”Le bugie hanno le gambe lunghe” – Intervista a Eduardo Galeano

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Fonte: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=2196

Galeano ha scritto diversi libri, tra gli altri la trilogia “Memorias del Fuego” (“Memoria del fuoco”, Sansoni), che riscatta il passato delle Americhe attraverso mille piccole storie, e la sua opera più recente “Bocas del tiempo” (“Le labbra del tempo” – Sperling & Kupfer). Uno dei racconti de “El libro de los abrazos” (“Il Libro degli abbracci”-Sperling & Kupfer) intitolato “La Noche”, è servito come ispirazione al cantante catalano Joan Manuel Serrat per la canzone “secreta Mujer”.
Da giovane Galeano fu un “tuttofare”; ha lavorato come cassiere, postino e disegnatore. Negli anni ‘70, all’epoca dei governi militari, fu esiliato prima in Argentina e poi in Spagna.
Da più di venti anni vive a Montevideo. Uno dei luoghi che gli piace frequentare è il caffé “El Brasilero”, dove la Bbc lo ha incontrato mentre leggeva un giornale e beveva un caffè.

– Molti la definiscono un giornalista e uno scrittore di sinistra. Cosa pensa di questa definizione? Sì, sono di sinistra, e a questo punto della vita non potrei cambiare neanche se volessi. Se all’improvviso scoprissi le virtù di un sistema di potere che mi sembra nemico della gente e dell’ambiente, nessuno mi crederebbe. – Che significa, secondo lei, essere uno scrittore o un giornalista di sinistra? La verità è che non credo alle etichette, allo stesso tempo non mi infastidisce che venga indicato come “di sinistra” in un’epoca nella quale è di moda pentirsi delle proprie passioni. – Ha pensato qualche volta di entrare in politica? Le sarebbe piaciuto essere, per esempio, presidente o senatore dell’Uruguay? No, “dio me ne scampi!!” e poi “povero Paese!!”, se dovesse sopportare un tipo come me in qualche incarico ufficiale di responsabilità. – Uno scrittore cileno ha detto che un buon giornalista è sempre un bravo scrittore, però che un bravo scrittore non è quasi mai un buon giornalista. Lei cosa crede? Io credo che il giornalismo scritto integra la letteratura, ossia che la letteratura è l’insieme dei messaggi scritti che una società emette, in qualsiasi forma: giornali, libri, … E che esiste il buon giornalismo, il cattivo giornalismo perchè esiste una buona letteratura e una cattiva letteratura. Ovvero che il genere non definisce la qualità dell’espressione. Non credo che la letteratura si possa dividere tra un altare dove splendono le belle parole e i sobborghi disprezzabili dove c’è il giornalismo. Il giornalismo implica, quando è giornalismo scritto, chiaramente, una responsabilità nell’uso del linguaggio scritto. – Crede che in America latina si fa, o si possa fare, del buon giornalismo, ovvero, un giornalismo indipendente, obbiettivo, bilanciato? Il termine “obbiettivo” io non lo considero possibile. Mi sembra un grande bugia. Credo che coloro che predicano l’obbiettività nel fondo vogliano essere “oggetti” per salvarsi dal dolore umano, io non credo assolutamente all’obiettività. Mi sembra che lo sguardo umano sia sempre soggettivo, e per tanto la letteratura nonché il giornalismo che io faccio sono soggettivi e non si pentono né hanno vergogna di esserlo. I grandi sacerdoti dell’obiettività, che sono per esempio i giornalisti nordamericani, non sono mai riusciti a spiegarmi perchè durante la guerra del Vietnam, quando si supponeva che l’obiettività obbligasse a offrire il punto di vista della due fazioni, l’invasore e l’invaso, nelle catene televisive degli Stati Uniti l’opinione degli invasi occupava il 3% e, al contrario, il punto di vista degli invasori occupava il 97%. Questa è l’obiettività. – E oggi, nella guerra in Iraq, come considera il tema dell’obiettività? Nella guerra in Iraq… ebbene, all’inizio la differenza era imbarazzante, però alla fine, la forza dei fatti… Quando ero piccolo, mia madre mi diceva sempre: “le bugie, le bugie hanno le gambe corte”. Povera mamma! Le ho voluto tanto bene pero, involontariamente, mentiva o era stata ingannata, la poveretta. Le bugie hanno gambe lunghissime. – Parlando di libertà d’espressione, come si può essere giornalisti a Cuba?

E… Dev’essere molto difficile, suppongo, perchè io non credo nella proprietà statale dei mezzi di comunicazione. Credo che la risposta all’onnipotenza del mercato non stia nell’onnipotenza dello stato, e questo l’ho sempre detto in relazione a Cuba, sottolineando sempre la mia solidarietà con una rivoluzione che oggi come oggi continua a darci meravigliosi esempi di dignità e di solidarietà.

– A lei, da come ho capito, piace molto il calcio, ha scritto sul calcio. Le sarebbe piaciuto essere giocatore di calcio?

Senza dubbio. Come tutti i bambini dell’Uruguay sono nato gridando “Gol”, per questo i reparti maternità qui sono insopportabilmente rumorosi, perchè tutti i bambini gridano “Gol!” quando nascono. Non ho potuto realizzare la mia vocazione, allora, quello che non ho potuto fare con i piedi, poiché ero uno “scarpone” irrimediabile, l’ho fatto con le mani.
Ho scritto un libro sul calcio, che s’intitola “El futbol a sol y sombra” (Splendori e miserie del gioco del calcio – Sperling & Kupfer). E non mi è andata per niente male con il libro, per fortuna. In campo ero una disgrazia della patria, però scrivendo non mi è andata così male.

– Parlando del legame tra letteratura e giornalismo, che per lei è più o meno la stessa cosa, anche il calcio e la letteratura vanno d’accordo, no?

Si adesso, per fortuna, si stanno superando i vecchi pregiudizi che impedivano l’incontro tra letteratura e calcio, perchè questo accoglie tutto il ventaglio delle opinioni, delle idee, dall’estrema sinistra all’estrema destra.
Per la destra, il calcio era la prova che il popolo pensava con i piedi, e per la sinistra il calcio era il colpevole del fatto che il popolo non pensava. C’era quindi una sorta di unanimità involontaria intorno al tema, che allontanava il calcio dal mondo intellettuale in generale.
Gli scrittori seguivano con vergogna il calcio, nascondendosi come Humphrey Bogart, sotto il cappello e l’impermeabile. Oggi questo è cambiato, per fortuna, grazie ad alcuni scrittori che hanno prodotto, come il mio grande amico il “gordo” Osvaldo Soriano, libri sul calcio scritti stupendamente.

– Torniamo un po’ ai libri, che cosa sta leggendo?

Di tutto, soprattutto libri di racconti, che hanno molto a che vedere con un progetto del quale preferisco non parlare, perchè se parlo troppo di quello che scrivo, finisco per perdere la voglia di scriverlo…. Però, sto leggendo libri che mi permettono di affacciarmi alla “contro-storia” mai raccontata, fatti che sono stati disprezzati dalla storia ufficiale.
Perchè la storia ufficiale trasmette la storia dei vincitori, com’è logico. È una storia destinata a benedire e perpetuare i privilegi ereditati da coloro che nel mondo comandano.
Mi ha sempre appassionato il riscatto, la scoperta dell’altra storia, della storia nascosta, della storia sbugiardata, disprezzata, segreta, come mi appassiona nella vita quotidiana la scoperta delle cose e della gente che “vale la pena”.

– Quindi per scrivere bisogna leggere molto?

Bisogna saper vedere, avere molti occhi nel corpo, realizzare con le parole quello che Diego Maradona faceva con la palla, perchè anche lui aveva molti occhi nel corpo, quindi vedeva con la nuca, con la schiena, con i piedi. E anche lo scrittore. Lo scrittore è un bravo scrittore quando è in grado di vedere più in là di quello che si vede, e offre quello che vede agli altri per aiutarli a vedere. – Ho sentito una volta dire che uno scrittore non scrive su quello che desidera ma su quello che può. È veramente così o questo è un clichè?

Ognuno lo vivrà a suo modo. Io cerco di far coincidere quello che desidero con quello che posso, però in generale, è logico che desidero molto di più di quello che posso, sono una “personcina” niente altro, nata per morire come lei e come qualsiasi persona, non sono un superman né sono stato baciato dalle fate nella culla. Quindi, sicuramente, mi piacerebbe realizzare più cose, e farle meglio, però, faccio quello che posso e in generale quello che posso coincide con ciò che desidero.

– A lei interessano molto i libri di storia. Adesso sta investigando sulle “storie nascoste”. Che opinione ha rispetto alle cosiddetti “romanzi storici” che oggi sono tanto di moda?

No, in generale non leggo romanzi storici, piuttosto libri di documentazione, che sono quelli che mi offrono il materiale già da molti anni, ti direi …da quando ho scritto “Las vienas abiertas de America Latina” (“Le vene aperte dell’America Latina”, recentemente ripubblicato da Sperling & Kupfer), negli anni ’70.

Il tema del passato vissuto come tempo presente mi ha sempre attratto, mi ha stimolato molto, mi ha appassionato pero non partendo dalle ricreazioni degli scrittori che creano una finzione storica, ma soltanto dal materiale documentato, delle cronache che raccontano quello che è successo, anche se si racconta sempre, come ti ho risposto in precedenza, con una visione soggettiva dei fatti.
Non credo alla obiettività della storia perchè non credo all’obiettività della vita. Credo che noi “animaletti uomini” siamo tutti condannati ad essere soggettivi, e che in definitiva questa è la prova del fatto che siamo ancora vivi, del fatto che tuttavia siamo ancora in grado di vivere con passione, e questo non mi sembra assolutamente un male in un mondo che obbliga alla frigidità.

– Ossia si sta perdendo la passione?

Sì, credo che sia quasi obbligatorio per vivere nel mondo di oggi. Il calcio, per tornare al tema di cui stavamo parlando prima, premia sempre di più la velocità e la forza e diffida sempre di più della fantasia, del brio, del gioco che ci invita a giocare per il semplice piacere di giocare, per la passione del giocare.
E lo stesso succede in tutti gli aspetti della vita, c’è una sorta di dittatura della paura, che ci obbliga a diffidare della passione e a temerla.
Dall’Amore (attento perchè ti prendi l’Aids), fino al mangiare (guarda che hai il colesterolo), tutte le forme di passione tendono ad essere sospette, soprattutto la più bella delle passioni, che è la passione umana che ti invita a guardare all’altro, al prossimo, al vicino, come un possibile fratello, e non come un avversario o un nemico.

– Eduardo Galeano, come le piacerebbe essere ricordato?

No, io non voglio essere ricordato per niente. Però credo che mi piacerebbe rimanere vivo nelle persone che amo.
Io credo che la memoria sia l’unica immortalità degna di fede, la memoria degli altri chiaramente, poiché la memoria di un singolo muore con lui, e che questa sorta di immortalità, anch’essa condannata alla morte lenta – non bisogna farsi troppe illusioni – ti permette di sentire che sei stato niente più che una leggera brezza di un vento che continua a soffiare anche quando non ci sei più.
di Martín Murphy
da Bbc Mundo
traduzione per Megachip di Fabio Bovi

(*) Eduardo Galeano è nato nel 1940 a Montevideo (Uruguay), dove ha iniziato la carriera giornalistica, diventando in breve tempo il direttore del quotidiano Epoca. Nel 1973, in seguito al golpe militare, è stato imprigionato e poi espulso dal suo paese. Ha vissuto in esilio, in Argentina e in Spagna, fino al 1985, anno in cui la caduta della dittatura gli ha permesso di ritornare in patria. Tra le sue opere tradotte in italiano ricordiamo la trilogia “Memoria del fuoco” – per cui è stato insignito, nel 1989, dell’American Book Award -, “Il libro degli abbracci”, “Parole in cammino”, “Labbra del Tempo” e “A testa in giù: La scuola del mondo alla rovescia”. Per Sperling & Kupfer ha già pubblicato “Le vene aperte dell’America Latina”, “Splendori e miserie del gioco del calcio”, “Giorni e notti d’amore e di guerra”. Il primo, apparso nel 1971, ha avuto sessantotto edizioni in lingua spagnola, nonostante ne sia stata a lungo proibita la vendita in diversi paesi del continente sudamericano.

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