Il paradiso dei lavoratori

Stampa / Print
Fonte: http://www.internazionale.it/home/primopiano.php?id=22269

In una piccola isola del Giappone per ridurre la disoccupazione hanno sperimentato un nuovo modello di organizzazione del lavoro.
22 apr 2009 • Fonte: New York Times “Se il marxismo avesse prodotto una società reale, il risultato avrebbe dovuto somigliare molto a Hime, una piccola isola del Giappone che è un vero e proprio paradiso per i lavoratori”, racconta il New York Times.

Tokyo (Toru Yamanaka, Afp)Questa tranquilla isola a sud della più conosciuta Kyushu ha conquistato le prime pagine dei quotidiani nazionali perché ha sperimentato un nuovo modello di organizzazione del lavoro. A Hime gli impiegati pubblici guadagnano un terzo in meno che nel resto del paese, pur lavorando le stesse ore. Questo ha permesso a Hime di creare più posti di lavoro e di azzerare la disoccupazione. “Un quinto degli abitanti dell’isola lavora come funzionario pubblico, il resto della popolazione è impiegata nel settore ittico, che riceve sovvenzioni da parte del governo. Praticamente quasi nessuno lavora per le imprese private”, continua il giornale. L’attuale sindaco della città, Akio Fujimoto, rifiuta il parallelo che molti fanno tra Hime e la vicina Corea del Nord: “Hime non è una versione più vivibile di Pyongyang. Nell’isola si cerca semplicemente di vivere secondo i valori tradizionali giapponesi, che sono l’egualitarismo economico e l’armonia sociale. Evitare la competizione fa parte della tradizione giapponese. Il resto della nazione ha abbandonato i valori tradizionali in favore della competizione e del capitalismo”. La tradizione è tornata di moda, da quando la crisi economica ha messo in discussione il modello economico americano ispirato al laissez-faire. “Con la crisi i valori tradizionali sembrano progressisti, quasi utopici”, continua il New York Times.Ma l’egualitarismo degli abitanti di Hime non si ferma all’organizzazione del lavoro: “Durante la festa annuale dell’isola alle donne è proibito indossare i kimono tradizionali perché la qualità dei vestiti potrebbe mettere in evidenza la diversa provenienza sociale”.–Annalisa Camilli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *