Altro che nucleare. La “prossima energia” darà un colpo alla crisi

Stampa / Print
Fonte: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8767

Ahmed-Zaki-Yamanidi Pino Cabras – Megachip

Ahmed Zaki Yamani, l’allora potente ministro del petrolio dell’Arabia Saudita, negli anni settanta diceva che come «l’età della pietra non finì per mancanza di pietre, così l’età del petrolio non finirà per mancanza di petrolio».
Possiamo far nostro il senso di questa battuta con un occhio rivolto alle dinamiche reali dell’economia e dei mercati dell’energia. In tempi di illusioni sull’economia atomica, potremmo dire che nemmeno l’età del nucleare finirà per mancanza di uranio, per quanto sia risorsa finitissima.

Quando una risorsa diventa più scarsa e risulta più costoso produrla, emergono forti segnali di prezzo che cambiano l’orientamento della domanda e fanno emergere prodotti e soluzioni nuove.

Non è solo una questione di materie prime, ma anche di grandi tendenze nell’orientamento di governi, imprese e popolazioni. In nome dell’ambiente è cambiata l’agenda dei governi e delle organizzazioni sovranazionali, con ricadute su ogni livello della vita pubblica e civile.
Quando esistono obiettivi come quelli di Kyoto o quelli stabiliti a livello di Unione europea per la riduzione dei gas serra, quando i governi lanciano incentivi mai visti prima per le energie rinnovabili, quando infine i governi locali moltiplicano le iniziative nel settore, tutto ciò vuol dire che è in atto una tendenza robusta che crea nuovi mercati per nuove imprese energetiche.
Non sappiamo se si farà in tempo a salvare il pianeta dalla catastrofe, ma il segnale che viene dalla nuova amministrazione USA – se non altro – travolgerà chi si attarda in soccorso della boccheggiante industria nucleare francese.

Chi produce la prossima energia sta già anticipando il prossimo paradigma, il “change over” dal petrolio verso qualcos’altro.

A questo punto, chi lavora sull’idrogeno parla di “economia dell’idrogeno”.

Chi punta sul metanolo – come il Nobel George Olah – divulga a sua volta l’“economia al metanolo”.

Chi è forte sul sole decanta un futuro fotovoltaico oppure solare-termodinamico.

Un brasiliano o un farmer del Midwest statunitense mi magnificheranno le biomasse e l’etanolo.

Un sudtirolese, dall’alto di una casa di nuovissima concezione, mi parlerà del paradigma del risparmio come via maestra del futuro.

Da osservatore del mercato del gas, potrei parlarvi di un “lungo” medio periodo in cui la versatilità del metano sarà la “cifra” del nostro sistema energetico, indispensabile per la transizione verso nuovi equilibri.

Il carbone, ancora stivato in immensi depositi ben distribuiti sui vari continenti, con gli attuali segnali di prezzo, e con le nuove tecnologie a emissioni zero, ispira a molti la visione di una nuova età del carbone.

In realtà l’aumento dei prezzi degli idrocarburi – oggi in pausa per la Grande Crisi, ma presto ci sarà una risalita – non porterà alla sostituzione del petrolio con un’unica nuova fonte universale.
Propriamente, alcune delle soluzioni elencate non sono nemmeno “fonti”, ma “vettori” ricavati da una molteplicità di fonti. Questo significa una sola cosa: che non esiste LA soluzione del problema petrolio, ma LE soluzioni, un portafoglio di soluzioni diverse, in corsa contro il tempo. Ogni tecnologia di successo nel campo dell’energia sarà un tassello di un mosaico energetico completamente nuovo: la prossima energia.

La prossima energia è quindi caratterizzata da una pluralità di fonti e da una pluralità di vettori, con l’auspicata tendenza a divenire neutrali nell’emissione di gas serra.
Non solo, ma è un’energia che viene prodotta tanto in grandi quantità quanto in piccole e diffuse quantità.
Da un lato si apre lo spazio alla ricerca e all’avventura imprenditoriale di mille soluzioni tecnologiche diverse.
Dall’altro si pone la sfida di una convergenza di nuovi standard nelle reti di distribuzione, che diventeranno un po’ meno “grid” e un po’ più “web”.

Se le nostre classi dirigenti non fossero così deboli e chiuse, l’Italia sarebbe uno dei luoghi più interessanti al mondo per affermare un nuovo paradigma produttivo energetico. Ha significative risorse sottoutilizzate come il vento e il sole, che renderebbero più diretto il passaggio a un sistema energetico con più vettori (idrogeno, elettricità, metanolo, biomasse), ma ha anche infrastrutture di grande livello per trattare il petrolio e ha anche tra le più avanzate sperimentazioni sul carbone, mentre in prospettiva avrà una disponibilità nuova di gas naturale una volta completati i nuovi gasdotti in programma.
Gli elementi per una transizione ben guidata ci sarebbero, senza il rinvio costosissimo a una tecnologia già obsoleta come il nucleare di terza generazione.

L’intero sistema economico – a partire dalle piccole e medie imprese – ha bisogno di acquisire una piena consapevolezza di tutte le implicazioni organizzative, economiche, industriali del nuovo regime energetico, anche in raccordo agli altri sistemi energetici (rete elettrica, trasporti, energie rinnovabili) e al sistema della ricerca.

C’è molto fervore di iniziative imprenditoriali nuove e diverse. Basta guardarsi in giro e si possono facilmente incontrare ogni giorno. Ci pongono una sfida: farle radicare, crescere, farne dei campioni che abbiano qualcosa da proporre a livello locale, ma in taluni casi anche a livello globale.

L’apparente eterogeneità dei vari settori energetici che si stanno proponendo non deve far dimenticare la presenza di forti e innovative interrelazioni dal punto di vista tecnologico e organizzativo, oltre che da quello della creazione di reti energetiche di nuova concezione per la generazione distribuita, uno dei campi più promettenti a livello mondiale. La sfida è paragonabile a quella dello sviluppo del World Wide Web.
Le carte sono da giocare ora per posizionarsi in testa a questo cambiamento, anziché sprecare tutto in un declino che sarebbe pagato caro per secoli.

Invece di buttare miliardi di euro in una vacua “azione parallela” alla Musil, quale sarebbe questo nucleare in salsa transalpina, molti progetti di nuove imprese energetiche potrebbero essere invece inseriti in un programma di investimenti industriali di tipo nuovo: un programma tutto incentrato sulle infinite applicazioni che producono e risparmiano energia con sistemi innovativi e puliti, realizzando appieno le tecnologie esistenti con acquisizioni e collaborazioni nazionali e internazionali.

Ciò farebbe bene alla ricerca, la grande negletta del nostro paese, assieme all’istruzione tutta. E farebbe bene a quei settori che davvero innovano e hanno un qualche futuro.

Mentre il nucleare ora presentato è un trasferimento di denaro alla ricerca già fatta in Francia, le tecnologie energetiche alternative hanno alcune caratteristiche dinamiche in comune:

· innovano il processo produttivo e il prodotto;
· hanno un grande potenziale di attrazione di ricerca e fra i ricercatori danno vita a network creativi;
· si legano fra di loro con un sistema di generazione distribuita dell’energia, che significa meno centrali-monstre da presidiare con i soldati e più capacità diffusa di raggiungere la sicurezza energetica.

Senza il grande equivoco nucleare, i “Grandi progetti” nel settore energetico possono integrarsi e radicarsi con i tanti bellissimi “piccoli progetti”.

Qualche anno fa l’allora Segretario statunitense all’Energia, Spencer Abraham, poteva permettersi di definire con una certa ironia le fonti rinnovabili come «the undiscovered energy sources». Ma poi perfino lui ha investito, e tanto, anche in queste fonti. Obama punta su di esse per evitare che il suo paese precipiti nella grande depressione.
Dove queste sfide sono state affrontate con più tempestività e lungimiranza, come in Germania e in una parte stessa degli Stati Uniti, ciò ha permesso di assumere una leadership mondiale di settore.
Il vento e il sole sono cambiati anche qui, la prossima energia non è certo “undiscovered”. Anche qui è il momento di incoraggiare innovatori con solide basi scientifiche a cui chiedere coraggio imprenditoriale e senso dell’occasione storica.
Purtroppo la classe dirigente è quella che è.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *