Tozzi:Il Ponte può anche reggere, per collegare due cimiteri

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Fonte: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=25683

di Gemma Contin – 15/04/2009

Fonte: Liberazione [scheda fonte]

Mario Tozzi è diventato, grazie a ripetute interviste televisive e radiofoniche, il “saggio” del terremoto d’Abruzzo. Dal 1996 sul piccolo schermo come esperto di “Geo & Geo”, nel ’97 come conduttore di “Gaia, il pianeta che vive”, poi autore di “Pianeta dimenticato”, da ultimo è consulente di “Che tempo che fa”.
Oltre ad essere primo ricercatore del Cnr, Tozzi è responsabile per la divulgazione della Federazione Italiana Scienze della Terra e presiede dal 2006 l’Ente Parco nazionale dell’arcipelago dell’Elba.

Tra le tante dichiarazioni “eccentriche” sul dopo terremoto in Abruzzo, ha anche affermato che se dovesse esserci un altro sisma come quello che rase al suolo Messina cent’anni fa, oggi della Città dello Stretto rimarrebbe in piedi forse il 20 o il 30% degli edifici. Così lo abbiamo intervistato sulle implicazioni che un tale disastro può produrre con la costruzione del Ponte sullo Stretto, il cui progetto non è neppure corredato di adeguate analisi geosismiche.

Dottor Tozzi, vorremmo con lei andare al di là di questo gran palcoscenico che è diventato il martoriato territorio d’Abruzzo, la città dell’Aquila, i paesi abbattuti attorno all’epicentro, su cui vediamo in ogni telegiornale la recitazione dell’intervento governativo “post mortem”. Che cosa può ancora accadere e soprattutto cosa può succedere in Italia, dove i terremoti portano il marchio del Belice e dell’Irpinia e di chi ha amministrato quei territori, partendo da Reggio Calabria e da Messina, rasa al suolo nel 1908, su cui incombe l’ombra del Ponte?
L’area di Reggio e Messina è la zona a maggior rischio sismico dell’intero Mediterraneo. E’ quella dov’è avvenuto il terremoto più violento e distruttivo che si ricordi dall’Evo moderno. Un terremoto così non si ricorda per capacità di distruzione in tutto il bacino. Chi costruisce in quella zona deve farlo in modo da non patire poi le conseguenze del terremoto prossimo venturo; che è certo; che si sa che ci sarà.

C’entra l’attività dell’Etna e delle Eolie, che sono immediatamente a ridosso?
Il sistema delle Eolie e dell’Etna non hanno direttamente a che vedere con quel contesto. C’è invece una frattura in profondità, la cosiddetta faglia, una spaccatura di altra natura che corre sul versante reggino e che ha portato a un collasso della crosta. Un po’ com’è successo sull’Appennino. Infatti un terremoto lì sarebbe simile a quello aquilano, ma più profondo e dunque più dannoso per le conseguenze in superficie.

Questo cosa significa per il Ponte? le indagini del progetto sono adeguate? che ripercussioni potrebbe avere un sisma sulla struttura?
Il Ponte è commisurato a magnitudo 7,1 Richter. E’ dubbio che un terremoto nella zona dello Stretto possa sottostare a quella magnitudo, anzi, non siamo affatto sicuri che il prossimo terremoto nella zona dello Stretto sarà solo di 7,1 gradi Richter. E’ invece molto probabile, come è stato nel 1908 – anche se allora non c’erano gli strumenti per misurarne con esattezza la portata, più di recente espressa in magnitudo – che questo sarà più potente. Molti ricercatori sostengono che il prossimo terremoto su quella faglia possa essere molto più forte, più violento. Ciò significa prima di tutto che il Ponte dovrebbe essere “armato” in modo molto più resistente, spendendo molti più soldi dei sei miliardi già previsti. Detto questo, però, se il Ponte rimane in piedi – cosa che è facile che succeda, come è avvenuto per altre opere (come la diga del Vajont, che resistette all’urto dell’ondata prodotta dallo scivolamento del Monte Toc, ma non ne impedì il disastro, ndr) – comunque unirà due cimiteri, perché nel frattempo saranno rase al suolo Messina e Reggio Calabria.

Parliamo di una magnitudo che consentirebbe al Ponte di reggere?
Sì, ma anche se non fosse del 7,1, se fosse ad esempio del 6 o del 6,5, con una magnitudo così le case di Messina e di Reggio Calabria resterebbero in piedi al 25%: per un quarto, forse per un terzo; perché è questa la percentuale delle case che sono state costruite a Messina e a Reggio in grado di reggere a una forte scossa sismica.

Com’è possibile che si pensi di spendere una tale mole di denaro pubblico per quest’opera invece che per risanare le città, mentre vengono avanzate ipotesi di appesantire ancora il territorio con l’aumento delle cubature?
Se si trattasse solo di nuovi edifici potremmo sperare in manufatti con criteri antisismici. Purtroppo però non si tratta di questo, sia per quanto riguarda gli edifici pubblici che le costruzioni private, dato che è probabile che siano stati costruiti con i criteri e i materiali usati per edificare nel centro storico de L’Aquila. Si spera di no, ma non ci sono ragioni di pensare che a Messina o Reggio Calabria si sia costruito con materiali diversi, anche se fin dai Borboni erano stati stabiliti i criteri antisismici: case non più alte di dieci metri, almeno dieci metri tra un edificio e l’altro, e così via. Purtroppo però, come si sa, tutto è avvenuto in deroga, in deroga e in abuso, e quelli di sicuro non sono edifici costruiti a norma. Io ne ho scritto in molti miei lavori, ma se vuole altri dati legga il libro “Il Ponte insostenibile” del professor Alberto Ziparo dell’Università di Firenze.

Quei criteri e quelle modalità costruttive sono ancora attuali, oggi che si parla di tante “new town”, almeno cento Milano2, costruite su tutto il territorio nazionale?
Sicuramente i nuovi edifici dovranno rispondere ai criteri di tutela antisismica; ma il problema è l’esistente, di cui possiamo dire che mentre un 20-30% non si può salvare e andrebbe demolito e ricostruito, il restante 70-80% dovrebbe essere messo in sicurezza con un piano nazionale di risanamento e di recupero, con interventi sulle strutture in grado di garantirne la tenuta, alle volte con interventi anche molto semplici: si tratta di inserire delle chiavi di ferro o dei tiranti che leghino i soffitti ai pavimenti, in modo che non si disarticolino e non crollino gli uni sugli altri.

Anche perché solo così non si verrebbe a produrre l’esodo forzato dai centri urbani, con un processo di disgregazione sociale di intere comunità e del loro sistema di relazioni, prima ancora che delle città in sé. Ma come ci si difende dalla “fascinazione delle new town”, se il rischio che tutti stanno enfatizzando è quello delle città sbriciolate, con il seguito di business e di battage sul “vecchio” che va abbattuto tutto e del “nuovo” tutto da costruire?
Intanto non è detto che “il nuovo” venga progettato a norma. I nuovi edifici possono essere pure peggiori se nessuno controlla e nessuno assicura che non si costruisca usando sabbia di mare e tondini lisci. Abbiamo già avuto l’esperienza dell’Irpinia, del Belice, persino del Friuli. Come vede, tutto passa da un vero progetto di ricostruzione nazionale, assicurando incentivi fiscali per chi costruisce strutture antisismiche.

Un grande progetto di risanamento e di messa in sicurezza preventiva. Ma da dove si comincia?
Bisogna partire dalle città più a rischio. A Catania, prima che l’amministrazione Scapagnini rischiasse la bancarotta del Comune, c’era un progetto per mettere in sicurezza il territorio, anche dotato di uno stanziamento, poi dirottato su altre priorità, destinato al risanamento antisismico della città, perché Catania ha soltanto il 5% delle costruzioni in grado di reggere una forte scossa sismica. E’ anche più a rischio di Messina e Reggio. Non quella dove avverrà il terremoto più grave, ma certamente quella più a rischio d’Italia, perché un potente terremoto prossimo venturo a Catania, a causa delle lacune costruttive, potrebbe provocare non solo gravissimi danni ma anche migliaia di vittime. Potrebbe essere il disastro più grave mai previsto in Italia.

Secondo lei le amministrazioni locali e il governo nazionale si stanno muovendo per attivare sui territori azioni di profilassi del rischio, con interventi per prevenire altre catastrofi, in vece dell’esibizione mediatica post disastro a cui stiamo assistendo e che sta trasformando il terremoto in un reality show?
Non mi pare per niente. Può darsi che nelle buone intenzioni di qualcuno forse qualcosa si muova; ma io, che sono intervenuto alla radio e in tivvù in questi giorni, e lo farò ancora domani, quando sento gli amministratori locali che chiedono aiuto, domando loro come mai non si sono accorti in tutti questi anni dei disastri edilizi e ambientali.

E cosa le rispondono?
Mi dicono che non è il momento di polemizzare. Ma io penso che sia meglio aprire una polemica anche feroce, anche molto acuta, prima, anziché contare morti e case distrutte dopo.

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