La lunga corsa della minerale

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Fonte: http://www.ecplanet.com/blog/archive/2009/04/23/la-lunga-corsa-della-minerale.html

600: chilometri percorsi da una bottiglia di acqua San Pellegrino prima di arrivare in tavola

Ecco un indovinello un po’ insidioso. Sapreste dire che differenza c’è tra questi tipi di acqua in bottiglia: “sorgiva”, “depurata”, “minerale naturale”, “di falda”, “di sorgente”, “di pozzo artesiano” ? Probabilmente no.

Al momento nemmeno l’Unione europea è in grado di determinare con precisione il significato delle indicazioni riportate sulle etichette delle acque imbottigliate e ha chiesto spiegazioni ai produttori. Pochi altri settori dell’industria alimentare possono vantare una crescita impressionante come quella dell’acqua imbottigliata.

Secondo una ricerca di mercato del gruppo Mintel, tra il 2000 e il 2007 in Gran Bretagna le vendite di acqua in bottiglia sono aumentate del 46 per cento, per un totale di circa 2 miliardi di litri; in Gran Bretagna il consumo medio pro capite di acqua imbottigliata è di 35,7 litri l’anno e il fatturato del settore si avvicina ai 2,5 miliardi di euro.

Nel resto del mondo la tendenza è la stessa: a livello globale, il valore del settore è stimato intorno ai 35 miliardi di euro.

Ma insieme alle vendite crescono anche le proteste.

C’è chi è preoccupato per l’impatto ambientale provocato dall’insensata pratica di imbottigliare l’acqua e spedirla a migliaia di chilometri di distanza, in ogni parte del mondo. Altri sono scandalizzati dall’assurda scelta dei consumatori occidentali, pronti a pagare fino a diecimila volte il prezzo dell’acqua che esce dai loro rubinetti per bere quella imbottigliata.

Tanto più che la carenza di acqua dolce e potabile sta provocando crisi sempre più allarmanti in molte parti del mondo.

Due terzi della popolazione mondiale vive in aree dove cade solo un quarto delle precipitazioni annue globali, e certi paesi, come Israele, Giordania e Yemen, stanno già prelevando dalle falde a loro disposizione una quantità d’acqua superiore a quella che potrà essere reintegrata naturalmente.

Chi vende acqua in bottiglia la presenta come un prodotto sano e naturale, la scelta giusta per chi vuole mantenersi in forma. Alcune aziende hanno perfino cominciato a pubblicizzare l’acqua in bottiglia per bambini, come immancabile complemento alla loro merenda: si tratterebbe infatti di una scelta molto più sana rispetto alle solite bevande gasate.

Ma la maggior parte della gente non saprebbe distinguere l’acqua in bottiglia da quella del rubinetto, se le venisse chiesto di farlo a occhi bendati. Stando ai dati del Wwf, ogni anno nel mondo 22 milioni di tonnellate d’acqua in bottiglia vengono trasportate da un Paese all’altro su strada, provocando l’emissione di migliaia di tonnellate di gas serra.

Una marca di successo chiamata Fiji (dove, ironia della sorte, era stata lanciata per ridurre l’abitudine dei resort di queste isole ad acquistare acqua dall’estero), è importata in Gran Bretagna dal Pacifico.

L’associazione Amici della Terra definisce l’acqua in bottiglia una “follia sotto il profilo ambientale”: “È assurdo impacchettare un prodotto come l’acqua (ingombrante, voluminoso, ma economico) in bottiglie che pesano quanto il contenuto, e trasportarlo poi su mezzi pesanti in tutto il mondo. Oltre a sprecare un’enorme quantità di energia, in questo modo si accelerano i cambiamenti climatici che minacciano le risorse idriche del pianeta e che in futuro scateneranno una grave crisi a livello mondiale”.

Secondo WaterAid, un’organizzazione non profit che si occupa di malattie derivanti dall’uso di acqua contaminata nel terzo mondo, basterebbe un investimento di 12 miliardi di euro l’anno per raggiungere uno degli obiettivi per il millennio fissati dalle Nazioni Unite: dimezzare il numero di persone che non hanno accesso a fonti idriche sicure e pulite e a strutture igieniche efficienti. Una somma che potremmo tranquillamente permetterci di pagare: è meno di quanto nordamericani ed europei spendono ogni anno in cibo per animali domestici.

Come molti settori anche quello delle acque minerali è in gran parte controllato dalle multinazionali. I profitti ricavati dalla vendita dell’acqua in bottiglia difficilmente finiscono nelle tasche di chi vive nelle regioni in cui si trovano le fonti. La Danone possiede i due marchi più venduti in Gran Bretagna (Volvic ed Evian). Highland Spring è il secondo distributore britannico di acqua imbottigliata, mentre la Nestlé si piazza al terzo posto, con una serie di marchi che comprendono Buxton, Vittel, Perrier e San Pellegrino.

La Coca Cola, nonostante l’imbarazzante fiasco in Gran Bretagna dell’acqua Disani, rimane un colosso del settore grazie alla sua vasta rete di distribuzione.

Nel 2004 la Disani fu ritirata dal commercio perché si era scoperto che conteneva una quantità di bromato superiore ai limiti consentiti e che si trattava di acqua del rubinetto “microfiltrata”, proveniente per di più da impianti che prelevavano acqua dal Tamigi.

Il che, se non altro, ha contribuito a farci apprezzare l’acqua che esce dal rubinetto di casa.

Fonte: www.finanzainchiaro.it

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