Conti in rosso per YouTube

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Fonte: http://www.internazionale.it/interblog/?blogid=32

Nel 2009 potrebbe perdere 470 milioni di dollari. Perché i contenuti degli utenti hanno un costo di gestione alto e non generano nessun profitto, scrive Farhad Manjoo.
Sapete già che i giornali sono roba vecchia e che nelle città più cablate sono stati sconfitti dalla rete. Ma forse non sapete che uno dei nuovi media più amati, YouTube, spreca tanti di quei soldi che a confronto i giornali sembrano un ottimo investimento.Secondo un’analisi del Credit Suisse, Google, che ha comprato YouTube nel 2006, quest’anno potrebbe perdere 470 milioni di dollari a causa del sito di condivisione video.Per fare un esempio: il Boston Globe, che dovrebbe perdere 85 milioni di dollari nel 2009, è cinque volte più redditizio di YouTube.I problemi del sito sono gli stessi dei giornali: ha costi enormi di gestione (immagazzinaggio e distribuzione video), ma fa fatica a vendere spazi pubblicitari. Forse il Credit Suisse ha sbagliato le sue stime ma, se anche avesse ragione solo in parte, vorrebbe dire che YouTube è davvero nei guai.Come ha scritto il Silicon Alley Insider, neanche Google può permettersi di sostenere a lungo una società che perde quasi mezzo miliardo di dollari all’anno. È un problema comune a molte start up: i contenuti generati dagli utenti sono troppo costosi.Due anni fa, secondo la rivista Time, la persona dell’anno eravamo tutti noi. Time sosteneva che distribuendo il lavoro di milioni di persone, la rete stava cambiando radicalmente il nostro modo di comunicare.È vero: abbiamo vissuto l’insediamento del presidente Obama attraverso milioni di immagini catturate da gente comune. Ma i siti di condivisione non hanno fatto quello che molti speravano: produrre tonnellate di soldi. Anzi, spesso non ne hanno prodotti affatto.Imparare da HuluIl motivo è semplice: gli inserzionisti non vogliono sborsare soldi per dei video fatti in casa. Nei giornali, per esempio, c’è una relazione tra diffusione e guadagni: se un giornale pubblica un articolo interessante attira più lettori, e quindi più inserzionisti.Su YouTube questa relazione funziona al contrario: i video più cliccati sono così volgari o inutili che respingono gli inserzionisti. Paghereste per vedere il logo della vostra azienda su un video amatoriale che mostra una gaffe di Britney Spears? Probabilmente no.Secondo il Credit Suisse, nel 2009 375 milioni di persone guarderanno circa 75 miliardi di video su YouTube. La società avrà bisogno di una connessione a banda larga in grado di fare girare i dati a 30 milioni di megabit al secondo, e questo le costerebbe 360 milioni di dollari all’anno.E poi ci sono i video: molti sono girati gratis dagli utenti, ma YouTube spende oltre 250 milioni di dollari all’anno per l’acquisto di video professionali.Un altro esempio è Facebook. Per condividere le foto, i video e tutto quello che mettete nel vostro profilo, il social network deve sostenere costi enormi.L’anno scorso TechCrunch ha scritto che Facebook spende un milione di dollari al mese di elettricità, 500mila dollari al mese per la banda e quasi 2 milioni alla settimana per nuovi server: gli iscritti caricano quasi un miliardo di foto al mese. Facebook, però, non ha ancora detto come pensa di recuperare gli investimenti che hanno fatto valutare la società 15 miliardi di dollari.Il contenuto che funziona meglio, alla fine, è quello prodotto da professionisti. Recentemente Slate ha elencato i servizi che gli utenti sono disposti a pagare online: la musica di iTunes, le recensioni da Consumer Reports, gli articoli del Wall Street Journal.Prendiamo l’esempio di Hulu, il sito che offre film e programmi televisivi. Ha meno traffico di YouTube (e quindi costi inferiori), ma gli inserzionisti sono disposti a pagare cifre maggiori. Anche YouTube ha firmato contratti con gli studi di Hollywood nella speranza di attirare la pubblicità, ma il problema rimane quello dei costi dei video amatoriali.Forse YouTube così come lo conosciamo è destinato a fallire: potrebbe applicare delle restrizioni per ridurre i costi della banda, o introdurre una forma di pay per use. Time aveva ragione: YouTube ha davvero cambiato il mondo. Peccato che non abbia trovato un modo per guadagnarci.FARHAD MANJOO è un columnist di Slate e scrive di tecnologia. È l’autore di True enough: learning to live in a post-fact society (Wiley 2008). Ha trent’anni. Questo articolo è uscito con il titolo Do you think bandwidth grows on trees?Altri articoli di Farhad Manjoo pubblicati da Internazionale:• La nuova avventura di Tina Brown 30 Apr 2009 – posted by Internazionale

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