e ristudiare è stata in primo luogo la malavita, è lì che non può fare a meno di ritorna­re con regolarità: «Proprio sta­mattina – dice – riflettevo su come sono paradossalmente at­traenti i nomi dei luoghi di cri­minalità più atroce: non è forse bello e leggiadro chiamarsi Ca­sal di Principe, dove regna la ca­morra? Oppure Filadelfia, terra di feroce ‘ndrangheta? Oppure Corleone, fino a non molto tem­po fa importante crocevia di ma­fia? E imperdonabile è che nes­suno di queste tre cittadine fos­se un borgo povero, ma al con­trario piuttosto prospero e fio­rente ». Al suo futuro Saviano osa pensare? Come se lo immagina? Cosa si aspetta? «Non penso praticamente ad altro. Sto lavo­rando a un racconto sulle paro­le pericolose, farò un monologo a teatro, ho in mente un nuovo libro e mi piacerebbe scrivere delle sceneggiature per cinema e tv. Ma anco­ra più che al mio futuro professionale penso a quello sentimentale. Voglio farmi una fami­glia e ci riuscirò nonostante le difficoltà. Le co­se che fanno gli innamorati, andare a passeg­gio, a prendere un aperitivo, a visitare un mu­seo, a cena fuori, mi sono tutte quante proibi­te, ma ci riuscirò lo stesso e sarà la mia vera vittoria. Salman Rushdie mi ha messo in guar­dia dicendomi che dovevo trovare il coraggio di uscire dalla mia prigione altrimenti il pub­blico ci si affezionerà troppo e vorrà continua­re a volermi rinchiuso».

di ISABELLA BOSSI FEDRIGOTTI

Fonte: http://www.robertosaviano.it/documenti/10034

About the author

Related Post

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e viene aggiornato senza alcuna periodicità, esclusivamente sulla base della disponibilità di materiale sugli argomenti trattati. Pertanto, non può considerarsi prodotto editoriale sottoposto alla disciplina di cui all'art. 1, comma III della Legge n. 62 del 7.03.2001 e leggi successive.