Quel che resta del Concilio Vaticano II

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Fonte: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=5571

Intervista con Brunetto Salvarani di Davide Pelanda – Megachip Di se stesso, come teologo laico, si considera “un po’ sui generis in un paese come l’Italia che ha il 99% di teologi presbiteri”. Nel suo lavoro Brunetto Salvarani – carpigiano, ex-docente di lettere alle superiori, teologo appunto, ma anche saggista e divulgatore in campo interreligioso ed ecumenico, prestato alla politica per qualche anno fino a diventare assessore alla cultura del Comune di Carpi, e grande amico di Francesco Guccini (su di lui ha recentemente scritto un libro a quattro mani con un amico dal titolo “Di questa cosa che chiami vita – il mondo di Francesco Guccini”, editrice Il Margine, Trento, 2007 ) non risente particolarmente del clima ecclesiale “nel senso che mi sento libero – egli dice – della libertà dei figli di Dio e non ho specifici timori (preoccupazioni, piuttosto)”. L’abbiamo intervistato.

Vista la tua sensibilità ecumenica e di impegno nel dialogo interreligioso ti chiedo se siamo molto avanti, indietro, al passo con i tempi oppure in retrocessione? Certo, è evidente che il dialogo non se la passa bene, di questi tempi. Le cause sono tante: una delle quali riguarda proprio la banalizzazione progressiva che ha subito questo termine. Credo però che il motivo principale consista proprio nel fatto che il dialogo ha cominciato a dare i suoi frutti, e questo può spaventare qualcuno, perché vivere profondamente il dialogo ti cambia nell’intimo: e i cambiamenti, a noi umani, spaventano sempre! Non sono però pessimista: un po’ perché non ce lo possiamo permettere, e molto perché mi capita spesso di venire a contatto con delle buone pratiche del dialogo, sparse anche in un paese come il nostro, spesso poco notiziate ma efficaci. Sono piccoli semi, certo, ma esistono, e stanno maturando… Dove sta andando secondo te la Chiesa cattolica? Dove vuole puntare? Naturalmente, la domanda andrebbe contestualizzata: ben diverso è parlare della chiesa italiana, di quella, che so, statunitense, o di quella indiana (esempi fatti a caso). Credo infatti che un nostro problema classico, di noi che viviamo in Italia e dunque nelle immediate vicinanze del Vaticano, è la deformazione di lettura che talvolta questo ci porta ad avere; inoltre, la forte carica mediatica e il carisma accentratore di Giovanni Paolo II hanno fatto il resto: non dovremmo mai dimenticare che anche la nostra chiesa si è globalizzata, ramificata, e i suoi problemi sono molto diversi a seconda delle latitudini in cui le chiese locali operano. Se durante la seconda guerra mondiale i primi tre paesi cattolici su scala mondiale erano la Francia, l’Italia e la Germania (che aveva annesso l’Austria), oggi sono diventati il Brasile, il Messico e le Filippine, con un chiaro spostamento verso la cultura ispanica e il Terzo Mondo. Non dissimili le risultanze in campo protestante: se gli Stati Uniti conservano il primato, al secondo posto c’è la Nigeria, più o meno alla pari con la Germania e l’Inghilterra. Mentre la maggioranza degli anglicani è di pelle nera, africani, americani o australiani… Nel complesso, le chiese cristiane si trovano esposte a una cesura considerabile la più profonda dal tempo della comunità primitiva. Un teologo attento a simili scenari come il canadese J.-M.R. Tillard arrivò a sostenere, in un’intervista commossa che può essere considerata il suo testamento spirituale, che davvero noi “siamo gli ultimi testimoni di una maniera di vivere il cristianesimo”. Qualche elemento: la diminuzione dei cattolici praticanti e dei battezzati, i conseguenti mutamenti nell’organizzazione delle Chiese locali, la chiusura di prestigiose istituzioni private (scuole, collegi, ospedali), la nascita di nuove forme di consigli e la progressiva scomparsa dell’immagine della parrocchia raggruppata intorno al prete, sempre disponibile e a conoscenza di tutte le dinamiche cittadine. Detto questo, non è facile dire dove voglia andare, anche se ci mettiamo nell’ottica vaticana: certo, la sensazione che sta fornendo l’attuale pontificato è quella di voler rivedere la lettura tradizionale del Vaticano II (senz’altro l’evento principale del secolo scorso, sul piano ecclesiale), attenuandone la portata di cambiamento e, per certi versi, addirittura rivoluzionaria: penso, ad esempio, a temi quali la liturgia, la Parola di Dio, e soprattutto il rapporto con Israele e con le varie religioni mondiali. Temi su cui il Concilio, innegabilmente, ha pronunciato parole nuove… Che fine farà quel poco che è rimasto vivo del Concilio Vaticano II? Il Vaticano II, in realtà, è più vivo che mai: in buona parte ci è ancora davanti, nel senso che è ancora da realizzare pienamente. Non si può negare, del resto, che una certa stanchezza, se non una palese disponibilità a deporre le armi , abbia raggiunto la generazione cresciuta con le parole d’ordine del Concilio, e con le relative speranze. Si tratta di una stanchezza collegabile, almeno in parte, a una vistosa rarefazione del dibattito all’interno del mondo cattolico, alla carenza di ascolto reciproco, alla prevalenza – talora enfatica – della categoria della testimonianza su una riflessione aperta tra posizioni diverse ma plausibili, legittime, vive . Forse c’è chi legge in positivo un simile silenzio, ritenendo finalmente conclusa la stagione del cosiddetto dissenso e del cattolicesimo critico, e debellato il pericolo – reale, si badi – di una contrapposizione intestina. La mia sensazione, invece, è che tale stagnazione celi in realtà una sorta di contestazione silenziosa, non più urlata ma indubbiamente presente, e semmai ancor più soffocata dall’apparente trionfalismo dei clamori riservati al magistero degli ultimi papi. Dopo Giovanni Paolo II, che papa ti aspettavi? Chi avresti visto bene sul soglio di Pietro? In realtà, dopo Giovanni Paolo II mi sarei aspettato… qualcuno come il cardinale Ratzinger. Non sono rimasto stupito, per parecchie ragioni. In quanto a chi avrei visto bene, beh, per affetto e sintonia ecclesiologica, senz’altro il cardinal Martini. Alla nomina di Joseph Ratzinger come Benedetto XVI quale è stato il tuo primo pensiero ? Cosa ti ha suscitato questo nome? Non ho provato una particolare meraviglia. E mi sono chiesto che papa sarebbe stato il cardinale Ratzinger: domanda che, in verità, mi sto ancora facendo… E’ vero, secondo te, che lo Spirito soffia dove vuole e la Chiesa cattolica o qualsiasi altra istituzione religiosa non lo può ingabbiare? Verissimo! Anche se ai nostri (poveri) occhi non è sempre facile accorgersene… Che ne pensi del motu proprio più noto a tutti della Messa in latino e del messale di Pio V? E’ stata una valida scelta? Che cosa ci sta dietro, secondo te? Onestamente: non ho capito questa scelta, e temo che si possa così buttar via il bambino con l’acqua sporca, vale a dire che venga in tal modo messa a rischio l’intera riforma liturgica, che rappresenta per parere unanime uno dei portati più rilevanti dell’intero Concilio. Come si lavora, da teologo quale tu sei, in questo periodo storico? Con paura? Tensione? Oppure ci si sente più liberi? Sinceramente, credo che il mio lavoro (un po’ sui generis , in un paese come l’Italia, di teologo laico, mentre la nostra tradizione vede al 99% teologi presbiteri) non risenta particolarmente del clima ecclesiale, nel senso che mi sento libero della libertà dei figli di Dio e non ho specifici timori (preoccupazioni, piuttosto)… Anche se mi rendo conto che il tema del dialogo (ecumenico, interreligioso e con le culture altre ) e del pluralismo religioso oggi, di cui mi occupo, è nell’occhio del ciclone e viene spesso guardato con un certo sospetto. Puoi farmi alcuni nomi di figure profetiche oggi, anno 2008, all’interno della Chiesa cattolica? Ce ne sono? Hai difficoltà a trovarli? Sì, non è facile individuare figure di profezia… molte voci alte se ne sono andate, purtroppo, alcune negli ultimi dodici mesi (dai teologi Luigi Sartori e Pietro Lombardini all’esegeta francese Xavie Léon-Dufour, per fare memoria di quelli che ho maggiormente incrociato) e quelle che pure ci sono non fanno notizia. Però ci sono, e operano, sovente nel silenzio e nel nascondimento. Faccio solo un nome, che mi è assai caro: quello di Paolo De Benedetti, amico ed eccezionale maestro dell’incontro con Israele.

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