Nelle Borse vincerà l’orso

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Fonte: http://www.avvenimentionline.it/content/view/2747/189/

L’ottimismo dell’ultimo mese non è destinato a durare. Parola di George Soros. La crisi del consumatore americano e delle banche non è finita e continuerà a pesare su crescita reale e finanziaria
di Carlo IngleseAvrà pure 78 anni. Ma l’anno scorso mentre i mercati collassavano e tutti gli hedge fund perdevano in media il 19%, il suo guadagnava l’otto. Tanto da potersi pagare uno stipendio di poco superiore al miliardo di dollari. Sì, avete letto bene: miliardo, non milione. È George Soros, l’uomo che ha messo in ginocchio la mitica Bank of England negli anni Novanta smontando a picconate lo Sme. Insomma, sarà pure una vecchia gloria, ma se dice che il recente rally delle Borse (+24% in un mese) è fasullo, un pensierino vale la pena farcelo. Anche perché su left lo leggete da tempo: la crisi non è ancora finita, prima che le cose vadano meglio, andranno peggio.

Gli appassionati della rubrica mercati sanno che già nel 2006 la situazione ci appariva insostenibile. La nostra chiave di lettura della crisi è nel bilancio del consumatore americano, che veniva da anni di spesa superiore alle possibilità, finanziata prima dai guadagni della Borsa, poi dell’immobiliare, infine dal facile credito al consumo. L’incidenza del costo del mutuo sul reddito disponibile allora era ai massimi degli ultimi decenni. La somma del debito pubblico e privato Usa era passata dal 150% del Pil nel 1970 al 350 circa degli anni Duemila. Il tasso di risparmio delle famiglie aveva toccato lo zero ed era addirittura diventato negativo. Tra il 1994 e il 2006 il volume dei derivati era passato dall’80% circa al 700% del Pil mondiale. Con il crollo della volatilità il premio al rischio si era ridotto a una frazione del suo valore storico. L’indebitamento delle banche aveva raggiunto livelli da brividi. In quella situazione, la scintilla è stata l’inversione del prezzo delle case. La storia insegna che i mercati vivono fasi di sentimento condiviso che li possono portare in luoghi immaginari molto distanti dalla realtà. Ma alla fine i conti si pagano sempre. All’inizio del 2007 crepe irreparabili comparivano già nel sistema finanziario, tuttavia dopo una piccola crisi in marzo le cose avevano sostanzialmente retto fino all’esplosione estiva dei subprime, quando è divenuto chiaro che era successo qualcosa di molto grave. Ci sembrò davvero incredibile, già da allora, che tanti indici di Borsa nel mondo, compreso quello di New York, fossero tornati ai massimi nel settembre 2007, e che il Baltic dry index, un importante indicatore dell’attività economica mondiale, facesse nuovi record, mentre la Fed procedeva a interventi di emergenza e l’economia era diretta verso il baratro. Le speranze sul decoupling, ovvero sulla possibilità che la crisi Usa non si estendesse ai giganti del Bric (Brasile, Russia, India, Cina) e all’Europa, si fondavano su un’analisi superficiale della domanda mondiale: a oggi i consumi cinesi sono solo un quinto circa di quelli statunitensi, e pur essendo in crescita non possono ancora compensare il crollo di questi ultimi.

Nel marzo del 2008 denunciammo il fatto che l’informazione offriva un quadro di normalità apparente sempre più stridente con la devastazione in corso: pubblicazioni di settore presentavano scenari positivi irreali, basati su argomentazioni fallaci o sensazioni non misurabili (la più comune delle quali serpeggia tutt’oggi, «ormai è sceso così tanto…»). Anticipare nel 2006 l’inversione di tendenza sui mercati fu un esercizio costoso per chi gestiva patrimoni, visto che il tempismo è tutto sui mercati finanziari. Ma nel 2007 e nel 2008 la prudenza è stata ampiamente ripagata. I rialzi come quelli avvenuti nel mese passato, in gergo si chiamano bear market rally, e si caratterizzano per la loro natura repentina. Quello in corso, come al solito, è guidato dai titoli che sono scesi di più, spesso a prescindere da quale sia davvero il loro valore reale. Sono fenomeni anomali di breve durata, reazioni nervose. In generale vale la regola che nulla scende in linea retta, i rimbalzi infatti sono previsti da qualsiasi approccio di analisi tecnica. Prova ne sia che la maggior parte dei massimi rialzi percentuali giornalieri degli ultimi cento anni al New York stock exchange sono concentrati nel 2008, l’annus horribilis dei mercati. Il recente rialzo ricorda quello visto tra marzo e maggio 2008, che ci lasciò increduli per la sua durata (due mesi). Ma l’epilogo, anche stavolta, dovrebbe essere simile. Il problema è ancora il livello dei consumi Usa. Per rientrare al livello medio del 66% del Pil (più coerente con il reddito) dall’attuale 72% saranno necessari anni di crescita debole. Nel breve dunque è possibile solo un timido e temporaneo rimbalzo. L’altra componente necessaria della crescita è il credito, ma il moltiplicatore resta eccezionalmente depresso, le misure di Obama poco efficaci, e sembra difficile prefigurare un recupero significativo nei prossimi 12-18 mesi. Asia e Sudamerica sono le uniche aree da cui possiamo sperare di vedere segni di ripresa, forse dal 2010, che innescherebbero miglioramenti per i Paesi produttori di materie prime e, ultimi, per gli Stati Occidentali. Quindi gli unici consigli di investimento saggi, oggi come ieri, sembrano essere: titoli di Stato di alta qualità e brevissima scadenza e hard assets, a cominciare da oro, petrolio e materie prime.

Zimbabwe o Giappone? Inflazione o depressione? Tra gli scenari futuri dell’uscita dalla crisi quello inflattivo è senz’altro il migliore che il mondo occidentale possa auspicare, perché probabilmente significherebbe che in qualche misura le politiche economiche hanno funzionato, generando un incremento dell’attività economica. Ma la Federal reserve cammina su una lama di rasoio: mantenere a lungo una politica monetaria accomodante rischia di portare un’alta inflazione e una crisi diversa e peggiore; allo stesso tempo tirare le redini troppo presto rischierebbe di strangolare la ripresa e rigettare il Paese nella crisi. Per ora il dilemma non si pone, l’economia resta depressa e lontana dal momento di quelle scelte. Ma una cosa è tristemente nota fin d’ora: nessuno ha mai trovato la giusta via di mezzo, tantomeno su grandezze immense come quelle in gioco per la maggiore economia del mondo. Nello scenario inflattivo i titoli di Stato Usa a lunga scadenza registrerebbero gravissime perdite, e così il dollaro. Nello scenario depressivo invece sarebbero entrambi penalizzati dal sostanziarsi del rischio di fallimento. Il segno dei tempi è che per valutare gli Usa oggi bisogna usare gli stessi parametri che si usano per i Paesi in via di sviluppo.

I tempi dell’economia reale
non sono repentini come quelli dei mercati finanziari. Ci è voluto molto tempo perché l’inversione del ciclo immobiliare del 2006 avesse il suo naturale effetto sull’economia reale. Solo nel 2007 infatti il settore immobiliare, che pesava il 5% del Pil, ha cominciato, calando del 20%, a sottrarre un punto di Pil. E c’è voluto tempo perché ciò si riverberasse sul resto dell’economia. Nell’esempio specifico quasi due anni. La disoccupazione segue con ritardo il ciclo economico, i suoi minimi e i suoi massimi vengono registrati tra 3 e 5 trimestri dopo i minimi e massimi del Pil. E poiché il Pil Usa è in fase calante, è evidente che nessuna ripresa nell’occupazione appare possibile prima di almeno un anno. Per quanto riguarda l’Europa il ciclo economico segue di qualche trimestre quello nordamericano. Questo vuol dire che nel Vecchio continente la crisi è appena cominciata, e che solo a fine anno ne apprezzeremo davvero la portata.

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