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Come i più attenti tra i miei lettori avranno notato, ho volutamente lasciato l’Italia in coda ai numerosi casi nazionali esaminati nelle puntate precedenti di questa serie dedicata a cercare di capire quali saranno le caratteristiche più o meno innovative del sistema finanziario europeo e quali le conseguenze principali della tempesta perfetta che festeggerà tra poco meno di due mesi il suo secondo compleanno, una scelta che non ha niente a che fare con le tesi molto ottimistiche avanzate sia a livello governativo che a quello dei diretti interessati e che vedono una relativa maggiore stabilità e solidità delle nostre banche, una tesi, a dire dei suoi sostenitori, supportata dalla sostanziale arretratezza delle nostre banche e che non vedrebbe sostanziali differenze tra i maggiori gruppi creditizi basati in Italia e le banche di minori se non infime dimensioni.

Ho dedicato diverse puntate del Diario della crisi finanziaria alla confutazione di simili tesi, raccogliendone alcune in un articolo uscito nel numero di settembre del 2008 della rivista Lavoro Italiano, mentre dell’argomento mi sono occupato nuovamente nelle puntate del ciclo intitolato “Le conseguenze economiche di Silvio Berlusconi”, il che mi consente di non soffermarmi ulteriormente su questo argomento, se non per dire che, almeno con riferimento alle prime sei o sette banche nostrane, non vedo tanto un sottrarsi alle operazioni della finanza più o meno strutturata, quanto un ritardo nella realizzazione di quei necessari sistemi di controllo interno e di quelli necessari a una valutazione sufficientemente sofisticata dei rischi, ma di tutti i rischi, elementi che costituiscono il loro vero tallone di Achille e che avranno conseguenze che potranno essere correttamente valutate soltanto essendo in possesso dei necessari elementi valutativi, il che, per ora, semplicemente non è!

Quando ho affrontato una delle caratteristiche distintive della tempesta perfetta in Europa ho elencato diversi fattori che saranno suonati alle orecchie dei nostri principali banchieri come un “De te fabula narratur”, non fosse altro che quella sorta di rischio sistemico rappresentato dai paesi dell’Europa dell’Est, dalla Russia e da alcune delle repubbliche un tempo facenti parte dell’Unione Sovietica, dalla Turchia e da paesi posti nell’area del Nord Africa e in quella del medio oriente coinvolge appieno almeno Unicredit Group e Intesa-San Paolo, con l’aggravante per il gruppo guidato dall’ex enfante prodige della finanza italiana, Alerssandro Profumo, derivante dal più che raddoppio della presenza in queste aree determinata dalla acquisizione della tedesca HVB e della sua controllata Bank Austria, successivamente divenuta la subholding di controllo di tutte le presenze del Gruppo di Piazza Cordusio nella maggior parte dei paesi di sopra ricordati.

Non è, peraltro, un mistero per nessuno che dei 150 miliardi di euro di esposizione complessiva del sistema bancario italiano prudenzialmente stimati dal Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, nel corso di una sua recente audizione parlamentare, una parte molto consistente faccia capo proprio ai due gruppi bancari che si contendono la leadership nel nostro paese, mentre sarebbero molto più modeste le quote in carico alle altre tre-quattro banche facenti capo del gruppo di testa, così come non è un mistero il coinvolgimento affatto marginale di Unicredit Group, sempre via Bank Austria, nello schema di Ponzi di Madoff, o altre grane, stavolta via Pioneer e l’attività della divisione di investment banking, nelle quali il gruppo italiano è stato coinvolto e che hanno portato a una riduzione programmata di tale segmento di operatività, nonché al ridimensionamento degli organici, un insieme di questioni che, forse, avrebbe richiesto maggiori accantonamenti prudenziali di quanti ne siano stati effettuati sia nel quarto trimestre dell’anno scorso che nel primo trimestre di quest’anno.

Fonte: http://diariodellacrisi.blogspot.com/2009/06/come-sara-il-mercato-finanziario_4614.html

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