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Fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/240509-che-accade-all%E2%80%99universita-di-torino/

Nelle ultime settimane si è diffusa la sensazione che l’Università di Torino, come pare abbia dichiarato il sindaco del capoluogo piemontese (stando ad alcuni organi di stampa) sia divenuta ormai una “questione di polizia”. Chi la vive dall’interno non ha questa sensazione, tutt’altro; a dispetto di incidenti, e una tensione strisciante che pure a volte si avverte. In ogni caso, l’impressione è che la presenza massiccia di “forze dell’ordine” (!), abbia rappresentato in più d’un caso invece che un deterrente un fattore scatenante di disordini. Il che non toglie che vi siano gruppetti di esagitati, di varia coloritura ideologica, che mostrano, anzi ostentano, una miope incapacità di agire politicamente. Gli “irriducibili dell’antifascismo” – a cui va la mia simpatia e solidarietà – cercano di ridurre l’agibilità politica ai neofascisti, i quali, naturalmente, cambiando talora pelle e soprattutto cambiando ragione sociale, non sanno né possono rinunciare ad essere quello che sono: la personificazione della prepotenza e dell’intolleranza, oggi accresciute dal clima politico che essi percepiscono come straordinariamente favorevole. L’inagurazione dell’anno accademico avvenne in un clima di vera militarizzazione, di cui non si avvertiva proprio l’esigenza; e a ricordare a docenti e studenti e personale tutto che il governo li considera potenzialmente pericolosi (come non ricordare l’invocata “bonifica della cultura” reclamata da tempo dall’ineffabile Magdi “Cristiano” Allam, ora capolista dell’UDC alle Elezioni Europee?) ci pensò l’imponente e aggressivo schieramento di forze di polizia allo sciopero generale della scuola del marzo scorso. In questo clima, che la contesa per le elezioni universitarie – che hanno visto la presenza invadente di liste di estrema destra – ha acuito, è davvero apparso un gesto inutilmente provocatorio la convocazione del cosiddetto “G8 dell’Università” dei giorni scorsi.
Cominciato tra le polemiche e chiusosi tra i lacrimogeni e gli arresti. Ora, la domanda davanti ai “fatti di Torino”, è: valeva la pena? A cominciare dalla inopinata e improvvisa chiusura (con motu proprio del rettore), della sede-emblema dell’Università di Torino, Palazzo Nuovo, dove sono localizzati aule di lezione, studi dei docenti, uffici e strutture principali delle Facoltà Umanistiche, per ben 4 giorni lavorativi? Un gesto apparso inaccettabile che ha contribuito ad esacerbare gli animi, specie davanti alla motivazione: timore di occupazione! Dopo che il Palazzo era stato occupato per settimane, nel pieno del movimento dell’Onda, e mai la didattica era stata sospesa (il che invece è divenuto inevitabile con la serrata: vera serrata, che ha costretto a ferie obbligatorie una parte cospicua del personale, quella che non è riuscita a essere collocata in altre sedi per quei giorni). Ma occorre anche chiedersi se in una situazione in cui si offrono 50 euro (dicansi cinquanta) per un corso regolare di lezioni a personale “non strutturato”, e i bilanci delle Facoltà e dei Dipartimenti sono stati ridotti in una misura che va dalla metà ai due terzi, fosse davvero il caso di organizzare una parata di stelle accademiche (non di stelle intellettuali, beninteso: si trattava perlopiù di oscuri professori-funzionari, aspiranti manager autocandidatisi all’egemonia del sistema universitario occidentale) priva di qualsiasi significato culturale e politico? Era proprio il caso di dar vita a una ultima ed estrema provocazione, fin dal nefasto titolo di “G8”, che richiama immediatamente l’agghiacciante esperienza di Genova del luglio 2001?
E se poi ci accostiamo alla dichiarazione finale dei rettori, stesa con il solito lento lavorio di mediazione, e di traduzione, non si sa se sorridere o imprecare: un insieme di scempiaggini e banalità sesquipedali, che vanno dalla riaffermazione della “centralità” dell’istituzione universitaria, all’importanza dello “sviluppo sostenibile” e via seguitando. Non conosco un solo docente delle università non soltanto italiane che non sia pronto a sottolineare l’importanza del proprio lavoro e dell’istituzione che egli rappresenta (magari parlando in termini di desiderio che il degrado politico-culturale oggi sembra mettere profondamente a rischio). Non conosco un solo studente o docente che non vogliano preservare le risorse energetiche del Pianeta. Occorreva buttare dalla finestra – in periodo di restrizioni gravissime di bilancio – una bella somma (quanto, esattamente? Qualcuno ce lo dica, per favore!), ottenendo il solo risultato di far sentire gli studenti e i “precari della ricerca” dei paria? E incitarli a trasformare il dissenso in rabbia. Come non averlo preveduto da parte delle autorità?
D’altro canto, mi si lasci dire che se da un lato si è realizzata questa pletorica e inutile cerimonia per dire solennemente banalità che oggi sono senso comune, dall’altro lato – quello di una pur minima parte dei partecipanti alle manifestazioni, il cui orientamento di fondo invece personalmente condivido, e sostengo da sempre, volto alla difesa dell’università pubblica e del ruolo di centro di elaborazione di saperi critici non funzionali alle logiche mercantili – perché giocare alla guerriglia urbana? Perché cadere nelle trappole della provocazione (si è sospettata infatti la presenza di veri agenti provocatori “travestiti” da manifestanti: Cossiga docet)? Preciso anche che (in questo, per una volta, sottoscrivo l’analisi di Lucia Annunziata sulla Stampa del 20 maggio) respingo in modo reciso le grida di allarme di chi ha parlato di incubazione di terrorismo e simili pericolose sciocchezze (a partire dal nostro ineffabile ministro dell’Interno, noto azzannatore di polpacci di poliziotti); tra l’altro, gli episodi di violenza hanno coinvolto poche decine di persone, a mia conoscenza perlopiù estranee all’Onda.
E in ogni caso, resta la domanda: perché? Al di là dello spot per il rettore del Politecnico, inventore della bella trovata del G8 universitario, valeva la pena muovere una montagna per partorire un topolino? Valeva la pena rischiare di appiccare l’incendio alla prateria per organizzare un picnic di signori ingessati? L’immagine emblematica della inutile parata torinese è quella di una sfilza di strani personaggi che si godono dalla balconata del Castello del Valentino lo spettacolo degli scontri tra manifestanti e poliziotti – che hanno prodotto feriti e dai quali sono scaturiti fermi, alcuni tramutati in arresti –, e scattano, con malcelato entusiasmo, foto coi loro telefonini. Almeno avranno qualcosa da raccontare a chi chiederà loro: che cosa avete fatto a Torino?

Angelo d’Orsi

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