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di Giuseppe Bertola 18.06.2009

La disoccupazione cresce in Europa a ritmi superiori a quelli del passato. E con un andamento simile a quello degli Stati Uniti. La recessione di oggi interviene infatti su mercati del lavoro europei resi più flessibili dalle riforme degli ultimi anni. Ciò non significa che sia auspicabile tornare alle rigidità del passato, come invece potrebbe accadere sull’onda della crisi. Serve invece un approccio integrato e, per quanto possibile, coordinato nella regolamentazione del mercato del lavoro e dei mercati finanziari, per garantire la stabilità di entrambi.
Il tasso di disoccupazione in Francia e nell’Eurozona è, in questo momento, pressappoco allo stesso livello di quello degli Usa e progredisce allo stesso ritmo: è un fatto piuttosto inconsueto. Il grafico 1 mostra che negli anni Sessanta il livello di disoccupazione in Francia e negli altri Stati europei era molto più basso che negli Stati Uniti. È aumentato costantemente negli anni Settanta, all’epoca della crisi petrolifera, per raggiungere e superare negli anni Ottanta il livello degli Usa. Solo negli anni Novanta – e fino al 2007 – anche in Europa ha iniziato a ridiscendere.Grafico 1

Fonte:World Bank, WdiDISOCCUPAZIONE SEMPRE PIÙ VICINA AGLI USAPoi è venuta la crisi. Nel 2009 il tasso di disoccupazione di Francia e Stati Uniti è di nuovo allo stesso livello, con la stessa tendenza ad aumentare rapidamente. All’epoca della crisi petrolifera degli anni Settanta, la disoccupazione non era cresciuta in Europa così rapidamente come negli Stati Uniti, inducendo alcuni eminenti economisti americani a esprimere apprezzamenti nei confronti del mercato del lavoro europeo. Oggi invece, in Europa, la ciclicità della disoccupazione appare ben diversa da allora, e assomiglia sempre più a quella di oltre Atlantico.
Il grafico 2 mostra che la disoccupazione negli Usa è aumentata dello 0,4 per cento per ogni punto percentuale di diminuzione del Pil, e questo sia nel periodo 1962-1982 che tra il 1983 e il 2007. Assumendo ancora una volta la Francia come esempio, il tasso di disoccupazione medio, registrato negli anni Sessanta-Ottanta, era stato solo dello 0,14 per cento per ogni punto di decremento del Pil, mentre in tempi recenti si è uniformato a quello degli Usa.Grafico 2

CRISI E VECCHIE RIGIDITÀIl fatto che la flessibilità sia arrivata anche nei mercati del lavoro europei ha importanti implicazioni politiche. Fino a pochi anni fa i governanti si preoccupavano per le pressioni inflazionistiche “di secondo impatto”, che si facevano sentire quando i sindacati negoziavano i rinnovi contrattuali. È stato quindi consolante constatare, attraverso i risultati empirici del Wage Dynamics Network, che la deregulation, la desindacalizzazione e la concorrenza internazionale avevano aumentato la flessibilità del lavoro, limitando le rivendicazioni retributive e, di conseguenza, i rischi di inflazione di secondo impatto.
Oggi, per contro, mentre lo tsunami che ha colpito gli azionisti sta per ripercuotersi sulla classe lavoratrice, quelle rigidità di lavoro e salari avrebbero potuto essere utili, contribuendo a stabilizzare la domanda interna. Paesi come la Spagna, che hanno registrato risultati eccezionali in termini di crescita economica e di occupazione, grazie alla deregolamentazione del mercato del lavoro, si trovano oggi sull’orlo dell’abisso. Forse che gli straordinari aumenti del tasso di occupazione, ottenuti grazie alla deregulation del mercato del lavoro, erano illusori e costruiti sul nulla, al pari degli astronomici profitti finanziari, che derivavano solo da un effetto-leva mal interpretato e non regolato?
Se davvero è stato in virtù della deregulation che in Europa si è registrato un lento calo della disoccupazione, sarebbe stolto reintrodurre ora le vecchie rigidità solo perché, con la crisi, la disoccupazione aumenta rapidamente. Il Pil francese dovrebbe diminuire di circa il 3per cento nel 2009 e si prevede un calo dell’occupazione altrettanto significativo, che tuttavia, come si evince dal grafico 2, rappresenta solo la metà della differenza tra il tasso medio di disoccupazione francese del periodo 1975-1985 e quello del 1985-1995.
Eppure, è possibile che si reintroducano le vecchie regole che irrigidivano il mondo del lavoro. Infatti, in questi ultimi decenni, la disoccupazione e le istituzioni che regolavano il mercato del lavoro non hanno solo interagito tra loro, ma sono state fortemente influenzate dalle due grandi tendenze strutturali dell’epoca: l’integrazione economica internazionale e la finanza. Quando le curve dei tassi di disoccupazione europei e americani si sono incrociate, nei primi anni Ottanta, stava iniziando il processo di globalizzazione, che amplificava i costi di un mercato del lavoro rigido, specie in termini di efficienza riallocativa del lavoro e di incentivi verso nuovi impieghi. Negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, il livello di disoccupazione europea è rimasto alto, e la crescita debole, perché le istituzioni del mercato del lavoro, che pure sino allora avevano saputo assicurarne un corretto funzionamento, erano incapaci di affrontare le nuove sfide, derivanti dalla competizione dei mercati. Logica conseguenza sono state riforme ispirate a un criterio di elevata flessibilità.
La rilevanza empirica dei rapporti tra queste riforme e l’integrazione economica è confermata dall’esperienza dell’Unione economica monetaria. In teoria, una forte concorrenza internazionale, basata su “un mercato, una moneta”, avrebbe dovuto aumentare le implicazioni negative della regolamentazione e ridurne l’interesse. In realtà, i paesi dell’Unione monetaria hanno sperimentato una deregulation assai veloce per quanto riguarda i mercati di beni e una più circoscritta deregulation del mercato del lavoro, limitata quasi esclusivamente al settore dei lavoratori a tempo determinato. (1) Ciò non toglie che l’occupazione sia salita e la disoccupazione sia diminuita in tutti i paesi dell’Uem, soprattutto in quelli dalla forte integrazione economica.
Tuttavia, la rigidità del mercato del lavoro non riduce solo la produttività, rende stabili e meno diseguali i redditi da lavoro: i cambiamenti apportati al mercato del lavoro spiegano tutto l’aumento delle diseguaglianze registrato in seno all’Uem.. (2)
I mercati internazionali possono anche apprezzare molto la flessibilità del mercato del lavoro. I lavoratori, però, non apprezzano affatto l’insicurezza che ne deriva, soprattutto se non possono accedere ai mercati finanziari per compensare la fluttuazione dei loro redditi.
Come mostra il grafico 3, il credito al consumo è ampio laddove il mercato del lavoro è più flessibile e la durata dei contratti di lavoro più breve. Dal momento che i mercati del lavoro rigidi non riuscivano a far fronte all’internazionalizzazione della produzione, si è tentato negli anni Novanta e nei primi anni Duemila di neutralizzare gli effetti negativi della disoccupazione, non solo mediante la deregulation, ma anche grazie al vigoroso sviluppo dei mercati finanziari.Grafico 3

Il pessimo andamento dei mercati finanziari durante la crisi ha prodotto una totale sfiducia nella loro capacità di proteggere i consumi dei lavoratori dagli shock della domanda di lavoro: ecco perché si potrebbe assistere ad un’inversione di tendenza nelle riforme del mercato del lavoro. I governanti, tuttavia, non dovrebbero riformare le loro politiche in materia di mercato del lavoro frettolosamente e senza consultarsi. Come nei mercati finanziari, anche in quelli del lavoro, ottimi risultati nel passato non garantiscono guadagni nel futuro, mentre le politiche devono essere prevedibili e lungimiranti. Solo un approccio integrato e, per quanto possibile, coordinato nella regolamentazione del mercato del lavoro e dei mercati finanziari sarà in grado di offrire stabilità e potrà contrastare la disintegrazione economica internazionale.
(1) In proposito si veda Alesina, Alberto, Silvia Ardagna e Vincenzo Galasso (2008) “The euro and structural reforms” NBER Working Paper 14479. E Bertola, Giuseppe (2008) “Labour Markets in EMU: What has changed and what needs to change,” European Economy – Economic Papers 338, Commissione Europea, and CEPR DP 7049.
(2) Bertola, Giuseppe (2009) “Inequality, Integration, and Policy: Issues and evidence from EMU” CEPR DP 7251.

Fonte: http://www.lavoce.info/articoli/-lavoro/pagina1001162.html

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