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Di Antonella Randazzo

Come molti sanno, il gruppo egemone attuale non basa il suo potere soltanto sul controllo economico, politico e finanziario, ma anche sul creare una realtà gravemente involuta, che mette in crisi il necessario rispetto fra gli esseri umani e il senso civico. Si tratta di creare un clima di “diseducazione civile”, in cui prevalga l’insulto sul dialogo, il pettegolezzo sull’informazione e l’insinuazione sulla verità.
I metodi per creare tale realtà sono tanti. Ad esempio, da alcuni anni è stata promossa una politica-spettacolo, basata non su giudizi sensati o analisi dei contenuti, ma sull’impeto a denigrare o esaltare i candidati e a catturare emotivamente. Questo è reso possibile dal controllo sui mass media, che fungono da canali primari per diffondere e far accettare questi metodi. Come osserva l’ex redattore del New Yorker James Wolcott: “Il metodo di Fox News e dei conservatori consiste non tanto nell’affermazione delle proprie ragioni, quanto nell’infangare entrambi i contendenti, un pareggio equivale ad una vittoria perché impedisce anche all’avversario di vincere”.
In tal modo si crea una realtà di degrado, in cui tutti sono additati come avidi, traditori, in malafede, falsi, ecc. Si incoraggia un’immagine meschina degli esseri umani, come se non potesse esistere sincerità, onestà o integrità. I candidati politici degli attuali partiti hanno anche la funzione di propagandare questa immagine della realtà umana e della politica. Infatti, tutti i politici promettono “cambiamenti” ma poi tutto rimane come prima (o peggiora), e i cittadini si ricorderanno del fango che durante la campagna elettorale si gettavano gli uni contro gli altri, e si convinceranno che non possa esistere una realtà diversa da quella.
L’effetto sarà quello di scoraggiare il senso di rispetto e di provocare disillusione, frustrazione e alienazione, in un contesto in cui mancheranno le minime regole atte a creare un giusto assetto politico e civile.

Uno dei casi più eclatanti di diseducazione civile è stato quello dell’enorme propaganda che si ebbe riguardo al tradimento sessuale di Bill Clinton, a cui i mass media statunitensi dettero così tanto risalto da creare appositi canali monotematici, come quello titolato “tutto su Monica giorno e notte”.
Osserviamo che Clinton non fu messo mai alla gogna per i reali crimini commessi, ma per un fatto sessuale privato, che avrebbe dovuto interessare soltanto alla moglie. Potendo formulare l’accusa di spergiuro, Clinton è stato indotto a rispondere a domande molto personali, a cui, per evidenti motivi, egli non poteva rispondere con sincerità. Aveva tutto il diritto di sottrarsi a tali domande, poiché non riguardavano i suoi compiti da presidente, ma soltanto la sua vita privata, eppure fu sollevato un caso giudiziario clamoroso, e i media si dettero molto da fare per gonfiarlo oltre misura. Questo è un segno di diseducazione civile molto grave, che induce a credere che sia legittimo processare un personaggio politico non già per le vite umane che ha spezzato ma perché ha negato pubblicamente un tradimento sessuale.
Dobbiamo ricordare che all’epoca anche tutti i nostri giornali fecero a gara per dare notizie sulla Lewinsky, trascurando notizie assai più serie e importanti.
Le notizie “trash”, essendo date anche da giornali considerati affidabili e seri, e occupando anche in questi pagine principali, generano confusione su ciò che dovrebbe essere la vera informazione rispetto alla spazzatura mediatica.

Il metodo dello scandalo sessuale è stato utilizzato parecchie volte dal gruppo dominante statunitense per mettere fuori gioco personaggi ritenuti “pericolosi” o per intimidire. Persino Martin Luther King fu spiato a lungo, fino a quando riuscirono a documentare un suo tradimento sessuale. Lo scandalo non scoppiò, evidentemente perché il personaggio era considerato talmente “pericoloso” da indurre a pianificare un ben altro trattamento. All’epoca, fu lo stesso direttore dell’Fbi, il famigerato Edgard Hoover a custodire un nastro che documentava il tradimento sessuale del leader nero. Il fatto fu reso noto soltanto venti anni dopo (la registrazione risaliva al 1964), all’interno di un’inchiesta che documentava tutte le “campagne” fatte contro Martin Luther King.
Il metodo è sostanzialmente quello di controllare la persona per trovare qualcosa che possa consentire di tenerla in pugno, in modo tale da condizionare il suo comportamento. Qualora non vi si riuscisse o si considerasse il personaggio troppo nocivo per il sistema, si ricorrerà ad altre tecniche o, in alcuni casi, all’eliminazione fisica.

Da recente la vittima è stata l’ex governatore dello Stato di New York Eliot Spitzer, che è stato controllato a lungo e infine identificato come frequentatore di una squillo.
Da tempo Spitzer era un personaggio alquanto scomodo per il potere dell’èlite. Egli aveva addirittura trascinato in tribunale, nel 2003, l’allora presidente della Borsa di New York, Richard Grasso, accusandolo di aver preso denaro non dovuto da un “Comitato retribuzioni della Borsa di New York”, capeggiato dagli stegocrati di Wall Street. Nel 2005, Spitzer farà altre battaglie legali contro i vertici di Merrill Lynch, i mutual fund, e diverse grandi società assicurative. Indagherà anche sul Carlyle Group e su altre grandi banche, come il Credit Suisse First Boston, Deutsche Bank, Goldman Sachs, J.P. Morgan e Lehman Brothers. Con le sue indagini, Spizter fece emergere che il sistema finanziario aveva caratteristiche “fondamentalmente corrotte” e chiedeva urgenti “riforme strutturali”. Le banche Merrill Lynch e Citigroup furono condannate al pagamento di multe per 400 milioni di dollari (avevano fatto profitti illeciti per oltre 15 miliardi di dollari).
Grasso cercherà di vendicarsi accusando pubblicamente Spitzer di “voler fare la campagna elettorale sulla sua pelle”, ma Spitzer riuscirà comunque a vincere le elezioni nel 2006. Gli stegocrati però avevano un asso nella manica nell’utilizzo dello scandalo sessuale.
Quando i media dettero la notizia dello “scandalo” non misero in evidenza le indagini di Spitzer fatte negli anni precedenti, risultate indigeste ai banchieri. Soltanto fonti non ufficiali (ovvero non controllate dai banchieri) diranno che il Governatore era stato volutamente allontanato dalla politica perché era diventato un’evidente minaccia al sistema economico e finanziario e perché aveva trovato prove che collegavano l’attentato alle Torri Gemelle agli ambienti economici statunitensi di alto livello.
In sintesi, gli scandali sessuali sortiscono l’effetto voluto e dunque risultano utili a proteggere il sistema. Essi nascondono dietro il facile moralismo intrallazzi e crimini ben più gravi.
Senza dubbio, non è un comportamento moralmente irreprensibile tradire la moglie o andare a prostitute, tuttavia, occorre mettere in chiaro che, nonostante le critiche che si possono sollevare, tali comportamenti non sono gravi quanto impoverire i popoli, massacrare bambini, organizzare guerre, torturare o far morire di fame milioni di persone.
Dunque, occorrerebbe capire che sollevare questioni morali per creare uno scandalo e mettere fuori scena chi sta facendo qualcosa per smascherare i criminali, è comunque inaccettabile. Mettendo in piazza i fatti sessuali dei politici, si distoglie l’attenzione da cose ben più gravi, oppure si mette fuori gioco un avversario o un personaggio che cerca di sfuggire alle regole di regime.
I cittadini dovrebbero cercare di capire quando lo scandalo è creato apposta per spodestare chi sta sollevando gli altarini al gruppo di potere, e anziché unirsi al coro che solleva il chiacchiericcio, dovrebbero identificare i veri motivi del fatto. Ovvero occorre andare oltre la cultura di massa e saper vedere quello che i media cercano di nascondere. Ciò risulta difficile perché richiede impegno.

Anche i media italiani spesso danno notizie piccanti per distrarre i cittadini, dirottando l’attenzione su particolari non pericolosi per il sistema. Ad esempio, di tanto in tanto sentiamo notizie sulle performance sessuali di Berlusconi, e c’è stato anche il caso della lettera accorata della consorte. Queste notizie vengono enfatizzate dai più importanti quotidiani, come fossero informazioni, facendo capire che i media sono diventati spettacolo, intrattenimento, pettegolezzo di provincia, più che seria informazione.
L’attuale governo è un esempio lampante di grave diseducazione civile. In esso si trovano soggetti che fanno del “format” di bassa lega la loro specialità. Ad esempio, c’è la ministra che di fronte alle proteste ragionevoli contro i tagli alla scuola, già duramente provata, risponde “stanno facendo uso politico della scuola”. I “cattivi”, anziché i ministri corrotti, diventano gli insegnanti scolastici e tutti quelli che protestano e chiedono il rispetto dei diritti.
Le frasi fatte, le etichette, l’esibizione televisiva sguaiata, il gesto provocante e molte altre cose, fanno parte del piano per involvere la società, in modo tale che essa diventi insensibile, ignorante e sorda ai suoi stessi diritti.
L’insinuazione, la frase maliziosa e altri modi di comunicare che potrebbero andar bene al bar dell’angolo in una chiacchierata fra avventori, assurgono a notizia, assumendo la dignità di “informazione”. Con tutto ciò che ne deriva in termini di confusione fra ciò che è importante sapere e ciò che, invece, disinforma e diseduca.
Creare beghe su contenuti di poco conto, distrae l’attenzione da quei contenuti pericolosi per il sistema, e induce a rimanere agli aspetti viscerali dell’esistenza.
Inoltre, potenziare la politica come pettegolezzo o spettacolo serve a creare realtà paradossali, in cui gli interessi di tutti cadono nell’oblio a favore di eventi piccanti, tradimenti o fatti privati che nulla c’entrano con le mansioni politiche.

Il metodo dell’attacco personale è oggi promosso dal sistema in ogni campo. Ad esempio, quando numerosi cittadini statunitensi sollevarono la questione dell’illegittimità della loro tassa sul reddito (istituita dai banchieri nel 1913 e imposta senza alcuna legge perché anticostituzionale), le autorità iniziarono a calunniare e ad insultare le persone che chiedevano di vedere la legge che li obbligava a pagare la tassa.
Non sapendo come giustificarsi, le autorità utilizzarono metodi diffamatori e involuti, che miravano a screditare e intimidire la persona, in modo tale che essa fosse indotta ad abbandonare la battaglia o ad abbassare la sua autostima. Coloro che sollevavano la questione si videro attaccare etichette come “tassifascisti” o “fanatici”, che dovevano servire a spostare l’attenzione sul “carattere” delle persone per sottrarla alla vera questione. Facendo diventare la questione “emotiva”, ossia basata su comportamenti assurdi, come colpire l’individuo, ci si voleva sottrarre dall’affrontare la questione razionalmente.

Questi stessi metodi vengono utilizzati contro tutti coloro che sollevano questioni pericolose per il regime. Ad esempio, l’attore Charlie Sheen, nel 2006, in televisione disse che la versione ufficiale sull’11 settembre era assurda e andava rivista attraverso una commissione realmente indipendente. L’attore era preparato sul fatto che sarebbero state adottate tecniche per infamarlo, piuttosto che rispondere razionalmente ai dubbi sollevati, e disse: “amo il mio paese e i miei figli così tanto da fare questo”. Da lì a poco i media iniziarono a riportare notizie che lo mettevano in cattiva luce, e sembrava quasi che ogni fatto negativo fosse dovuto a lui. Egli fu etichettato come “clown” e accusato di essere arrogante. Per timore delle persecuzioni molti personaggi noti (attori, politici o giornalisti) non sollevano dubbi persino su questioni importanti come le guerre e il terrorismo.
Il problema è che molte persone comuni non sono coscienti dell’uso diseducativo e disinformativo dei media e di come le questioni importanti possano essere insabbiate o non adeguatamente considerate attraverso tecniche e metodi praticati ampiamente. Tale “ignoranza” rende questi metodi efficaci, e trasforma una persona coraggiosa e onesta in una vittima del sistema mediatico. Questo funge da deterrente per coloro che vorrebbero denunciare i crimini delle autorità.

L’uso delle parole come etichette è molto efficace per impedire ulteriori approfondimenti o per denigrare una persona o un gruppo. Ad esempio i prefissi “anti” o “contro” creano un senso di negatività e dunque vengono utilizzati spesso per indicare persone o gruppi che cercano di far emergere i crimini del sistema. Troviamo la parola “antiamericano”, “controinformazione”, “antiglobalizzazione”,

Le etichette servono anche a dare l’impressione di aver capito tutto e di non aver bisogno di approfondire. Le parole usate come etichette hanno un potere propagandistico enorme, e possono infamare senza dire nulla della vittima. Osservano gli studiosi Anthony R. Pratkanis e Elliot Aronson: “Le parole e le etichette che usiamo giungono a definire e a creare il nostro mondo sociale. Questa definizione della realtà dirige i nostri pensieri, i nostri sentimenti e la nostra immaginazione, e in tal modo influenza il nostro comportamento”.(1)

Secondo molti esperti, una tecnica di persuasione efficace è quella di far circolare e far ripetere dai media falsità sull’avversario. Talvolta si tratta di accuse fatte con la “tecnica proiettiva”, cioè si accusa l’altro di cose che in realtà riguardano il proprio candidato. Ad esempio, durante l’ultima campagna di Bush junior, gli operatori cercavano di far apparire John Kerry come poco propenso a combattere per il proprio paese, mentre di fatto era Bush ad aver evitato persino il servizio militare.
Un altro esempio di “tecnica proiettiva” è l’accusa fatta all’Iran di voler scatenare una guerra nucleare, mentre in realtà sono le autorità dello Stato d’Israele, sostenute da Washington, a preparare una guerra nucleare, aggiungendo al loro già cospicuo arsenale altre testate nucleari. Si accusa colui che si vuole mettere fuori gioco di voler fare quello che nei fatti è progettato da chi accusa.
Anche nella politica “spicciola” si può ricorrere all’accusa proiettiva, lanciando accuse che in realtà riguardano l’accusatore.
Chi ha maggiore potere mediatico ha più potere di infamare o mettere in cattiva luce chi ne ha meno o non ne ha. Questo spiega perché i gruppi minoritari o dissidenti, come le associazioni per i diritti umani o i no-global appaiono negativamente a chi non ha approfondito le questioni trattate da queste persone, mentre le “forze dell’ordine” o le autorità che si sono macchiate di delitti come la repressione e la partecipazione a guerre in paesi esteri appaiono come autorevoli.
Oggi non esistono media di massa che possano esprimere il punto di vista della dissidenza o di chi contrasta l’attuale sistema denunciandone i crimini. Da ciò si può inferire chi mediaticamente apparirà migliore e chi peggiore, a prescindere dai reali crimini o meriti.
In altre parole, anche se c’è la libertà di stampa o di opinione, se uno ha il controllo delle reti televisive e il possesso di molti giornali e l’altro non ha nulla, la libertà va a vantaggio soltanto di chi ha potere mediatico, e l’altro, di fatto, è come se non l’avesse.
I mass media potrebbero essere utilizzati in modo positivo, ad esempio proponendo modelli prosociali e costruttivi, ma ciò oggi non può avvenire perché questo non è conveniente a chi detiene il potere. Un sistema fondato sulla guerra e sulla sopraffazione non può insegnare empatia, solidarietà e condivisione ma potenzierà la violenza e i modelli antisociali per impedire empatia e fiducia nella soluzione pacifica dei conflitti. Attraverso i programmi televisivi si potenzia il razzismo, l’aggressività e la diffidenza sociale.

Un altro metodo per infamare le persone è quello di attribuire loro caratteristiche del sistema stesso, come la “censura”, la disinformazione, la faziosità o l’avidità. I gatekeepers del sistema talvolta creano confusione fra “moderazione” e “censura” facendo apparire la prima uguale alla seconda. Ma la differenza fra i due concetti è molto netta: mentre la moderazione serve a tenere “pulito” il sito dalla spazzatura degli insulti o di post non pertinenti, la censura ha lo scopo di tenere nascosti alcuni argomenti scottanti che il sistema ha interesse a non trattare. Ad esempio, sui siti di Grillo e di Travaglio vengono censurati argomenti come il Signoraggio o i crimini dello Stato d’Israele, che non saranno mai esclusi dai blog indipendenti, pur moderati. In altre parole, la censura si riconosce perché colpisce i contenuti non graditi al gruppo di potere. La moderazione serve a proteggere il sito ( o blog) mentre la censura serve a proteggere il sistema. Confondere i due concetti è tipico del gatekeeper, pagato per farlo e per mettere tutti nello stesso calderone, al fine di nascondere la pesante censura attuata dal gruppo di potere.

Nel sistema attuale chi pensa con la sua testa viene accusato proiettivamente di essere “ideologizzato”, o di “fare politica”, di essere “fazioso” o di essere pagato da qualcuno. Spiega la scrittrice Viviane Forrester: “Non esiste attività più sovversiva. Più temuta… più diffamata (del solo fatto) di pensare… Da qui la lotta insidiosa, sempre più efficace, condotta oggi, come mai prima, contro il pensiero. Contro la capacità di pensare”.(2)

Un altro modo per screditare contenuti pericolosi per il sistema o per tentare di svalutare ciò che viene detto in maniera del tutto indipendente e sganciata dal potere, è quello di lasciare commenti su video pubblicati su YouTube o su siti che ospitano tali contenuti. Di solito questi commenti si riconoscono perché puntano a destabilizzare con mezzi emotivi, senza porre una seria critica.
Ad esempio queste persone di solito scrivono: “Questa persona è un ciarlatano”, senza spiegare perché, oppure accusano la persona in questione delle stesse cose che essa sta denunciano. Se sta denunciando la massoneria viene accusata di essere un massone, se sta denunciando i media disonesti viene accusata di essere un disinformatore, se sta denunciado la censura viene accusata di censurare, se sta denunciando guadagni illeciti viene accusata di essere pagato da qualcuno, ecc.
Ovviamente, le accuse non vengono supportate da fatti, analisi o critiche sensate, ed è questo che caratterizza il “franco tiratore”, che ha il compito di sminuire, deridere e screditare le verità che circolano su Internet.
Ciò è reso possibile dall’anonimato e dal “gioco” delle identità multiple che Internet offre. Infatti, potersi registrare con uno pseudonimo o un nome falso e poter acquisire molte identità permette di agire in modo sgradevole, ambiguo o fuorviante, fino a creare confusione ed impedire che emerga la verità su ciò che si sta discutendo.
Certamente, non tutti i commenti emotivi e insensati sono fatti da coloro che sono assoldati dal regime, ma soltanto una parte. Questa attenzione a screditare ciò che circola su Internet contro il sistema non appare strana se si pensa a quanto, coloro che dominano oggi, siano interessati a controllare la mente dei cittadini, e a quanto spendono per tenere fuori dalla portata della maggior parte delle persone alcune conoscenze.
I commenti infamanti dei gatekeepers potrebbero apparire “normali” perché siamo abituati dalla “cultura” di massa a comportamenti irrazionali, emotivi e insensati.
In un certo senso anche Internet esprime la forza impari fra chi ha potere e chi non ce l’ha. Infatti, nei media di regime non è possibile interagire e lasciare critiche e commenti, mentre su Internet, unico luogo in cui i cittadini comuni possono scrivere, il regime può scrivere attraverso i suoi “scagnozzi” denigrando e disprezzando in modo disonesto chi cerca soltanto di far emergere la verità non detta dai media di massa.
Lo scopo principale è quello di isolare chi sta esibendo libertà di pensiero, per evitare che gli altri facciano lo stesso, facendo crollare un sistema che si basa sulla “massificazione” ovvero sulla incapacità di pensare con la propria testa.
Come accade spesso anche nei media, queste persone intendono seminare sospetti, divisioni e diffidenza verso coloro che hanno l’unico intento di prendere le distanze da un sistema criminale, e di acquisire forza per migliorare se stessi.
Chi vuole infamare utilizzando metodi truffaldini di solito fa ricorso alla drammatizzazione, comportandosi come se egli avesse notizie importanti sulla sua vittima. Egli farà leva sul fatto che nell’attuale società di massa le persone sono abituate a questi metodi e di solito cadono nei tranelli poiché non cadervi significherebbe essere liberi dal condizionamento mediatico e cercare di ragionare in modo autonomo e verificare direttamente, senza utilizzare etichette o credere a facili insinuazioni.
Chi è integro e onesto nel valutare persone ed eventi dovrebbe, di fronte a tali casi, chiedersi: “come mai viene sollevato tutto questo polverone contro questa persona?”, “Qual’è il motivo per cui questa persona può risultare ‘scomoda?”, “Chi ha interesse a che questa persona venga messa in cattiva luce?”, “le accuse sono reali o costruite “ad oc”?

Un altro modo per controllare e impedire il libero pensiero è quello di porre fazioni, allo scopo di stimolare una scelta che condizionerà dogmaticamente il pensiero o il comportamento. Ci viene detto dai media di regime che non esistono più ideologie, ma al contempo veniamo spinti a patteggiare o a schierarci per l’uno e per l’altro. In tal modo molti sono indotti a fare scelte irrazionali, ad esempio, se è di destra non aderisce alle iniziative promosse dalla sinistra, e viceversa. Lo scopo è quello di seminare irrazionali divisioni, anche su importanti aspetti che sarebbero vantaggiosi per tutti. E’ sufficiente dire che un’iniziativa o una battaglia è “di destra” per allontanare quelli che si professano “di sinistra”, e viceversa, senza riflettere autonomamente su ciò che si sta proponendo per decidere razionalmente anziché condizionati dagli schieramenti.

Ormai molto spazio nei telegiornali viene dedicato proprio alle interviste ai politici, e pochissimo alle vere questioni che sarebbero da trattare. Le questioni vengono poste in termini “La sinistra dice questo e la destra ribatte quest’altro” come se nella realtà non potesse esistere un percorso favorevole a tutti e si dovesse stornare l’attenzione sui contrasti piuttosto che sui percorsi che potrebbero migliorare il paese. Ad esempio, ormai molti si sono accorti del potere concesso dalle banche di determinare sviluppo o involuzione economica, e che una questione importante per la crescita economica è l’approvvigionamento di energia. Dunque, i veri politici dovrebbero discutere il modo per rivoluzionare il settore finanziario e cercare nuove fonti di energia rinnovabile e a basso costo. Se gli attuali politici non lo fanno è perché essi sono a servizio dei banchieri e dei grandi gruppi petroliferi ed economici, che perderebbero potere se si dovessero mettere in discussione gli attuali parametri finanziari ed energetici. Di conseguenza, vengono utilizzate tecniche incivili per confondere i cittadini, e per far credere che la politica è un settore “sporco”, in cui non ci sono altro che beghe, intrallazzi, calunnie, cattiverie e polemiche.

A questo proposito si parla di “ideologia della notizia” ad intendere “una caratteristica talmente pervasiva della comunicazione da travolgere anche la distinzione tra stampa popolare e stampa di qualità”.(3)
Un meccanismo tipico dell’ideologia della notizia è la “dittatura del desk”, ovvero uno stampo rigido precostituito che fornisce la base tecnica ed espressiva adottata dai giornalisti. La dittatura del desk nasce per esigenze propagandistiche e commerciali, le quali impongono la produzione di un effetto, che può andare dal convincere lo spettatore che un determinato paese o personaggio è “nemico”, al persuadere che oggetti tecnologici nuovi siano affascinanti e necessari. Nell’ideologia della notizia c’è l’esigenza di condizionare lo spettatore, di esercitare su di lui una pressione emotiva forte, efficace, in modo tale che egli apprenda dall’esterno ciò che deve ritenere riguardo ad un fatto o ad un crimine. Per ottenere tali risultati si può anche fare uso di “Gatekeeping”, ovvero di alcuni criteri e logiche che avvantaggeranno una notizia e ne faranno occultare un’altra.
I Gatekeeping escludono ciò che potrebbe svelare aspetti sgradevoli del sistema o mettere in cattiva luce il sistema partitico o di potere, su cui si basa l’attuale regime. In tale contesto, ovviamente passa in secondo piano l’esigenza di informare correttamente o di dare notizie su fatti realmente importanti, per questo motivo oggi l’informazione non può dirsi tale. Addirittura non ci sarebbe più bisogno degli inviati, come spiega il giornalista Enrico Morresi:
“Molto spesso i corrispondenti o gli inviati si autocensurano per poter continuare a lavorare in condizioni difficili… La rinuncia all’inviato (o al corrispondente) non è mai senza conseguenze, in quanto sposta il punto di equilibrio dalla parte del desk, lasciando prevalere il gioco di specchi in cui la redazione spesso si rinchiude e impedendo di spezzare il cerchio delle idee preconcette”.(4)

Grazie a queste caratteristiche il giornalismo attuale è un “guardiano del potere”, ovvero sostiene il potere nel non far trapelare verità scomode e utilizza tecniche per impedire una vera presa di coscienza dei cittadini sulla realtà finanziaria, politica, economica e mediatica. Si cerca persino di addolcire tutto questo facendo diventare l’informazione uno spettacolo attraente, emozionante oppure raccapricciante, ma comunque sempre emotivamente “forte”, e quanto possibile spettacolare. Gli obbiettivi principali sono la disinformazione, la distrazione e il condizionamento necessario ad integrarsi nel sistema. Spiega il giornalista Ignacio Ramonet: (Il telegiornale) “è strutturato per distrarre, non per informare… la successione di notizie brevi e frammentate ha un duplice effetto di sovrinformazione e di disinformazione: troppe notizie e troppo brevi… pensare di informarsi senza sforzo è un’illusione vicina al mito della pubblicità più che all’impegno civico”.(5)

Oltre ad infamare, per mantenere il sistema occorre “vendere” paura, e dunque esistono anche i venditori di paura, ovvero coloro che vedono il futuro catastrofico, denso di problemi, e non propongono nulla per uscire da tale situazione, come se la catastrofe fosse inevitabile e non vi fossero precisi responsabili. Attraverso la paura si produce affezione al sistema, facendo credere che le attuali autorità vogliano proteggere la popolazione.
La paura serve anche a farci sentire insicuri e diffidenti, fino ad arrivare a credere che il nostro prossimo è un nemico, soltanto perché professa un’altra religione o ha un altro colore di pelle. Presentare, attraverso i media, gli immigrati come assassini, stupratori e ladri significa creare un “Far West”, in cui tutti sono nemici di tutti, senza capire le cause dell’immigrazione né le motivazioni che spingono le nostre autorità a farci diventare razzisti.
Altri metodi di involuzione civile sono quelli che fanno leva sul senso di colpa. Si fa credere che i disastri politici, ecologici o finanziari siano responsabilità di tutti, mentre invece sono stati creati dal gruppo di potere, e la sola responsabilità dei popoli è quella di ignorare ciò e credere di non poter abbattere il potere iniquo attuale.
Il sistema punta a suscitare reazioni emotive anche attraverso la proiezione di colpe derivanti dalla gestione criminale del potere. I media, spesso in modo indiretto, tendono a colpevolizzare tutti, ad esempio con titoli come “gli italiani sono ultimi in Europa”, “Italia fanalino di coda in Europa, “La Ue accusa l’Italia…”.
Ci vengono date notizie sullo stato di inquinamento, di degrado e di involuzione economica, come se tutto ciò fosse di esclusiva responsabilità degli italiani. Ovviamente, questa propaganda non dice che il nostro paese è occupato militarmente dalla potenza egemone, ed è costretto ad un graduale impoverimento dal potere di un gruppo di banchieri, che impongono il riconoscimento di un valore a pezzi di carta su cui stampano simboli e cifre. Non viene detto che i personaggi che popolano i mass media sono sottomessi al sistema, e mistificano la realtà facendoci credere che i nostri aguzzini siano personaggi rispettabili. Non viene detto che per anni il nostro paese ha avuto industrie che hanno prodotto un grave degrado ambientale e che oggi sono andate via senza risanare l’ambiente e senza dare un adeguato risarcimento alle vittime.
Il metodo del senso di colpa fa credere che i guai di un paese dipendano esclusivamente dall’operato dei suoi cittadini, insabbiando il potere di un gruppo di persone che in virtù del loro livello di ricchezza hanno prodotto problemi la cui responsabilità si cerca di attribuire ad altri.
Avendo raggiunto un alto potere di controllo politico e dei media, gli stegocrati fanno in modo che non appaiano le loro responsabilità per i crimini commessi.
I problemi da loro creati appaiono senza alcun responsabile, oppure sembra che la responsabilità debba essere di tutti. I media talvolta parlano dei problemi ambientali come dovuti alla “responsabilità dell’essere umano”. Ma in realtà nessuno di noi ha scelto liberamente di creare un sistema basato quasi esclusivamente sulle energie inquinanti e nessuno di noi ha mai creato industrie chimiche altamente inquinanti e mortifere. Allora chi è stato? I media faranno in modo che tutti si sentano responsabili e intimamente in colpa per ciò che di negativo succede, e i veri responsabili vengono tenuti nascosti.
I nostri stessi carnefici, attraverso i media cercano di abbassare l’autostima degli italiani, potenziando il senso di impotenza. Osservano Anthony R. Pratkanis e Elliot Aronson: “Una volta sopraffatti dalla colpa, i nostri pensieri e il nostro comportamento sono finalizzati a sbarazzarci di tale sentimento. Il risultato finale è, nel caso migliore, la manipolazione del nostro comportamento e, nel caso peggiore, un danno permanente alla stima che abbiamo per noi stessi o persino la perdita della nostra libertà”.(6)

La diseducazione civile e le diverse tecniche di spettacolarizzazione della sofferenza mirano a generare cinismo e indifferenza.
La pseudo-cultura di massa ha interesse ad alimentare cinismo e indifferenza verso la sofferenza. Quando c’è frustrazione e rabbia, dovute ai molteplici aspetti iniqui del sistema, i media fanno in modo che siano indirizzate irrazionalmente verso i più deboli (poveri, Rom, immigrati, ecc.), che non hanno potere politico e mediatico per potersi difendere.
Dato che l’attuale gruppo al potere vuole produrre un certo grado di sofferenza e paura, si cura anche di indicare i capri espiatori contro i quali si avventeranno le loro vittime. Per creare tale realtà occorre produrre degrado morale, ignoranza e lontananza fra i popoli, che in tal modo non si percepiranno come simili, ma come potenziali nemici. Paradossalmente, le vittime del sistema vengono dirette le une contro le altre, tenendo ben nascoste le ragioni delle ingiustizie e i loro responsabili.
Il contesto mediatico produce dunque non soltanto paura, ma anche razzismo e talvolta indifferenza e cinismo.
Molti studiosi hanno accertato che in casi di sovraesposizione informativa o in cui le informazioni date stimolano l’accettazione di fatti criminali assai gravi, le persone, per salvaguardare l’equilibrio psichico, iniziano ad alimentare l’indifferenza e talvolta anche il cinismo. Osserva la scrittrice Viviane Forrester:
“L’indifferenza è feroce. Costituisce il partito più attivo, senza dubbio il più potente… è, in verità, l’indifferenza che consente le adesioni massicce a certi regimi; se ne conoscono le conseguenze… Disattenzione… Disinteresse, mancanza di osservazione ottenuti senza dubbio attraverso strategie silenziose, tenaci, che lentamente hanno insinuato i loro cavalli di Troia e hanno saputo talmente bene fondarsi su ciò che diffondono – la mancanza di qualsiasi vigilanza -… Talmente efficaci che i paesaggi politici, economici hanno potuto cambiare pelle sotto gli occhi di tutti senza aver risvegliato l’attenzione, meno ancora l’inquietudine… Il nuovo schema planetario ha potuto invadere e dominare le nostre vite senza essere preso in considerazione, se non dalle potenze economiche che l’hanno voluto… Il senso stesso di qualsiasi protesta è stato svuotato… la nostra passività ci lascia prigionieri nelle maglie di una rete politica che copre il paesaggio planetario per intero”.(7)

Oppure si erge la sofferenza a spettacolo. I vissuti emotivi delle persone diventano spettacolo, la donna che deve abortire perché non ha un lavoro, l’uomo sulla sedia a rotelle, il malato terminale, la donna che subisce violenza, ecc. diventano personaggi televisivi, facendo così raggiungere due importanti obiettivi a chi controlla la Tv: risparmiare il denaro che i professionisti della televisione chiederebbero e attrarre emotivamente il pubblico. Inoltre, portare in Tv il disoccupato o il precario serve a far dimenticare che le istituzioni esistono per proteggere i diritti dei cittadini, e non dovrebbe essere necessario andare in Tv per suscitare compassione allo scopo di essere aiutati.
Usurpare il potere delle istituzioni pubbliche significa anche questo: far apparire i diritti dei cittadini come “optional”, e fare in modo che essi vadano a piangere disperati in TV, piuttosto che rivendicarli con la giusta protesta e ribellione.
Fanno parte della diseducazione civile anche quelle trasmissioni televisive che mirano a seminare dubbi e a non informare correttamente. Ad esempio, programmi Rai come “Cominciamo bene” o “L’Italia sul due” spesso trattano argomenti come la contraffazione alimentare o il caro vita. Tuttavia, le questioni vengono trattate in modo non corretto: ad esempio viene formulata la domanda “I cibi che compriamo sono genuini?” ponendo la questione in modo “aperto”. In altre parole, non si fa capire che almeno l’80% degli alimenti venduti nei supermercati contiene sostanze potenzialmente nocive, e si lascia nel dubbio per evitare che le persone capiscano come stanno veramente le cose. In queste trasmissioni non appare mai nessun responsabile dei problemi, e sembra che anche la realtà più paradossale debba essere considerata ambivalente e, tutto sommato, da accettare. Questo accade perché i nostri media non sono a servizio dei cittadini, ma hanno la funzione di proteggere il sistema e di tutelare gli interessi delle grandi corporation e delle banche.

LA DISEDUCAZIONE CIVILE – PARTE SECONDA – Giornalisti e regime –

Negli ultimi anni, sull’onda dell’informazione-spettacolo, si è tentato di svilire lo stesso giornalismo, organizzando momenti di litigio e beghe di vario genere, in cui i personaggi appaiono in preda all’ira o presi dal più vanaglorioso egocentrismo. Racconta il giornalista e scrittore Paolo Murialdi: “(Negli anni Novanta) In un giornalismo già contrassegnato dal nervosismo, gli scontri… assumono un linguaggio e toni esasperati. Un campionario di vocianti che sbraitano dai teleschermi o sulle pagine dei giornali, come fanno Vittorio Sgarbi e Giuliano Ferrara, non si era ancora visto nel giornalismo italiano… In sostanza, sta crescendo la politicizzazione partigiana del giornalismo stampato e televisivo che è diventato più nevrotico, con eccessi di sensazionalismo e di fracasso”.(8)

Questo tipo di giornalismo, purtroppo, si è affermato perché è conveniente al sistema dare spazio a chi non è interessato ad informare correttamente, ma a mettersi in mostra, ad apparire di frequente nei media di massa, per acquisire credibilità sulla base della familiarità.
Occorre anche ricordare che esistono sempre meno giornalisti che vanno sul “campo” o che commentano in modo autonomo le notizie. Oggi le notizie vengono fornite dalle agenzie di stampa accreditate, e spesso i giornalisti non verificano le fonti e non le mettono in discussione anche quando appaiono dissonanti o illogiche. I giornalisti di regime, sono interessati, oltre che al guadagno, anche all’apparire i migliori, i “vincitori” delle beghe mediatiche che essi stessi innescano. Le beghe sono alimentate dalla creazione di un “centro-destra” e di un “centro-sinistra”, che permettono sempre nuove occasioni di scontro, facendo in modo che i reali interessi degli italiani cadano nel dimenticatoio. Questi giornalisti diventano agitatori faziosi, arroganti e aggressivi, come se per informare si dovesse lottare gli uni contro gli altri e non basarsi sulle conoscenze e sui fatti. Si applica la legge del più forte anche ai media, e chi ostenta vanagloria, egocentrismo, cinismo, disinteresse assoluto verso i criteri dell’informazione corretta, diventa personaggio mediatico, promosso e divulgato come un prodotto funzionale al sistema, e dunque “giusto”. Al contrario, chi non ha mire egocentriche, e tiene fede ai vecchi valori dell’informazione, risulta non adattato alla nuova corrente e dunque destinato a raggiungere un pubblico esiguo, o a cambiare mestiere.
In un contesto in cui la politica e il giornalismo vengono personalizzati, i media stimolano gli elementi emotivi, affinché i personaggi proposti vengano accolti sulla base della loro immagine mediatica, e non su fatti o competenze reali. In altre parole, se un politico non mantiene le sue promesse o viene messo sotto indagine, o un giornalista di regime non dice tutta la verità o evita argomenti scottanti, all’interno del clima emotivo questi individui non perderanno il loro ruolo, e a loro favore potranno esserci nuove suggestioni o altre “promozioni” mediatiche.
Oggi anche i ruoli tendono ad essere confusi, e un giornalista può diventare, direttamente o indirettamente, un promotore politico. Osservano Paolo Murialdi e Nicola Tranfaglia: “(La professione giornalistica in Italia) ha subito pesantemente – e anche accettato, grazie alla sua contiguità con la politica – una pratica lottizzatrice, o di appartenenza, da parte dei partiti, soprattutto di governo, che ha sostituito alla qualità dei candidati la loro fedeltà ai referenti politici con risultati disastrosi”.(9)

E’ diventato normale che un giornalista abbia una tessera di partito, in quanto servitore di una determinata fazione politica. Coloro che si rifiutano di aderire ad una precisa area politica non hanno più posto nel panorama mediatico ufficiale. Anche Travaglio, che è conosciuto come colui che denuncia le magagne politiche, durante l’ultima campagna politica, si è affrettato a precisare che avrebbe votato per “l’Italia dei Valori”, gruppo che poi sarebbe stato inglobato nel Partito Democratico.
Certo, un giornalista può anche avere le sue opinioni politiche, ma, quale personaggio mediatico, egli non dovrebbe diventare un’esca per influenzare politicamente i suoi “fans”. Se lo diventa è legittimo pensare che egli non sia così “neutrale” come vorrebbe far credere.

Il sistema attuale ha interesse a che le persone non riconoscano ciò che è a loro favore e ciò che non lo è.
Il problema più grave è che le persone si abituano al clima di esternazioni politiche, rissa, di prevaricazione e di cinismo che sta dilagando nel mondo mediatico e politico, e prendono per buono tutto quello che accade, svalutandone la gravità e il danno prodotto.
In tal modo viene accettato il giornalista che informa a metà o che mistifica, e il politico che in campagna elettorale crea suggestioni e promette tutto a tutti, senza sentirsi in dovere di spiegare concretamente cosa farà e come.
Negli anni Novanta c’era ancora qualcuno che attraverso i media ufficiali denunciava tale degrado. Ad esempio, scriveva sul “Corriere della sera” del 29 novembre 1994, Franco Fortini: “chi finge di non vedere il ben coltivato degrado della qualità informativa… nella stampa e sul video, è complice di quelli che lo sanno, gemono e vi si lasciano dirigere… Come lo fu nel 1922 e nel 1925. Non fascismo. Ma oscura voglia, e disperata, di dimissione e servitù; che è cosa diversa. Sono vecchio abbastanza per ricordare come tanti padri scendevano a patti, allora, in attesa che fossero tutti i padri a ingannare tutti i figli. Cerchiamo almeno di diminuire la quota degli ingannati. Ripuliamo la sintassi e le meningi”.
Oggi purtroppo tale degrado non è raccontato quasi mai dai canali ufficiali, se non in modo generico e retorico, senza mai andare a vedere quanto sia grave tale situazione per la democrazia, e quali siano le origini. Nei canali ufficiali di solito vengono assunti i giornalisti meno critici, e più disposti ad obbedire al “capo”, che fingono di denunciare la disinformazione ma di fatto la propugnano.
In alcuni casi i giornalisti fanno a gara per proteggere il sistema, anche a costo di perdere ogni dignità professionale e di mettersi gli uni contro gli altri. Ad esempio, un gruppo di giornalisti che lavora per giornali come “Il Foglio”, “Il Giornale” e “La Repubblica” si è attivato per difendere uno dei tanti politici in odore di mafia, contro il loro collega Marco Travaglio.
Quest’ultimo, durante la trasmissione “Che tempo che fa” aveva detto che Schifani “era amico di mafiosi“, sollevando un vespaio. Dato che ormai nessun giornalista solleva tali questioni, sembrava quasi “normale” scagliarsi contro Travaglio senza approfondire se quello che stava dicendo fosse vero.
L’asserzione era veritiera. Renato Schifani, oggi diventato Presidente del Senato, in passato si sarebbe occupato del piano urbanistico del comune di Villabate (fino alla seconda metà degli anni ’90), progetto che lo vide attivo nell’appoggiare Nino Mandalà. Il pentito Francesco Campanella, braccio destro di Mandalà e Provenzano, all’epoca presidente del consiglio comunale di Villabate sostiene, suffragato da alcune intercettazioni, che “Le 4 varianti al piano regolatore… furono tutte concordate con Schifani”. In parole semplici, Mandalà si era accordato con Schifani e La Loggia per attuare un determinato piano urbanistico che avrebbe penalizzato gli interessi della famiglia mafiosa avversaria.
Schifani ha sempre avuto soci mafiosi: Nel 1979 iniziò a far parte di una società di brokeraggio assicurativo insieme a personaggi (Nino Mandalà e Benny D’Agostino) che nel 1990 saranno incriminati per associazione mafiosa o concorso esterno in associazione mafiosa. Successivamente, fondò una società insieme ad Antonino Garofalo, che sarà rinviato a giudizio nel 1997 per usura ed estorsione. Schifani, oltre ad associarsi “casualmente” con mafiosi, ha mostrato anche di stare dalla loro parte e di non prendere molto sul serio l’esigenza di allontanarli dalla politica. Ad esempio, auspicava che Totò Cuffaro restasse al suo posto anche se condannato per mafia. Inoltre, ha cercato di proteggere gli interessi dei mafiosi presentando nel 2005 il progetto di legge numero 600, allo scopo di modificare la legge sulle confische e sui sequestri. Schifani è tanto generoso con i mafiosi quanto poco lo è con coloro che sinceramente combattono la mafia. Ad esempio, non perde occasione per tentare di screditare persone come Maria Falcone e Rita Borsellino, accusandole di fare “uso politico del loro cognome”.
Insomma, in linea con la sua affiliazione partitica, e fedele alle sue ambizioni, Schifani è interessato a non contrariare gli “amici”, e per questo la sua carriera politica si è fatta alquanto brillante.
Gli unici a non capire il passato non pulitissimo di Schifani sembrano essere i giornalisti che si sono accaniti contro Travaglio, mostrando uno zelo perlomeno sospetto nell’intento di far capire che esser stato amico di mafiosi non vorrebbe dire nulla, accusando lo stesso Travaglio di aver avuto amicizie del genere. A questo scopo è stato creato una specie di gossip su Travaglio.
Da bravi servi del potere, pur di difendere un personaggio di regime diventato “importante” miravano a far apparire Travaglio come colui che intratterrebbe rapporti con mafiosi, sminuendo il significato dei rapporti con i mafiosi dell’attuale Presidente del Senato. E’ saltato fuori che Travaglio aveva trascorso una vacanza nella villa di Pippo Ciuro, condannato successivamente per favoreggiamento alla mafia (precisamente del clan mafioso di Michele Aiello). Egli avrebbe trascorso le vacanze come ospite nel suo residence, e per questo è stato accusato dal giornalista de “La Repubblica” Giuseppe D’Avanzo di avere amicizie non tanto pulite. Per difendersi, Travaglio tirò fuori gli assegni con i quali avrebbe pagato la vacanza, sostenendo di non essere stato ospite del mafioso. A questo punto il giornalista Filippo Facci disse che Travaglio aveva mostrato soltanto le ricevute emesse nel 2002 e non quelle della vacanza fatta nel 2003. Di conseguenza, Travaglio si affrettò a precisare che avrebbe mostrato anche le ricevute del 2003.
Molti si sono resi conto che Travaglio non è così obiettivo come vorrebbe fra credere (a questo proposito si veda: http://antonellarandazzo.blogspot.com/2008/07/castronerie-varie.html), ma questo non vuol dire che bisogna colpirlo pur di difendere un politico in odore di mafia.

Il punto è: i giornalisti servi del potere volevano mettere sullo stesso piano Travaglio e Schifani, cercando di nascondere che Schifani ha poteri e grandi responsabilità politiche, mentre Travaglio è soltanto un giornalista. Inoltre, esistono prove dei legami fra Schifani e alcuni mafiosi, mentre non ne esistono riguardo a Travaglio e i presunti “amici” segnalati dai suoi colleghi.
Tutti sanno che i politici attuali non sono lì a difendere gli interessi del popolo, che hanno la funzione di proteggere il sistema, e dunque anche la mafia che ne fa parte. Di conseguenza, Schifani, avendo intessuto rapporti con mafiosi, fa quello che prima di lui hanno fatto Andreotti, Ciancimino e moltissimi altri. Nel sistema attuale è un “dovere” dei politici che stanno più in alto quello di proteggere la mafia, e dunque di entrarvi in contatto. Politica e mafia vanno a braccetto, e lo testimoniano i numerosi casi di “amicizia” fra i politici del passato e quelli attuali, e i personaggi che prima o poi vengono inquisiti per mafia. Sarebbe dovere di tutti i giornalisti non nascondere questa tragica realtà, ma molti di quelli che fanno “carriera” e che presenziano ai programmi televisivi lo fanno.

Nel contesto attuale persino la manipolazione dell’informazione può essere spacciata come “normale”. Lo scrittore Bruno Ballardini osserva che addirittura nei settori specifici possono essere utilizzati termini come “disinformazione costruttiva” per indicare i metodi di manipolazione delle informazioni. Un manuale statunitense che tratta tali metodi prende il titolo: “Come manipolare i mass media: metodi di guerriglia per far passare le vostre informazioni alla TV, alla Radio, nei giornali”,(10) facendo credere che l’informazione richieda, più che abilità giornalistiche, capacità aggressive e manipolatorie.

Come osserva lo studioso Luciano Canfora, c’è il pericolo di “una vasta, capillare ed efficace diseducazione di massa, resa possibile nelle società cosiddette avanzate o complesse dalla potenza, oggi illimitata, degli strumenti di comunicazione e manipolazione delle menti”.(11)

Per determinare un contesto di civiltà atto a creare una vera democrazia bisognerebbe fare tutto il contrario di ciò che fa il sistema attuale. Ossia bisognerebbe riportare l’ambito politico alla serietà che dovrebbe avere, evitando spettacoli, esibizioni e attacchi personali. Bisognerebbe discutere i veri problemi delle persone: il lavoro, la crescita economica, la sovranità finanziaria, ecc. Bisognerebbe porre le giuste priorità, e attribuire responsabilità a coloro che ricoprono cariche istituzionali. Bisognerebbe valutare attentamente e obiettivamente le notizie che ci vengono date, senza appioppare etichette o limitarsi a stabilire chi è “anti” e chi è “pro”. Andrebbero valutati i contenuti senza stabilire fazioni.
In una società realmente democratica non c’è bisogno di creare un clima di diffidenza, divisioni e beghe.
Creare un clima gravemente involuto si rende necessario nei sistemi in cui non c’è libertà e gli individui vengono mentalmente modellati secondo schemi provenienti dall’alto.
Per difendersi da tutta questa spazzatura mediatica e politica occorre cercare di capire le varie strategie di diseducazione che ogni giorno subiamo. Non c’è nessuna vera civiltà che possa basarsi su una politica-spettacolo o su un’informazione manipolata e congegnata per rendere passivi e sottomessi al potere.
Un modo per difendersi è comprendere appieno quello che sta accadendo, senza sentirsi al di sopra di tutto questo, e abituarsi a fare cose “sane”, come leggere buoni libri, utilizzare fonti informative indipendenti, avere una vita sociale ricca e praticare attività costruttive.
L’involuzione civile è la morte di un futuro umano degno di essere vissuto.

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NOTE

1) Pratkanis Anthony R., Aronson Elliot, “L’età della propaganda”, Il Mulino, Bologna 2003, p. 112.
2) Forrester Viviane, “L’orrore economico”, Edizioni Ponte alle Grazie, Firenze 1997, p. 84.
3) Morresi Enrico, “Etica della notizia”, Edizioni Casagrande, Bellinzona 2003, p. 149.
4) Morresi Enrico, op. cit.,, pp. 154-155.
5) Cit. Morresi Enrico, “Etica della notizia”, Edizioni Casagrande, Bellinzona 2003, p. 182.
6) Pratkanis Anthony R., Aronson Elliot, “L’età della propaganda”, Il Mulino, Bologna 2003, p. 302.
7) Forrester Viviane, “L’orrore economico”, Edizioni Ponte alle Grazie, Firenze 1997, pp. 51-52.
8) Murialdi Paolo, “La stampa italiana dalla liberazione alla crisi di fine secolo”, Laterza, Bari 2003, pp. 265-276.
9) Murialdi Paolo, Tranfaglia Nicola (a cura di), “La stampa italiana nell’età della TV, 1975-1994”, Laterza, Roma-Bari 1994, p. 54.
10) Alexander D., “How You Can Manipulate the Media: Guerrilla Methods to Get Your Story Covered by TV, Radio and Newspapers”, Paladin Press, Boulder, Colorado 1993, cit. Ballardini B , “Manuale di disinformazione. I media come arma impropria: metodi, tecniche, strumenti per la distruzione della realtà” Castelvecchi, Roma 1995.
11) Canfora Luciano, “Critica della retorica democratica”, Laterza, Roma-Bari 2002, p. 68.

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Fonte: http://www.mentereale.com/200905311352/News/Articoli/la-diseducazione-civile-parte-prima-il-ritorno-emotivo-alle-caverne.html

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