No frequenze, no party

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Fonte: http://www.byoblu.com/post/2009/04/22/No-frequenze-no-party.aspx

Europa7 è la tv che non c’è. Doveva esserci, ma questo è il paese dei concorsi truccati. Se per caso, una tragica fatalità, vince uno che non era tra i raccomandati, basta non consegnare il premio. Puoi agitarti quanto vuoi che tanto nessuno ti sente. Nessuno lo viene a sapere perchè chi dovrebbe dirlo è lo stesso cui è stato assegnato il premio al posto tuo. Il TG4 tace. Mediaset tace. La Rai tace. Noi no.

Il Consiglio di Stato, nella decisione del 20 gennaio 2009, chiude la questione con un riasrcimento di un milione di euro. Francesco Di Stefano, basandosi su una perizia tecnica redatta da Banca Unipol, aveva chiesto due miliardi di euro per lucro cessante.
Come saltavano fuori? Beata ingenuità: Di Stefano credeva che, avendo lui vinto la concessione e avendola Rete4 persa, Rete4 sarebbe dovuta passare sul satellite, perdendo circa il 95% dello share. Rai3 dal canto suo avrebbe dovuto trasmettere senza pubblicità. Del resto, gli italiani pagano già il canone. Dando poi finalmente lavoro a Luttazzi, Guzzanti, Santoro, Biagi, Travaglio e compagnia, Europa7 avrebbe raggiunto l’11% dello share entro il 2000 ed il 16% entro il 2005. Così, recuperando l’intero fatturato di Rete4 e Rai3, Europa7 avrebbe chiuso sin dal 2000 con un utile netto di oltre 127 milioni di euro, che dal 2008 sarebbero aumentati a 305 milioni.

Il Consiglio di Stato ha dato un’occhiata alla perizia, si è fatto una risata e ha riconosciuto solo un milione di euro. Meno di un millesimo. Perchè? Perchè i conti mica si possono fare così. Innanzitutto non è detto che Europa7 avrebbe fatto delle trasmissioni televisive di buon livello [ndr: se fosse per questo, visto il palinsesto di Rete4, personalmente avrei ritenuto più interessante anche la trasmissione di uno screensaver con i pesciolini per 24 ore al giorno ]. Poi, dai, c’è crisi, …lo sanno tutti! Perfino LA7, che ha molti più mezzi, chiude il bilancio costantemente in perdita. Inoltre non c’è nessuna evidenza del fatto che Luttazzi, Biagi, Travaglio, la Dandini e compari avrebbero firmato un contratto con Europa7. Emilio Fede inoltre sul satellite non ci va, visto che il ricorso contro Rete4 è stato presentato con ritardo. Dunque Di Stefano, che nel 1999 investì 164 milioni di euro, può tornare a casa con una monetina nel cappello e la farsa di un bouquet di frequenze assegnate con dolo. Appartengono infatti a un consorzio che le utilizza per la radiodiffusione digitale, e che ha già annunciato ricorso al TAR per l’annullamento dell’assegnazione ministeriale.

Aveva ragione Gentiloni, che a Graham Watson, il parlamentare europeo Presidente del gruppo politico ALDE, che era venuto in Italia per rappresentare l’Europa nel dialogo con il governo sul caso Europa7, fece capire informalmente che Di Stefano avrebbe fatto meglio e prendersi gli spiccioli e tornare a casa, perchè non tirava aria.

Riporto una dichiarazione di Nicolò Rinaldi, registrata nei suoi uffici al Parlamento Europeo di Bruxelles, nell’ala dedicata ai liberal democratici di cui è segretario. Voi intanto guardate sempre meno la televisione, e sempre di più internet.

Intervista a NIcolò Rinaldi
Il caso Europa7 vissuto da Bruxelles

Claudio Messora: «Nicolò Rinaldi, Segretario Generale aggiunto del gruppo parlamentare europeo denominato ALDE, ovvero: Alleanza dei Liberal Democratici Europei. Niccolò, io so che ti sei occupato molto da vicino del caso Europa7. Le carte e i dati li conosciamo tutti. Potresti dirci come è stata vissuta la questione dello scippo delle frequenze a Francesco Di Stefano qui, dall’interno del Parlamenteo Europeo?»

Niccolò Rinaldi: «E’ stata vissuta come uno di quei casi emblematici nei quali l’Europa riesce a farsi una certa idea, e purtroppo sempre più spesso solo quel tipo di idea, del nostro paese. Vale a dire un flagrante, chiaro, esplicito caso di mancanza di legalità. C’è stata una sentenza italiana alla quale non ha corrisposto alcuna misura di attuazione.

Europa7 si è rivolta anche all’Europa, perchè per fortuna noi siamo comunque in un quadro europeo, e l’Europa è qui per cercare di porre una serie di garanzie a tutela di tutti quanti i soggetti del nostro continente. All’interno del Parlamento Europeo, come Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa, in particolare nel Presidente del gruppo, Graham Watson, una persona molto sensibile che ha colto l’importanza di fare una battaglia laica, liberal democratica in nome della legalità, a difesa di un imprenditore che chiaramente veniva nel suo paese discriminato dal potere politico, in virtù di poteri economici forti che prevaricavano quelli che erano i diritti sanciti dagli stessi tribunali italiani.

Tutto questo naturalmente ha rafforzato quel giudizio che esiste in Europa nei confronti di una situazione quanto meno di confusione che in Italia possiamo constatare. E’ cominciata un’azione parlamentare europea, con interrogazoni che sono state fatte alla Commissione Europea, che sono state fatte anche al Consiglio, con il sollecito di commissari europei come la commissaria Neelie Kroes che si occupa della concorrenza. Abbiamo cercato di evidenziare, valorizzare nel contesto di Bruxelles le contraddizioni della situazione italiana, fino ad accompagnare questo dossier sia nel dialogo che abbiamo avuto con il governo italiano, come ADLE, sia poi nella vertenza giudiziaria che si è tenuta presso la corte di Lussemburgo, la Corte Europea.

Sicuramente credo che abbiamo avuto un ruolo molto importante, per due ragioni. Da una parte perchè abbiamo fatto capire alla Commissione Europea e anche al governo italiano che il Parlamento Europeo era pronto a fare la sua parte in difesa dei diritti in questo caso di un imprenditore, e quindi anche della libera espressione perchè chiaramente l’assegnazione delle frequenze è immediatamente legata al diritto di espressione. In questo credo che abbiamo influenzato anche la posizione della Commissione Europea, che naturalmente era soggetta anche ad altre pressioni che venivano da Roma, in direzione contrastante. Dall’altra parte abbiamo anche animato una sorta di speranza e dato fiducia a questo imprenditore e a quest’azienda che in Italia si è vista privata dei suoi propri diritti.»

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