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di Franco Cardini – da francocardini.it

Ad alcuni giorni dalle ultime elezioni in Iran, i media di tutto il mondo occidentale, sia pure con qualche sfumatura, ci hanno proposto uno schema interpretativo abbastanza semplice.

L’Iran è guidato da un regime fondamentalista che tuttavia mantiene alcune parvenze di democrazia e di pluralismo (molti partiti politici, giornali e televisioni differenti ecc.); le ultime elezioni sono state pesantemente manipolate, sia attraverso il sistematico uso dell’intimidazione e della repressione, sia attraverso autentici brogli elettorali (perfino urne scambiate); tuttavia, dinanzi alla massiccia, coraggiosa e prolungata protesta popolare, le autorità si sono spinte fino a promettere un riconteggio dei voti; senonché, a detta di alcuni osservatori e di taluni oppositori, tale riconteggio non porterebbe a nulla sia perché si svolgerebbe comunque in un clima d’incertezza e di violenza, sia perché le autentiche schede sono state almeno in buona parte distrutte e sostituite; per cui, l’unica strada possibile per un qualche ristabilimento della legalità democratica sarebbe procedere a nuove elezioni sotto lo stretto controllo di osservatori delle Nazioni Unite, cosa che il governo non è disposto a concedere. Si sta quindi andando o verso una situazione di compromesso che non piacerà a nessuno, soprattutto alle opposizioni; o verso uno scontro frontale.

Un quadro semplice. Ma tutti i problemi hanno sempre una risposta semplice. Peccato solo che, di solito, si tratti di quella sbagliata. Il punto di partenza, per noi, non può essere che una constatazione. Quella iraniana è una società complessa. Cerchiamo quindi di capirci qualcosa.
I media occidentali hanno quasi tutti e costantemente cercato di accreditare l’idea che in Iran viga una “dittatura”. In passato – ricordate le proteste del 1999, che nel nostro paese unirono destra e sinistra? – si è accusato di essere una specie di dittatore perfino Khatamy, oggi considerato un garante dei valori democratici; eppure, a suo tempo, gli attacchi da parte dell’Occidente furono una delle cause della sua sconfitta.

L’Iran non è soggetto ad alcuna dittatura. Il suo è piuttosto l’equilibrio complesso e non facile a riformarsi tra una società civile che per certi versi ricorda piuttosto il primitivo sistema sovietico – una pluralità di soggetti politici fluidi e litigiosi – controllato però da un “senato” religioso. Questo sistema sta cercando con scarso successo d’ingabbiare una società civile anagraficamente giovane, in generale colta e preparata (l’Iran e uno dei paesi che conta più laureati al mondo), dove l’occidentalizzazione frutto d’una sessantina d’anni circa di governo europeizzante della dinastia Pahlevi ha inciso fortemente, ma dove la “rivoluzione islamica” del 1979 è stata sul serio corale e popolare. Alla vigilia delle ultime elezioni, si è molto parlato di “conservatori” e di “riformisti” (termini superficiali e inadeguati rispetto alla situazione concreta), ma si è “dimenticato” di osservare come i quattro candidati avevano nei rispettivi programmi elettorali alcuni punti in comune: alla rivendicazione di un forte orgoglio nazionale, la ferma intenzione di procedere sulla linea della rivoluzione vinta nel ’79 da Khomeini, la volontà di continuare il programma teso a dotare il paese di un potenziale nucleare a scopi pacifici.

I candidati erano quattro: Mahmoud Ahmedinejad, cinquantatreenne, che ha promesso di continuare sulla sua strada; Houssein Mousavi”, sessantesettenne, un’esperienza di primo ministro nel 1981, che rimprovera ad Ahmedinejad una politica estera dai toni troppo accesi che gli avrebbe alienato tutto l’Occidente e confida in Obama per avviare un processo di distensione; Mohsen Rezai, cinquantasettenne, ex generale dei pasdaran, che rinfaccia ad Ahmedinejad scarsa abilità e molta trascuratezza nella conduzione economico-finanziaria del paese; e Mehdi Karrubi, settantaduenne, membro del “clero” sciita, ex presidente del parlamento, considerato un “riformista”.
La costituzione iraniana è un modello di complesso equilibrio di forze. Il suo motore è il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione (dodici membri, per metà religiosi nominati dalla Guida Suprema e per metà giuristi nominati dal Parlamento), che seleziona i candidati alle istituzioni statati, può opporre il veto alle leggi approvate dal Parlamento e propone una lista di candidati al ruolo di Vali-e faqih (Guida Suprema) a un’Assemblea degli Esperti eletta dal popolo. La Guida Suprema ha praticamente le prerogative di un capo di stato in una repubblica strettamente presidenziale, in particolare il diritto di nomina delle alte cariche statali. Invece il Presidente della Repubblica, in carica 4 anni, è una specie di capo del governo e nomina i ministri (salvo approvazione del Parlamento).

Quel che ora è in atto è un braccio di ferro tra il “partito dei religiosi”, che in realtà è fautore di un programma di distensione con l’Occidente e si appoggia a un elettorato nel quale i ceti benestanti sono molto forti, e quello che Renzo Guolo (“La Repubblica”, 17.6.2009) chiama il partito dei “senza-turbante”, gli islamisti radicali seguaci di Ahmedinejad che propugnano una politica sociale più decisa e hanno l’appoggio dei ceti più poveri della popolazione. Contrariamente a quel che si tende a creder da noi, i più estremisti sono i “laici”, non i “religiosi” che portano il turbante. Ma Ahmedinejad negli ultimi quattro anni ha governato con il pieno appoggio di Ali Khamenei, lo ayatollah Guida Suprema: e ha riempito i suoi diretti collaboratori e i suoi seguaci di poteri, di privilegi, anche di danaro. E’ ovvio che ora essi vogliano tener duro: il loro obiettivo, del resto, è trasformare la repubblica islamica in un vero e proprio regime.

Tuttavia il punto debole degli avversari di Ahmedinejad, i moderati appoggiati da buona parte del clero, è proprio la corruzione: uno degli uomini piu ricchi dell’Iran è il Presidente dell’Assemblea degli Esperti, Akbar Hashemi Rafsanjani: e i suoi cospicui patrimoni sono alquanto sospetti. Il suo ruolo è comlesso e cruciale: egli è in realtà presidente del “Consiglio per la determinazione del bene comune” (majma’e tashkhis e maslahat, spesso tradotto in inglese con “Expediency Council”, perchéèe l’organismo che può rendere “islamica” – per mezzo appunto di un “espediente” giuridico – una legge che islamica non è, sulla base dell’interesse comune) e appunto l’Assemblea degli esperti (majles-e khobregan), che in linea istituzionale ha il potere di destituire la stessa Guida Suprema.

Forse esagerano dunque coloro che parlano, a proposito dei brogli e delle violenze, di un “colpo di stato” da parte di Ahnedinejad e dei suoi fautori. Certo però lo scontro è stato violento e l’opposizione sembra ben piu numerosa del 35% che sarebbe emerso dai conteggi ufficiali; in ogni caso, è agguerrita e non intenzionata a cedere. E un commento uscito il 14 giugno dall’autorevole penna di Ali Ansari fa pensare che i brogli ci siano stati davvero, per quanto sia difficile il provarlo.

Che cos’hanno quindi portato di nuove, queste elezioni? I conteggi ufficiali parlano di un 65% guadagnato da Ahmedinejad: ma le proteste della minoranza, soprattutto dei fautori di Mousavi, sono state tante e tanto dure e corali da indurre il prudente Khamenei a promettere un riconteggio dei voti. Alle opposizioni, ciò non basta: ma, anche se appare difficile che il governo iraniano acceda alla loro pretesa di un controllo dell’ONU su nuove elezioni – e bisogna dire che nessun paese sovrano accetterebbe mai una condizione del genere -, l’eco internazionale di quel che sta accadendo in Iran è stato troppo forte e corrisponde a una vera e propria sconfitta politica di colui che almeno formalmente è il trionfatore elettorale.

Con tutto ciò, non bisogna dimenticare due cose. Primo, la sostanziale coralità e fermezza di tutti gli schieramenti politici sui fondamenti della repubblica islamica e della sua stessa politica estera. Opposizione all’America, richiesta di soluzione del problema palestinese, esigenza di proseguire sul cammino dell’acquisizione del nucleare civile pur nel rispetto del trattato di non-proliferazione. Se questa è una crisi, lo è nel, non del sistema. E Ahmedinejad, che è subito volato a Mosca, lo ha confermato: l’era dell’impero unilateralistico statunitense è finita, il suo paese è tutt’altro che isolato, l’asse con la Russia tiene, i rapporti con la Cina e con molti paesi dell’America latina sono buoni.

D’altronde, anche da parte occidentale si sono fatti degli errori. E’ vero che la censura governativa è intervenuta pesantemente contro alcuni giornalisti, ma è non meno vero che molti servizi usciti dall’Iran durante e subito dopo la competizione elettorale non brillavano per equità: filmavano esclusivamente le manifestazioni dell’opposizione, mandavano in onda interviste prese solo nei quartieri della buona borghesia di Teheran da sempre roccaforte degli avversari di Ahmedinejad e perfino dei nostalgici dello shah. Ci sono senza dubbio state violenze: mancano però le prove che le urne siano state sostituite e, quanto alle vittime, una decina di morti e centinaia di feriti sono senza dubbio un bilancio pesante: ma non certo un bilancio da tirannia. La repressione dei basaji – le milizie paramilitari ahmedijaniste – ha dato risultati piu simili a quella di Genova in occasione del G 8 del 2001 che non a quella di piazza Tienammen: e ciò vorrà ben dire qualcosa. Un pacato commento di Abbas Barzegar sul “Guardian” del 13 scorso, un organo molto autorevole, sottolinea che Teheran all’indomani delle elezioni sembrava sì in rivolta, ma soltanto su due viali dell’area settentrionale abitata dai ceti benestanti, mentre nel resto della città le manifestazioni di giubilo dei sostenitori di Ahmedinejad erano diffuse, imponenti e spontanee.

L’episodio politico al quale stiamo assistendo è insomma un momento “caldo” della lotta per il potere tra due fazioni: da una parte i moderati che hanno la loro punta di diamante in Rafsanjani e i loro esponenti in Mousavi e Khatami, e che auspicano una distensione con l’Occidente contando sull’apertura dimostrata da Obama; dall’altra i radicali il vero capo dei quali resta Khamenei, che mirano a un rafforzamento del carattere islamico dello stato e che credono non tanto nell’intesa con l’Occidente, quanto nella creazione di un fronte internazionale politicamente, economicamente, tecnologicamente e militarmente alternativo ad esso. Obiettivo ultimo del fronte radicale è la trasformazione della jomhuri , la Repubblica Islamica, in un “Sistema” – nezam, così definisce costantemente la stato islamico l’ispiratore religioso di Ahmadinejad, l’ayatollah Mohammad Taqi Mesbah-e Yazdi – non contaminato da strutture politiche non islamiche. Il fatto che la Guida Suprema abbia ammesso la possibilità dei riconteggi (quindi, implicitamente, dei brogli) fa intravedere un progetto tattico teso a evitare sia lo scontro frontale sia la repressione troppo pesante facendo “rientrare” la protesta mediante patteggiamenti e concessioni politiche.

Restano comunque del tutto inutili per comprendere la situazione, anzi pericolosi e dannosi, gli appelli come quello lanciato sul “Corriere” del 16 scorso da Bernard-Henry Lévy: il clima a Teheran è pesante, ma non “di terrore”; e il riferimento a un eventuale rafforzamento di Ahmedinejad come “un pericolo terribile per il mondo intero, perché dotato di un arsenale nucleare che non esiterebbe a mettere immediatamente al servizio dell’Imam nascosto e della sua apocalittica riapparizione” sarebbe solo ridicolo, se non fosse irresponsabile. Tutti sanno che l’Iran non dispone ancora nemmeno del nucleare civile: come potrebbe mai minacciare sul serio di distruzione nucleare Israele, che invece il nucleare militare ce l’ha eccome? E si può davvero continuare a fingere di non sapere che eventuali pulsioni fondamentaliste e apocalittiche allignano anche in Israele, e che da lì non sono mancate voci che hanno affermato di esser pronte a servirsi dell’arma nucleare?

Sono state comunque elezioni importanti. Auguriamoci che esse non conducano a un aggravarsi della tensione – ma la prospettiva d’una “guerra civile” appare improbabile – o al prevalere della repressione nella sua forma più dura, che condurrebbe all’autoritarismo teorizzato da Mesbah-e Yazdi. La richiesta di nuove elezioni, avanzata ora con fermezza dalle opposizioni, serve in realtà ad alzare il costo della normalizzazione della vita civile: forse si punta a un “governo di unità nazionale”, nel quale il potere di Ahmedinejad verrebbe ridimensionato. I principi della repubblica islamica, quelli del 1979, appaiono ben radicati tra gli iraniani e confermati dal fatto che tutti gli schieramenti li condividono: che a Mousavi sia andato anche il voto degli antikhomeinisti irriducibili è poco rilevante, dal momento che essi sono obiettivamente una minoranza. Ma il vero duello è tra la fazione di Khamenei e quella di Rafsanjani-Khatami, che prospettano due differenti configurazioni del sistema mondiale di alleanze. Il prevalere dei “moderati” dipenderà dunque in una qualche misura dalle mosse dell’Occidente, soprattutto del presidente degli Stati Uniti: al quale spetta il difficile compito di comporre le esigenze di riaprire il dialogo con l’Iran con le richieste che gli provengono da Israele, e che a loro volta sono spesso ispirate da istanze estremistiche. Questo appare, a tutt’oggi, il vero rischio.

Fonte: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=9277

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