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di Francesco Lamendola

Si deve considerare più ignorante chi non sa nulla di una data cosa oppure chi, sapendone poco e male, presume nondimeno di conoscerla in maniera adeguata?

Non si tratta per niente di una curiosità accademica, ma di una questione che ha un notevole impatto sulla nostra vita quotidiana; e che è particolarmente vistosa nella società di massa, popolata da una folla di sofisti i quali, in buona o in mala fede, sono costantemente impegnati a piazzare della merce culturale di cui nulla conoscono, se non, appunto, le tecniche di vendita più efficaci. Situazione che è, evidentemente, assurda, come lo sarebbe se tutti i fornai, o la gran parte, non sapessero nulla della farina, del lievito, della impastatrice, ma conoscessero a perfezione la dialettica con cui convincere i clienti ad acquistare il loro pane e a persuaderli della sua eccellenza; o come se gran parte dei giardinieri non s’intendessero affatto di piante, di innesti e di concimi, anzi non avessero neppure il dono d’un minimo di «pollice verde», ma in compenso sapessero come far credere che nessuno sarebbe capace di coltivare un roseto o mettere un olivo a dimora, meglio di come sarebbero in grado di fare loro.
La società di massa ha trasformato ogni forma di artigianato e, di conseguenza, ogni forma di apprendimento, in una tecnica di produzione industriale; anche la cultura, pertanto, soggiace in pieno a tale logica.

Si prenda il caso dei viaggi a scopo culturale.

Un tempo i rampolli delle famiglie aristocratiche destinavano circa tre anni della propria vita al compimento del «Gran Tour», vero e proprio viaggio di formazione, che coronava gli studi superiori e universitari e, toccando le maggiori città e luoghi d’arte del continente europeo, permetteva loro di formarsi una diretta esperienza delle lingue, delle abitudini, della politica, dell’economia, del teatro, della musica, nei diversi Paesi.

Oggi le persone che viaggiano per lavoro o per piacere sono enormemente cresciute di numero, ma non si può dire che il fenomeno abbia investito anche i viaggi culturali, i quali, spesso, si ridicono a una o due settimane, in ambito scolastico, sotto forma di gemellaggi e scambi culturali o, più spesso, come puro e semplice «viaggio d’istruzione»: ma quanto di realmente istruttivo vi è in simili iniziative?

Si parte digiuni di ogni preparazione culturale, e ci si sposta sulle autostrade in pullman gran turismo, con l’aria condizionata e col televisore, sicché i giovani arrivano a destinazione senza aver visto letteralmente nulla dei luoghi attraversati; si giunge una capitale e si prende alloggio, su prenotazione, in un albergo che somiglia a qualunque altro albergo di qualunque altra parte del mondo; si scorrazza qua e là per piazze, musei e gallerie, seguendo distrattamente un cicerone che ripete quelle quattro frasi fatte; si mangia in qualche fast-food, senza nulla assaggiare della cucina locale; si fa una capatina in qualche ambientino «caratteristico», dove tutto è artefatto, ad uso e consumo dei creduli turisti; e, ovviamente, si dedica almeno qualche sera all’immancabile discoteca o altro locale di divertimenti standard.
Infine si rientra a casa, sempre viaggiando in autostrada, magari di notte; e, se si fa una sosta per mangiare qualche cosa, ciò avviene in un anonimo autogrill, quasi identico a quelli nostrani, dove si acquisteranno gli ultimi ricordini locali, sotto forma di oggetti industriali made in China o in South Korea.

E questo sarebbe un viaggio culturale? Eppure, chi lo ha fatto rientra a casa con la ferma convinzione di aver visto e conosciuto i luoghi vistati; anche se di Parigi, ad esempio, non avrà visto altro che Disneyland, e di Praga non ricorderà altro che la piscina dell’albergo o, magari, il pranzo da McDonald’s.
Sorge perciò, inevitabile, la domanda: è meglio non sapere nulla, o credere di sapere, pur conoscendo poche cose e, per giunta, in una prospettiva discutibile? Che cosa è preferibile: un ragazzo che sa fare bene il falegname, l’elettricista o il geometra, oppure un diplomato o un laureato che non riesce a fare un discorso o a scrivere neanche mezza pagina, senza fare almeno dieci errori di punteggiatura, di ortografia, di sintassi e perfino di grammatica? Vale davvero la pena di girare mezzo mondo con le fette di salame sugli occhi, o non è meglio restarsene a casa propria, ma nutrendo il cuore e la mente di buone letture, di buona musica, di buone conversazioni con poche persone intelligenti, e di riflessioni personali?
Platone, nei capitoli XV e XVI de «Il sofista», si è posto un tale quesito e ha bene evidenziato il pericolo costituito dalla «mezza cultura» (traduzione a cura di Marco Vitali, Milano, Fratelli Fabbri Editori, pp. 21-24):

«[Cap. XV]
STRANIERO: Diciamo che nell’anima vi è la malvagità, e che è cosa diversa dalla virtù?
TEETETO: Come no?
STRANIERO: E, se ricordi, dicevamo che la purificazione è una tecnica capace di lasciare il meglio e di rimuovere quanto vi può essere di nocivo.
TEETETO: Ricordo bene.
STRANIERO: E così ogni volta che constateremo una qualche eliminazione di cose cattive dall’anima, non sarà una nota stonata parlare di purificazione anche in questo caso.
TEETETO: No certamente.
STRANIERO: Ora per ciò che riguarda l’anima bisogna considerare due tipi di vizio, o, come abbiamo detto, di malvagità.
TEETETO: E dimmi quali.
STRANIERO: L’uno è paragonabile a ciò che è la malattia in un corpo; l’altro invece è come l’ingenerarsi all’interno di qualcosa di deforme.
TEETETO: Non mi è chiaro.
STRANIERO: Ascolta; non ritieni che malattia e discordia siano la medesima cosa?
TEETETO: Neppure su questo saprei darti una risposta sicura.
STRANIERO: Forse ritiene che la discordia sia altro che una rivolta, generata da corruzione, di ciò che è per natura affine e congenere?
TEETETO: Nient’altro.
STRANIERO: E la deformità dell’anima, ritieni che sia altro che interiore mancanza di misura , brutta a vedersi ovunque?
TEETETO: Niente altro affatto.
STRANIERO: E senti, non è facile accorgersi che nell’anima dei malvagi le opinioni sono turbate dal desiderio, la generosità del cuore è fiaccata dal piacere, la limpidezza della ragione è umiliata dall’angoscia, e che tutte queste cose sono in perpetuo conflitto tra loro?
TEETETO: In forte conflitto.
STRANIERO: E tuttavia appartengono tutte allo stesso genere.
TEETETO: Come no?
STRANIERO: E allora, dicendo che la malvagità è discordia e malattia dell’anima, non sbaglieremo.
TEETETO: Affatto.
STRANIERO: Senti un po’: quando una cosa, che sia posta in movimento contro un bersaglio prefissato, cerca di raggiungerlo, ma devia ogni volta e lo manca, diremo che ciò accade per giusto calcolo della distanza tra essa e il bersaglio, o, al contrario, per difetto di misurazione?
TEETETO: Per errore di misura, evidentemente.
STRANIERO: Ma noi sappiamo che l’anima, se qualcosa ignora, lo fa contro il proprio volere.
TEETETO: Assolutamente certo.
STRANIERO: Ma l’ignorare, in un’anima che muove verso la verità, nasce dal presentarsi d un pensiero deviante, e, in fondo, non è altro che un errore di giudizio.
TEETETO: Perfettamente d’accordo.
STRANIERO: Diciamo dunque che l’anima stolta è affetta da deformità e da inettitudine alla misura.
TEETETO: Parrebbe.
STRANIERO: Vi sono dunque, è chiaro, due specie di mali in essa: il primo, che i più chiamano malvagità, è con la massima certezza una malattia dell’anima.
TEETETO: Sì.
STRANIERO: L’altro è chiamato in genere ignoranza, anche se non si vuol riconoscere che anch’esso è un male, male che si ingenera nell’interiorità dell’anima.
TEETETO: Credo proprio di dover ammettere ciò su cui poco fa ho avuto qualche dubbio. Vi sono due tipi di mali dell’anima:; di conseguenza viltà, sfrenatezza, ingiustizia, sono da considerare come una malattia dell’anima, mentre l’essere affetti da ignoranza diffusa e molteplice viene da deformità interiore.
[Cap. XVI]
STRANIERO: Orbene, quando si tratta del corpo, per queste due affezioni vi sono tecniche specifiche.
TEETETO: Quali?
STRANIERO: Per la deformità, la ginnastica; per la malattia, la medicina.
TEETETO: È chiaro.
STRANIERO: Allo stesso modo, per la prevaricazione, l’ingiustizia, la viltà, vi è la giustizia penale (kolastiké), che costituisce la tecnica più consona ai voleri di Dike.
TEETETO: È verosimile, almeno secondo umana opinione.
STRANIERO: Orbene, per vincere l’umana ignoranza, comunque si presenti, c’è forse tecnica che abbia nome più adatto dell’insegnamento (didaskaliké)?
TEETETO: Nessuna.
STRANIERO: Ascolta. Di questa tecnica dell’insegnamento bisognerà ammettere un solo genere? Forse ce n’è più di uno, ma in tal caso due dovrebbero essere i più importanti. Tu che ne dici?
TEETETO: Ci sto pensando.
STRANIERO: Mi pare ci sia un modo per arrivarci rapidamente.
TEETETO: Quale?
STRANIERO: Potremmo cercare di scoprire se l’ignoranza (ágnoia) non abbia proprio nel mezzo una qualche nervatura lungo la quale applicare il taglio. Che se dovesse diventare doppia, è chiaro che costringerebbe anche l’insegnamento a scindersi in due parti corrispondenti a ciascuna parte dell’ignoranza.
TEETETO: Mi sa proprio che tu abbia già intravisto la soluzione del problema.
STRANIERO: Per lo meno mi sembra di intravedere una grande, estesa specie di ignoranza, come un pesante blocco ben delimitato e contrapposto a tutte le altre parti di essa.
TEETETO: E qual è?
STRANIERO: Quella di chi crede di sapere e non sa. Questa è probabilmente la causa di tutti i nostri errori di pensiero.
TEETETO: È vero.
STRANIERO: Ebbene, a questa parte dell’ignoranza penso si convenga il nome di mezza cultura (amathía).
TEETETO: Certissimamente.
STRANIERO: E allora che nome daremo alla parte dell’insegnamento che ci fa uscire da tale condizione?
TEETETO: Io credo che si tratti dell’educazione, straniero; educazione come istruzione nei singoli mestieri (demiourgikai didaskalíai), da una parte, e come cultura (paideía), dall’altra, così come l’intendiamo qui da noi.
STRANIERO: Così è, Teeeteto, e come l’intendono tutti i Greci…»

Per Platone, dunque, l’ignoranza è una vera e propria deformità dell’anima, così come la malvagità ne è una malattia; e non vi è ignoranza più perniciosa della «mezza cultura», che conferisce l’illusione (e l’arroganza) del sapere, senza averne la sostanza.
Infatti – ed è una esperienza che possiamo fare quotidianamente, se solo possediamo un po’ di spirito d’osservazione – la persona ignorante non si vanta mai di essere tale, semmai se ne rammarica (salvo casi particolarissimi, che hanno delle complicate ragioni psicologiche); nutre, anzi, in genere, rispetto per la cultura e per le persone di cultura; a volte le invidia, a volte no; in ogni caso, sa che nella sua formazione esiste un grande vuoto e, in cuor suo, apprezza le (rare) persone colte che sanno come rivolgersi a quelle come lei.

Viceversa, la persona che possiede qualche mezza conoscenza, pasticciata e stiracchiata, il più delle volte non percepisce le proprie manchevolezze, si stima sufficientemente padrona non tanto di questo o quell’argomento, ma del sapere in generale; trincia giudizi su tutto e su tutti; non è propensa ad ascoltare, perché ciò le sembrerebbe una implicita ammissione di non sapere abbastanza; al contrario, vuol sempre mettersi in evidenza e non si perita di pontificare a trecentosessanta gradi, facendo la coda come un pavone, in genere senza rendersi conto di esporsi a delle figure ridicole o pietose.
In altre parole, la persona ignorante possiede la consapevolezza del proprio limite e l’umiltà che costituisce la necessaria premessa per ogni vero apprendimento; la persona dotata di una mezza cultura, invece, non è consapevole dei propri limiti e non desidera colmarli, perché, se lo facesse, le parrebbe di ammettere che le sue conoscenze sono poche e confuse.

Giungiamo così a una importante conclusione: il vero sapere non è mai conoscenza parziale di qualcosa: è, al contrario, consapevolezza dei propri limiti, e ardente desiderio di oltrepassarli; mentre il falso sapere è caratterizzato dal mancato riconoscimento di tali limiti e dal desiderio di mascherarli, non certo di affrontarli.
Di più.

La persona veramente colta è la persona che misura costantemente la distanza abissale che esiste fra il proprio sapere, per quanto (relativamente) grande, e il mistero del mondo, che è infinito, dunque qualitativamente incolmabile. La persona mezza colta è, al contrario, quella che si riempie di orgoglio quando scopre o apprende una cosa nuova, perché s’immagina che, un poco alla volta, riuscirà a sapere anche tutto il resto, o almeno quanto basta per esprimere un’opinione su ogni cosa e per fare bella figura davanti agli altri.
Ne deriva che la persona colta è sempre umile, benevola, paziente e tollerante, specialmente verso coloro che non sanno; mentre la persona mezza colta è vanitosa, arrogante, impaziente e sprezzante nei confronti di coloro che non sanno – almeno quanto è invidiosa, fino ad ammalarsi, dei veri sapienti: non perché questi ultimi ne sappiano più di lei (questo non lo ammetterebbe mai), ma perché possiedono il senso del limite, il che è un rimprovero indiretto alla sua presunzione.

Un importante corollario di quanto sopra è che bisognerebbe escludere dalla vita politica e dall’amministrazione pubblica tutti coloro i quali si fanno avanti e si candidano alle elezioni con immodestia e petulanza, sostenendo di avere la soluzione pronta per ogni genere di problema e le capacità per fronteggiare qualunque situazione. È la loro presunzione che li qualifica, automaticamente, come dei mezzi sapienti: gente della quale sarebbe bene non fidarsi, e meno che mai affidare loro la direzione della cosa pubblica.
Mille volte meglio un sindaco ignorante – purché, ovviamente, onesto e intelligente -: perché, nella sua ignoranza, sarà spinto a cercare di capire e a circondarsi di persone competenti (riconoscimento del proprio limite); mentre un sindaco mezzo sapiente vorrà fare sfoggio delle sue poche e cattive conoscenze, con le conseguenze che si possono facilmente immaginare. Anzi, con le conseguenze che sono ogni giorno sotto gli occhi di milioni e milioni di cittadini, in tutti i comuni, grandi e piccoli.
Ad ogni modo, andiamoci piano con la qualifica di «ignorante» a chi non abbia frequentato il liceo classico o l’università.

Il contadino che ha fatto la terza media, ma che sa fare bene il proprio lavoro e che lo fa, soprattutto, con passione, non è affatto una persona ignorante.
Quanto meno, non lo erano i contadini di due o tre generazioni fa: legati alla terra da un rapporto che non era solo economico; perfetti conoscitori dei ritmi della natura; coscienti dei propri limiti e dotati del senso del mistero: erano persone profondamente radicate nel mondo, sagge, pazienti, fiduciose. Altro che ignoranti!

Dobbiamo dirla tutta? Fra i professori universitari che abbiamo conosciuto, c’erano persone più ignoranti di quei contadini; perché, sprofondati nel loro mezzo sapere e avvolti nella loro infinita presunzione, mai sarebbero stati capaci di domandarsi che cosa mancava loro, per essere dei veri sapienti…

www.ariannaeditrice.it

Fonte: http://www.mentereale.com/200906011355/News/Articoli/la-presunzione-di-sapere-ovvero-la-mezza-cultura-e-la-peggiore-nemica-della-verita.html

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