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La grande maggioranza (per la precisione, gli otto decimi) dei Comandamenti che i credenti… credono che il loro dio abbia affidato al “popolo eletto” dopo che la discutibile figura di Mosé andò a prenderseli due volte sul monte Sinai, è costituita da imperativi negativi: non fare questo, non fare quello, ecc.
Benché sarebbe illuminante sottolineare le molte incongruenze che questa leggenda spaccia per verità indiscutibili, fisseremo invece l’attenzione sull’aspetto neurologico che implicano questi imperativi al negativo. Alcuni studi dei neurologi Marcel Brass e Patrick Haggard sui “freni morali” hanno tracciato la linea di confine fra il comportamento razionale e quello istintivo. In sostanza, distinguere chi è capace di frapporre il “pensiero” fra l’istinto di fare un’azione e il compierla (autocontrollo) da chi invece la compie senza pensarci, è un’informazione importante anche per la comprensione di alcuni disturbi psichiatrici come i disordini della personalità e le dipendenze.
La tesi è tutt’altro che accertata. Ma se lo fosse, la nostra libertà decisionale potrebbe essere misurata dalla quantità di
inibizioni che, anche sotto forma di motivazioni, scuse e giustificazioni, riescono a “infilarsi” fra l’impulso e l’azione. Che è
un lavoraccio giacché, come ha calcolato il fisiologo statunitense Benjamin Libet, i nostri freni inibitori hanno un tempo massimo di 200 millisecondi per “decidere” se l’impulso può diventare un’azione concreta oppure no.
In questo senso, dunque, gli imperativi al negativo (come i Comandamenti del Vecchio Testamento, ma pure certi ordini militari) raggirano l’ostacolo di lasciar decidere cosa fare e cosa no: non si fa, punto. “Peccato” che, alla luce degli studi citati, gli imperativi al negativo partano dal presupposto che chi deve obbedire non possa o non debba “pensare”…

Fonte: http://uaarnapoli.wordpress.com/2009/06/27/perche-i-10-comandamenti-sono-imperativi-al-negativo/

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