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Prima di affrontare l’esame dello stato dell’arte nell’industria finanziaria in Italia e Spagna, gli ultimi due grandi mercati finanziari europei che avevo in animo di trattare, è il caso di approfondire la questione rappresentata dalla cosiddetta spada di Damocle pendente sul capo delle principali entità finanziarie europee, che è poi rappresentata dalla tenuta prospettica dei paesi un tempo facenti parte dell’area di influenza sovietica e che sono già divenuti membri dell’Unione europea o sono in lista di attesa per esservi ammessi, paesi che, come ricordavo in coda alla puntata di ieri, sono stati di fatto colonizzati dalle banche tedesche e austriache, ma anche da quelle francesi, italiane e britanniche, che hanno acquisito quote di mercato rilevanti in Polonia, in Ungheria, in Bulgaria, nella repubblica Ceca e in quella Slovacca, nelle repubbliche baltiche, in Ucraina, in Russia e in molte repubbliche nate dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, nei paesi della ex Jugolavia, in Turchia e in numerosi paesi dell’Africa Settentrionale.

Da quando è risultato evidente che non era possibile raggiungere un’intesa tra i maggiori paesi europei, causa il fermo veto posto dalla Germania, su un sistema automatico di intervento, ma che si sarebbe proceduto solo caso per caso e solo dopo l’eventuale fallimento o palese insufficienza degli interventi previsti a carico del Fondo Monetario Internazionale o di analoghi organismi finanziari sovranazionali presenti nell’area europea, un fitto velo di silenzio è sceso sulla reale situazione dei sistemi finanziari dei paesi sopra menzionati, un’opacità legata all’inadeguatezza dei sistemi statistici esistenti in quelle nazioni e che costringe gli analisti specializzati a fare del loro meglio per informare i quartier generali delle principali banche e compagnie di assicurazioni europee sulla situazione contingente e prospettica delle economie di paesi che devono buona parte del loro sviluppo agli interventi non coordinati provenienti dai loro fratelli maggiori europei.

Non sono così ingenuo da non immaginare che buona parte delle informazioni, spesso quelle più significative, pervengono alle entità protagoniste del mercato finanziario europeo grazie alle attenzioni che i servizi di intelligence dei paesi maggiormente esposti dedicano a queste aree sino a poco tempo fa caratterizzate da tassi di sviluppo notevoli, ma che ora, fatta eccezione per una Polonia ‘apparentemente’ in controtendenza, stanno regredendo vistosamente e per le quali non è assolutamente escluso il ripetersi di situazioni come quella che ha mandato in default l’Islanda, paese extracomunitario che vantava uno dei più elevati dati di PIL pro capite, un’eventualità che mette, ovviamente, fortemente a rischio gli stock di debito sovrano detenuti direttamente o indirettamente dalle banche europee presenti.

Come è oramai universalmente noto, pur non essendo assenti interessi economici e finanziari extraeuropei, non vi è dubbio alcuno che l’eventuale default di uno o più di questi paesi ricadrebbe in misura prevalente sulle sei o sette nazioni che hanno di fatto adottato le realtà rappresentative di quest’area geograficamente così vasta del continente europeo, interventi che non hanno riguardato solo le maggiori entità finanziarie locali, ma anche realtà industriali, aziende di pubblica utilità e quelle operanti nel crescente settore dei servizi, interventi che, purtroppo, non sempre sono stati effettuati per applicare in queste realtà emergenti le migliori best pratiche e gli standard sia di qualità che sociali prevalenti nei paesi finanziatori, una triste realtà che riguarda più o meno tutti i settori di intervento, ma che è drammaticamente vera in quello delle attività finanziarie che ha rappresentato per la maggior parte dei soggetti stranieri la possibilità di ricreare forme di mercato di oligopolio collusivo difficilmente praticabili nelle rispettive patrie e che ora rischiano di trasformarsi in un vero e proprio boomerang per le case madri!

Fonte: http://diariodellacrisi.blogspot.com/2009/06/come-sara-il-mercato-finanziario_13.html

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