Quanto durerà la recessione? (quarta e ultima parte)

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Fonte: http://diariodellacrisi.blogspot.com/2009/05/quanto-durera-la-recessione-quarta-e.html

Nella sua non proprio appassionante relazione all’assemblea annuale della Confindustria, la giovane presidentessa, Emma Marcegaglia, ha finalmente detto quello che una parte molto minoritaria degli economisti non embedded sostengono da tempo, affermando che molto difficilmente l’industria potrà tornare ai livelli di produzione precedenti la tempesta perfetta prima del 2013, un orizzonte temporale che certifica una durata della crisi finanziaria e della conseguente crisi dell’economia più in generale che va dai cinque ai sei anni o, se preferite, da 20 a 24 trimestri.

Sentire una simile previsione dalla viva voce della tostissima figlia di Steno, imprenditore siderurgico fattosi davvero da sé e a lungo accreditato di simpatie comuniste non incompatibili con una gestione ferrea della propria azienda, dovrebbe far correre brividi gelati nelle schiene di quanti, Governo, partiti di maggioranza e di opposizione, sindacati, hanno scommesso tutto, ma davvero tutto, sull’ipotesi che il peggio ‘dovrà’ essere passato tra la fine dell’anno in corso e la prima metà dell’anno prossimo, una scommessa che prevede anche che già dall’autunno di quest’anno si possano vedere i primi segnali di inversione di tendenza in parti significative dell’apparato industriale e il non inasprimento del credit crunch, sia sul piano dei volumi di credito che su quello altrettanto importante del non inasprimento ulteriore delle condizioni effettive richieste per ottenerlo, rappresentate dal tasso di interesse e dalla commissioni applicate!

Nelle tre puntate del Diario della crisi finanziaria dedicate proprio alla prevedibile durata della crisi ero stato molto meno catastrofista di Emma, anche perché sono perfettamente consapevole del significato sulle condizioni di vita delle donne e degli uomini che popolano questo pianeta derivanti dalla prosecuzione, anche per un solo trimestre in più, di questo coacervo di meltdown finanziario e chiusura di fabbriche e impianti, così come non riesco a restare indifferente alla valanga di espropri delle abitazioni, all’ondata di licenziamenti, fenomeni che, in non pochi casi, finiscono per colpire le stesse persone, in una spirale davvero perversa nella quale è addirittura difficile distinguere tra le cause e gli effetti.

Sarebbe troppo facile rinfacciare a Mrs Marcegaglia la sua partecipazione convinta al vasto coro di quanti hanno visto sino a poche settimane orsono la ripresa dietro ogni angolo, così come il suo e altrui evidente fastidio nei confronti di quei pochi economisti e liberi pensatori che mettevano in guardia dai facili ottimismi e, soprattutto, dai più che prevedibili effetti disastrosi derivanti dalla puntuale mancata verifica delle previsioni più ottimiste, anche se devo dire che in uno con i mercatisti più sfegatati sono svaniti,davvero come neve al sole, anche i teorici delle aspettative più o meno razionali, anche se ritengo questa rotta disordinata di queste due affollatissime scuole di pensiero uno dei pochi aspetti positivi della tempesta perfetta che, tra poco più di due settimane, entrerà nel suo ventitreesimo mese di vita!

Mi chiedo spesso cosa direbbe oggi il mai troppo compianto John Maynard Keynes di fronte all’assenza di metodo e di logica che sta caratterizzando l’agire alquanto scomposto dei leaders politici e dei banchieri centrali di fronte all’esplodere simultaneo delle innumerevoli bolle speculative determinato da cause di carattere strutturale determinatesi sin dalla sua sconfitta a Bretton Woods, ma fattesi davvero metastasi pervasive a partire dalla metà degli anni Ottanta, anche se credo che quello che più farebbe infuriare il Yellow del King’s College in quel di Cambridge sia rappresentato dall’utilizzo improprio dell’armamentario teorico da lui costruito a partire dall’evidenza tragica del fallimento del pensiero neoclassico rappresentata dalla Grande Depressione che finì per durare poco meno di un quindicennio anche a causa dell’ottimismo di maniera e delle terapie sbagliate adottate nel primo quinquennio successivo al crollo dell’ottobre del 1929.

Nel mio intervento al convegno sulla crisi finanziaria e i suoi effetti sociali organizzato dalla UIL, ho avuto la possibilità di toccare con mano la scarsa conoscenza degli economisti accademici della mutazione genetica intervenuta, nell’arco di almeno due decenni, nel mercato finanziario globale, una mutazione della quale è facile vedere gli effetti, soprattutto quando gli stessi assumono carattere catastrofico, mentre è molto più complesso avere un’idea sufficientemente chiara delle cause, una ‘lack of understanding’ che non ha consentito alla maggior parte degli economisti di professione di capire che la tempesta perfetta era in realtà del tutto inevitabile, anche se nessuno era in grado di prevedere con sufficiente esattezza quando avrebbe avuto inizio, non fosse altro che per il fatto che era stata evitata ben due volte da Alan Greenspan (nel 1987 e nel 1998) mediante quell’inondazione di liquidità e quelle manovre aggressive sui tassi di interesse che, nella fase attuale, si sono rivelate inutili se non addirittura controproducenti.

Credo proprio che, se i maggiori economisti del pianeta, insigniti o meno del Premio Nobel, avessero frequentato maggiormente le Investment Banks e le megadivisioni di Corporate & Investment Banking delle banche più o meno globali (in particolare le loro fabbriche prodotto, affollate di apprendisti stregoni), o avessero studiato la trasformazioni in entità finanziarie delle industrie a carattere più o meno multinazionale, avrebbero capito maggiormente per tempo che quel fenomeno dalla altissima potenza distruttiva che per comodità chiamiamo tempesta perfetta rappresentava non tanto uno degli scenari possibili,quanto l’unico scenario possibile, un vero e proprio caso di scuola di fenomeno del quale non è in discussione la possibilità di realizzazione, quanto, piuttosto, la più o meno esatta individuazione temporale della realizzazione stessa, un fenomeno che, utilizzando l’alquanto spregiudicato linguaggio in voga nelle sale operative di cui queste entità erano ampiamente dotate, rappresentava “un calcio di rigore”.

Ricordo che il video del mio intervento al Convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente sul sito dell’associazione FLIP, all’indirizzo http://www.flipnews.org/ . Riproduzione della presente puntata possibile solo citando l’autore e l’indirizzo del blog

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