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Pubblico un’intervista a Piero Farabollini, vice-Presidente dell’Ordine dei Geologi delle Marche, che chiarisce alcuni aspetti poco investigati sulla ricostruzione nei territori colpiti dal sisma.

Claudio Messora: «Piero Farabollini, dell’Università di Camerino, in provincia di Macerata. Vice-Presidente dell’Ordine dei Geologi delle Marche. Geologo a sua volta. Sei qui per raccontarci che cosa?»

Piero Farabollini: «Del terremoto si dice sempre che è impossibile da prevedere. Però quelle aree che possono generare terremoti, tra cui le faglie sismo-genetiche e così via, orma sono conosciute, classificate, etichettate, comunque anche sulla base dei terremoti cui hanno dato luogo nel passato. Sono state mappate, riportate su delle carte di dettaglio. Nella fattispecie, per quanto riguarda il terremoto aquilano, nel 1995-96-97, attraverso un progetto d’ambito nazionale, si è realzzata una cartografia geologica alla scala 10.000 che poi è stata trasferita alla scala 50.000, di dettaglio del territorio. Sicuramente non è esaustiva per la conoscenza del territorio, ma è una base di partenza molto importante, molto più aggiornata rispetto alla vecchie carte del 1955. Di queste carte per esempio non se ne conosceva l’esistenza, o comunque ne è stata ignorata l’esistenza. Queste carte cercavano di evidenziare i vari depositi che caratterizzavano la conca dell’Aterno. Allora le faglie si conoscono. In parte, i depositi si conoscono. Si conosce una realtà geologica con un dettaglio buono o molto buono.»

Claudio Messora: «E ciononostante i geologi non vengono consultati prima di concedere i terreni edificabili ai costruttori…»

Piero Farabollini: «In sostanza è questo. Molto spesso si consultano magari queste carte che seppur molto buone non sono esaustive del territorio, soprattutto perchè rilevamenti effettuati a quella scala non sono mai rilevamenti mirati alla piccola area che poi viene interessata dalla successiva edificazione. In quel caso sarebbe opportuno procedere con indagini più specifiche e più dettagliate, per confermare, per avvalorare, o al limite anche per modificare quello che magari le vecchie carta riportano, in scala più generica. La normativa stessa richiede che per qualsiasi opera di utilizzo del territorio che vada a interferire con il sottosuolo ci sia appunto una relazione geoloica.»

Claudio Messora: «Questo avviene?»

Piero Farabollini: «Io… spero di sì! Sia come ordine professionale che come ricercatore universitario. Però succede che in molti casi ci si affida alle conoscenze pregresse, perchè ovviamente determinate indagini sono costose, perchè magari richiedono un’attrezzatura molto più particolare, perchè magari sono realtà morfologiche, litologiche difficili da attraversare con le tecniche di indagine…»

Claudio Messora: «…perchè siamo in Italia!»

Piero Farabollini: «Perchè siamo in Italia.» [ride]

Claudio Messora: «Nella ricostruzione attuale di L’Aquila e delle altre aree colpite dal terrmoto, che tu sappia, c’è stata una consultazione con i massimi esperti di Geologia, oppure è un aspetto ancora poco chiaro?»

Piero Farabollini: «Sicuramente è un aspetto poco chiaro, o comunque poco conosciuto e divulgato, perchè quello che è passato attraverso l’informazione è soltanto la volontà di ricostruire, ma non si è parlato mai di geologia del territorio. Cioè non si è parlato appunto di quelle indagini che sono necessarie anche per individuare le aree su cui mettere temporaneamente, per esempio, le strutture insediative per togliere le persone dalle tendopoli. Anche in quella fase sarebbe necessario…»

Claudio Messora: «…i famosi quindicimila alloggi temporanei?»

Piero Farabollini: «Esattamente. I famosi quindicimila alloggi temporanei che comunque avrebbero necessità se non altro di sapere su che cosa si va a costruire. Della conca dell’Aterno si è detto di tutto. Si è detto anche che gli spessori dei sedimenti sono risolvibili in pochi metri, per cui la situazione è anche più facile di quanto si possa pensare, ma non è così! Tant’è vero che vi è un diffuso danneggiamento anche delle nuove strutture, perchè ci sono delle località dove ci sono edifici ancora in costruzione estremamente danneggiati o inutilizzabili. Questo evidenzia che, nella buona fede di chi ha realizzato l’edificio, ovviamente ci sia anche una carenza delle conoscenze geologiche del territorio, o comunque della possibilità che questi territori possano generare la cosiddetta amplificazione del segnale sismico, per cui vi è un effetto di danneggiamento maggiore rispetto a quello che sarebbe avvenuto dove c’è un terreno privo di problematiche.»

Claudio Messora: «Ma è stata fatta una classificazione del territorio in base al rischio sismico?»

Piero Farabollini: «L’INGV, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, presieduto da Enzo Boschi, da anni lavora in questo senso, proprio nella mappatura delle faglie e nella caratterizzazione dal punto di vista del potenziale sismico. Tant’è vero che sia con il terremoto Umbria-Marche, che con il terremoto di San Giuliano di Puglia, è stato riclassificato il territorio nazionale. L’ordinanza 3274 del Consiglio dei Ministri riclassificava il territorio nazionale. Il potenziale sismico è conosciuto, perchè l’area aquilana ha dato terremoti storici: si conoscono almeno due eventi sicuri, del 1374 – o qualcosa del genere – e quello del 1703, che hanno generato terremoti analoghi come magnitudo a quella attuale. Eppure il territorio di L’Aquila era considerato di seconda categoria, e non di prima categoria come sarebbe stato necessario. Forse perchè vi è un aspetto prettamente scientifico, per cui c’è una classificazione sismica che si basa su dati scientifici, raccolti sul campo, presi dall’osservazione dei terremoti, presi da studi storici, che da un’idea poi di quelle che sono le aree dove appunto le faglie sono in grado di dare terremoti di una certa magnitudo, ma poi l’Italia è suddivisa in territori comunali, territori provinciali e territori regionali

Claudio Messora: «Ma è il sindaco del comune che poi accetta questa classificazione o meno.»

Piero Farabollini: «Sì, esattamente, perchè il sindaco ovviamente dovrebbe tener conto di alcune informazioni che derivano appunto da un organo che è preposto alla valutazione del potenziale sismico, l’INGV, che aveva classificato l’Aquila come un territorio a massima pericolosità, mentre è stata recepita come un territorio di seconda categoria, per cui non la massima pericolosità ma una pericolosità media

Claudio Messora: «Quali sono le conseguenze, i vantaggi o gli svantaggi, per un’amministrazione comunale di essere classificata come un territorio ad altissimo rischio sismico piuttosto che a rischio medio?»

Piero Farabollini: «Beh, infatti, questo è proprio il lato effettivamente pratico della questione. In queste situazioni è ovvio che la diversa classificazione del territorio sismico comporta anche diverse norme e regole nell’edificato. E’ ovvio che se un edificio deve resistere a un terremoto con magnitudo pari a 6 piuttosto che a un terremoto con magnitudo pari a 4 o 4 e mezzo, cambia molto. Cambia la struttura dell’edificato, nell’elevato dell’edificato…»

Claudio Messora: «Quindi meno probabilità di concedere i terreni per l’edificazione, più perizie da dover svolgere con aggravio di costi…»

Piero Farabollini: «Sicuramente aggravio di costi, perchè la normativa comunque prevede che uno studio geologico a monte ci sia sempre, Quello studio geologico ti permette di dire che quel terreno è in grado di sopportare una sollecitazione pari a tot, piuttosto che una sollecitazione moltoi più forte che comporta una struttura molto più solida, per cui molto più costosa

Fonte: http://www.byoblu.com/post/2009/06/10/Attenti-a-quel-geologo!.aspx

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