Il “caso Santoro”, gli altri “casi” e il silenzio dei più.

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Fonte: http://toghe.blogspot.com/2009/04/i-caso-santoro-gli-altri-casi-e-il.html

di Stefano Racheli
(Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma)

Mettiamola così: immaginiamo che Santoro sia un fazioso, un maledetto fazioso.

Diamo per scontato ciò che è da dimostrare: che, per l’appunto Santoro sia un fazioso e che i suoi avversari siano imparziali e giusti come gli angeli del paradiso.

E’ questo il punto della questione? Direi proprio di no: le virtù morali di Santoro (come dei suoi avversari) non sono certo cosa che ci riguardi politicamente.

Un momento! – giderà qualcuno – qui il problema sta nel fatto che la faziosità è entrata, tramite Santoro, nel servizio pubblico e un servizio pubblico non può essere fazioso.

Cari amici del blog, non facciamoci prendere la mano dall’emozionalità e riflettiamo sulle parole.

Cosa mai significa “fazioso”?

Può significare – a io parere – ameno due cose: che si è al servizio di una fazione ovvero, in altro senso, che si distorce la realtà dei fatti in modo da giovare ad una fazione (ad essere, in poche parole, un bugiardo interessato).

Nel primo senso del termine non credo corrisponda a verità che Santoro sia un fazioso: egli dipende dalla Rai e non da questa o quella fazione e dunque l’accusa che gli si muove non può essere intesa che nell’altro senso; nel senso, per essere precisi, che egli avrebbe strumentalizzato la funzione dell’informazione pubblica (così tradendone la oggettiva funzione di accertamento e diffusione della verità) usandola per diffondere menzogne.

Parliamo dunque dell’eventualità (perniciosa) che l’informazione sia dolosamente distorta e dei rimedi adottabili.

Io credo che la distorsione possa e debba essere affrontata su fronti diversi.

E’ infatti del tutto evidente che ove, in ipotesi, la distorsione realizzi estremi di reato (diffamazione etc) essa sarà soggetta al controllo di legalità (comunque successivo al venir in essere dell’informazione) proprio della giurisdizione.

Altro e ben diverso è il caso in cui chi detenga il potere intenda porsi come controllore della correttezza dell’informazione (correttezza, si ribadisce, non attinente a profili penalmente rilevanti).

Va qui ribadito come la libertà dell’informazione non costituisca solo (e non è poca cosa) espressione della libertà del pensiero (e cioè di un diritto fondamentale della persona, costituzionalmente garantito), ma anche il principale strumento di controllo del potere. Sarebbe dunque paradossale che il “controllato” volesse arrogarsi il ruolo di “controllore” del “controllante”.

Come è proprio di una società autenticamente democratica e pluralistica (quella cioè che tollera che convivano e si esprimano concezione diverse, o addirittura opposte, della società e dell’uomo) il fenomeno dell’informazione distorta trova rimedio solo nella dialettica politica e nella maturazione del corpo elettorale e non certo nella repressione (successiva o preventiva che sia) ad opera di chi detiene il potere.

Santoro informa, in ipotesi, faziosamente?

Si dia vita ad una informazione alternativa (che certo in Italia non manca) e si lascino gli italiani liberi di giudicare chi sia o meno fazioso.

Del resto, molte sono le questioni che trovano “soluzione” (le virgolette son d’obbligo, visto che più che una soluzione si tratta di evitare un rimedio peggiore del male) in ciò che ho chiamato dialettica politica. Si prenda il caso dell’accesso al parlamento.

Come l’informazione può essere distorta, così anche la funzione parlamentare può essere oggetto di distorsione.

Ma sarebbe rimedio congruo quello di dar vita ad una censura che elimini i candidati ritenuti pericolosi o inaffidabili, al di fuori di fatti penalmente rilevanti ed accertati in sede indipendente?

Del resto, a ben vedere, una censura che imbavagli non garantisce la verità dell’informazione (la quale è, per definizione, sempre da dimostrare), ma solo l’unicità dell’informazione (quella, per la precisione, facente capo al Potere).

Nessun monopolio ha mai garantito l’affidabilità del prodotto meglio della libera concorrenza: così è per le merci, così è per l’informazione.

C’è piuttosto da chiederci perché la nazione, invece di aspirare al pluralismo informativo, sembri correre verso la verità di Stato.

Perché – pi in generale – c sia, per usare il titolo di un famoso libro di E. Fromm (libro che invito caldamente a leggere ove non lo si sia già letto), una vera e propria fuga dalla libertà.

«Nel carattere autoritario» afferma Fromm «l’attività si fonda su un sentimento di impotenza, che essa tende a vincere».

Da che mondo è mondo, in tempi di procella, l’individuo mette la prua dove va la flotta e si affida al “capo”, parendogli perdente ogni altra soluzione in cui ci si affidi alla propria iniziativa e al rafforzarsi delle dinamiche democratiche.

E’ così che prende piede (è sempre Fromm che parla) «la tendenza a rinunciare all’indipendenza del proprio essere individuale e a fondersi con qualcuno o qualcosa al di fuori di se stessi per acquistare la forza che manca al proprio essere»: si tratta di una fuga da una solitudine e una debolezza avvertite come intollerabili.

Scrive Hitler nel Mein kampf: «Le masse amano il dominatore piuttosto che il supplicante e nell’intimo li soddisfa molto più una dottrina che non tolleri concorrenza, che non la concessione della libertà democratica: spesso non sanno cosa farsene».

Se – nulla di nuovo sotto il sole – i meccanismi sociali della sottomissione sono stati adeguatamente evidenziati e studiati, occorre però aggiungere che siffatti meccanismi costituiscono eco di qualcosa che ha natura ben più radicale di un meccanismo sociale: un qualcosa che attiene al fondamento dell’uomo.

Scrive Dostoevskij (ben prima di Fromm) ne I Fratelli Karamazov: «Nulla è mai stato per l’uomo e per la società umana più intollerabile della libertà (…) Non c’è per l’uomo rimasto libero più assidua e più tormentosa cura che quella di cercare un essere dinanzi a cui inchinarsi. Ma l’uomo cerca di inchinarsi a ciò che è già incontestabile, tanto incontestabile, che tutti gli uomini a un tempo siano disposti e venerarlo universalmente. Perché la preoccupazione di queste misere creature non è soltanto di trovare un essere a cui questo o quell’uomo si inchini, ma di trovarne uno che tutti credano in lui e lo adorino, e precisamente tutti insieme. (…) La tranquillità e persino la morte è all’uomo più cara della libera scelta fra il bene e il male».

I “casi Santoro” non sono solo tappe del cammino della conquista del potere e del raccordarsi di siffatta conquista con i meccanismi propri della psicologia di massa: tutto ciò esiste, ma sarebbe riduttivo fermarsi a siffatto aspetto del problema.

C’è di più, molto di più: c’è l’interpello che i tempi pongono al significato della nostra libertà.

«Il segreto dell’esistenza umana» afferma sempre Dostoevskij «non sta soltanto nel vivere, ma in ciò per cui si vive».

I vari “casi” che si susseguono sullo schermo della politica nostrana, dividono e inquietano soprattutto per questo: perché costringono tutti e ciascuno a prendere posizione in ordine al “ciò per cui si vive”.

Una presa di posizione che non consente neutralità, perché di fronte al bene e al male, anche la neutralità è un prendere parte.

La palpabile e diffusa aggressività nei confronti dei “dissenzienti” (che è cosa ben diversa dal fatto di non condividere le loro posizioni) ha dunque una duplice inquietante origine: per un verso, quello stesso stato di terrorizzata impotenza che spinge molti a deporre la loro libertà ai piedi del “capo” salvifico, fa sì che questi sudditi “infieriscano” contro le minoranze indifese, secondo lo schema che vuole che «le persone non sono sadiche o masochiste, ma c’è una continua oscillazione tra il lato attivo e quello passivo (…): nell’uno e nell’altro caso l’individualità e la libertà sono perdute»: il masochismo che rinunzia alla libertà e il sadismo verso i perdenti sono due volti «dell’incapacità dell’io individuale di reggersi da solo e di vivere»; per altro verso la realtà, imponendoci, di prendere parte, svela a noi stessi chi siamo, al di la della maschera che indossiamo, e, talora, questo svelamento risulta insopportabile.

Ecco allora che i vari “casi” mettono a nudo la vera natura della crisi che travaglia la nostra società (ma forse sarebbe più esatto dire che travaglia, da sempre, tutte le società): una crisi squisitamente morale, ove “morale” non allude a questa o quella norma, a questo o quell’imperativo normativo, a questo o quel degradarsi dei costumi.

Allude, ben più profondamente, all’eclissi del “ciò-per-cui-si-vive”, al dis-orientamento che coglie gli uomini, rendendoli estranei gli uni agli altri, così estranei che nessun “caso” sembra riguardarli, a tutto sordi tranne che alla voce del Potere.

Ecco perché “parlare” è molto più prezioso di quanto non appaia in base ai risultati immediati: perché come il silenzio, per grande che sia, è rotto da un rumore, per piccolo che sia; come un’armonia, per perfetta che sia, viene meno a causa di una dissonanza, per leggera che sia, così anche l’ultima delle critiche – se pure non vale a scalfire il Potere – lo rende inevitabilmente discusso.

E l’ultima cosa che il Potere accetta è quella di essere messo in discussione.

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