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Fonte: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001109.html

di Françoise Benhamou e Pierre-Jean Benghozi 12.05.2009

La Commissione Europea dovrà presto esaminare un testo di direttiva che allunga da cinquanta a novantacinque anni i diritti d’autore di musicisti e case discografiche. Non è una buona idea. In primo luogo perché a beneficiarne sarebbero la majors della musica e non gli artisti. E non ha neanche giustificazioni economiche: in altri settori, come il farmaceutico, dove gli investimenti sono ben più rilevanti, il copyright è inferiore ai venti anni. Oltretutto, così facendo si rinuncia a esplorare le nuove opportunità e i nuovi modelli economici offerti dal digitale.
La Commissione Europea deve esaminare un testo che vuole prolungare dagli attuali cinquanta a novantacinque anni i diritti d’autore di musicisti e case discografiche, nonché quei “diritti connessi” di esecutori, interpreti e produttori fonografici, esattamente come avviene negli Stati Uniti. L’obiettivo del commissario cui è affidato il dossier, Charlie McCreevy, è di aiutare i vecchi musicisti e, nel contempo, di promuovere la nascita di giovani artisti. È da parecchi anni che gli specialisti dei diritti d’autore richiamano l’attenzione sull’evoluzione che ha subìto il settore negli Stati Uniti, con la cosiddetta legge di Disney: la durata dei diritti tende ad allungarsi, per permettere all’azienda di continuare a sfruttare i primi disegni animati e gli innumerevoli prodotti creati col marchio di Topolino, Pluto, e compagnia. Anche l’Europa rischia ora di avere una sua legge McCreevy.LA CREATIVITÀ OLTRE IL DIRITTOSi afferma che l’estensione della durata del copyright stimolerebbe la creatività e ricompenserebbe l’assunzione di rischio che accompagna l’atto creativo. Il ministero francese della Cultura appoggia tale impostazione con l’ulteriore argomento della diversità culturale; ciò presuppone che i produttori fonografici possano mettere a frutto gli investimenti a favore di nuovi talenti, mediante la riedizione di fondi di catalogo.
Ma questa non è affatto una buona idea. Innanzitutto perché la creatività non dipende certo dallo stimolo del prolungamento dei diritti d’autore. Non si è mai riusciti a dimostrare il benché minimo effetto positivo di tale prolungamento e non sarebbero certo gli artisti a beneficiare di un simile provvedimento, ma principalmente le case discografiche. Il batterista Dave Rowntree ha affermato: “Non ho mai sentito che un musicista abbia deciso di non registrare un pezzo, perché i suoi diritti d’autore terminavano cinquant’anni dopo”. C’è anche da dubitare che i produttori investano di più, se dispongono di novanta anni di copyright anziché di cinquanta: tanto per citare un esempio, le case farmaceutiche si contentano di meno di venti anni e affrontano spese ben più considerevoli.
Inoltre, l’estensione della durata dei diritti non è una buona idea, perché il surplus dei guadagni andrebbe unicamente in favore dei best-seller, accentuando ulteriormente il distacco dai titoli di minor successo, quell’interminabile lista di quei pezzi poco conosciuti, poco diffusi o addirittura mai registrati.
Bisognerebbe usare l’argomento della diversità culturale con maggior tatto e abilità, se non si vuole svuotarlo totalmente di significato.VECCHI SUCCESSI E NUOVE OPPORTUNITÀNon dimentichiamoci che il diritto d’autore dura per settanta anni dopo la morte del compositore; se quindi l’interprete ha diritto a “soli cinquanta anni” non è scandaloso. Il diritto d’autore stabilisce un monopolio sull’opera e in tal modo ne frena la diffusione. Rimuovere il limite di cinquanta anni per l’interprete e di settanta per l’autore non sarebbe indecoroso. Gli artisti, invecchiando, avrebbero comunque goduto per 50 anni del frutto dei loro successi; negli ultimi anni godrebbero ancora della notorietà conquistata e, nel frattempo, registrazioni e “rivisitazioni” inedite potrebbero offrire nuova vita alle vecchie canzoni di successo. Si potrebbe, al limite, contemplare l’ipotesi di estendere i diritti fino al decesso dell’interprete, qualora avvenga dopo i fatidici cinquanta anni.
In un mondo digitale, contraddistinto da immediatezza, abolizione delle distanze e mito della gratuità volersi intestardire a estendere oltre misura la durata dei diritti degli interpreti, cedendo così alle sirene di un’economia di rendita, finisce col rivoltarsi contro quegli stessi interessi di artisti e creativi, che in teoria si vorrebbe difendere. La tentazione di ripiegarsi su se stessi e difendere a tutti i costi il passato rischia di aver la meglio sull’esplorazione delle nuove opportunità e dei nuovi modelli economici, offerti dalla cultura del mondo digitale. Ma non era proprio Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais, il padre del diritto d’autore, che affermava “(…) di qualsiasi bene si parli, quel che rende felici non è il possederlo, bensì il goderne”?(traduzione di Daniela Crocco)

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