Al giornalista non far sapere quant’è buona la SARS se va in Tele…

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Fonte: http://www.partecipasalute.it/cms_2/node/954

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Bomlitz, Brezis. Mispresentation of health risks by mass media”. Journal of Public Health 2008; 30 (2): 202. Il cane che morde il padrone non fa notizia, ma il padrone che morde il cane sì. E’ questa la prima lezione di giornalismo: l’ordinario non interessa, quello su cui si deve puntare è la novità, l’eccezionalità. Un principio che vale non solo per chi scrive di cronaca, politica o spettacoli, ma purtroppo anche per chi si occupa di un settore particolarmente delicato come quello della salute. Lo dimostra uno studio pubblicato sulla rivista Journal of Public Health da un gruppo di ricercatori della Hebrew University di Gerusalemme. Partendo dal presupposto che i mass media siano la principale fonte di informazione per l’opinione pubblica e per gli stessi amministratori della sanità, i ricercatori hanno voluto verificare se esistesse una corrispondenza tra l’attenzione dedicata dai giornalisti ad alcuni specifici argomenti e il reale pericolo che questi costituiscono per la salute pubblica. Hanno quindi preso in esame gli articoli pubblicati negli Stati Uniti nel corso del 2003, così come i servizi televisivi e radiofonici andati in onda. Utilizzando un grande database, hanno ricercato parole chiave come “SARS”, “bioterrorismo”, “Febbre del Nilo occidentale”, “fumo” e “sedentarietà”, e hanno confrontato il numero di servizi a loro dedicati con il numero di morti realmente causate da queste “minacce” nel Nord America. Sono così giunti ad una sconfortante conclusione: più sono le vittime, minore è l’attenzione dedicata dai mass media, che preferiscono concentrarsi su minacce nuove e sconosciute, come la SARS, che su fattori di rischio ben più pericolosi e noti come il fumo di sigaretta. Nello studio, infatti, i ricercatori israeliani sottolineano che “negli Stati Uniti, SARS e bioterrorismo hanno ucciso meno di una dozzina di persone, ma insieme hanno generato oltre 100.000 servizi giornalistici”. E se “oltre 800.000 persone muoiono ogni anno per le conseguenze del fumo e della sedentarietà”, questi due fattori di rischio sono stati trattati in meno di 20.000 servizi ciascuno. Nello stesso anno, continuano gli autori dello studio, “la Febbre del Nilo occidentale ha ucciso centinaia di persone, mentre l’AIDS ha mietuto migliaia di vittime”, ma entrambe sono state citate dai giornalisti più o meno lo stesso numero di volte. Insomma, fa molto più paura una vittima causata dalla SARS, che scatena l’incubo di una pandemia incontrollabile, rispetto alle migliaia di morti provocate dal fumo, diventato ormai un argomento quasi banale e noioso. Secondo i ricercatori “la percezione del rischio da parte dell’opinione pubblica è spesso condizionata da una sovrastima di eventi poco probabili”: la spiegazione sta nel fatto che la nostra valutazione del rischio è legata alla percezione di differenze e cambiamenti, anche se sono di entità minima. “L’acqua fredda sembra ancora più fredda se l’altra mano è immersa nell’acqua calda” spiegano i ricercatori, “perché l’entità di uno stimolo è determinata dal contrasto con altri stimoli”. Il problema, come sottolineato dagli autori dello studio, è che questo “sbilanciamento” nella percezione del rischio non riguarda solo giornalisti ed editori, ma con un effetto a catena interessa anche l’opinione pubblica, gli amministratori della sanità e i politici stessi, che si trovano così ad avere un’agenda delle priorità dettata dai mass media. Un’informazione che privilegia quello che è nuovo, incerto e non scientificamente comprovato, concludono i ricercatori, può favorire la richiesta da parte del pubblico di terapie innovative non basate su prove scientifiche (basti ricordare il caso tutto italiano delle “miracolose” cure anti-cancro che solo pochi anni fa hanno sollevato un vespaio di polemiche), creando così un circolo vizioso che porta ad un unico e certo risultato: l’aumento dei costi della sanità. Aggiornamento Quanto l’informazione cambia gli atteggimenti dei lettori? Meno di quanto si possa temere. Nei limiti di una prova che non vuole avere valore statistico si può usare Google Trends per confrontare quanto le parole sono state ricercate dagli utenti in internet. Il grafico qui sotto illustra la differenza tra il numero di ricerche efettuate per la SARS e per l’AIDS nei soli Stati Uniti (il campo di indagine di Bomlitz e Brezis). Dal 2004 al 2008 per ogni volta che veniva cercata la parola “SARS” è stata cercata la parola “AIDS”. Non è così facile distrarre le persone dalle vere emergenze. A – Giornata mondiale dell’AIDS, 1 dicembre 2004
B – Giornata mondiale dell’AIDS, 1 dicembre 2005
C – Appello di Bill Gates per la battaglia contro l’AIDS, 14 agosto 2006
D – Giornata mondiale dell’AIDS, 1 dicembre 2006
E – Giornata mondiale dell’AIDS, 1 dicembre 2007
F – Appello di Annie Lennox per la battaglia contro l’AIDS, 3 agosto 2008 Elisa Buson

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