Attacco ai giornalisti

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Fonte: http://www.internazionale.it/firme/articolo.php?id=22089

L’elenco dei paesi dove reporter e fotografi sono intimiditi è molto lungo e sconsolante

Internazionale 789, 2 aprile 2009

Invece del solito commento deprimente sulla crisi economica mondiale, vorrei riflettere su un argomento molto preoccupante, ma di cui i mezzi d’informazione parlano poco: le continue intimidazioni, gli arresti e le aggressioni contro i giornalisti in molti paesi del mondo.

Spesso i reporter sono perseguitati solo per aver denunciato in tv, alla radio e sui giornali crimini o politici corrotti. La fonte delle mie informazioni è il rapporto Attacks on the press, che viene pubblicato ogni anno dal Committee to protect journalists (Cpj), un’organizzazione indipendente e combattiva.

È difficile immaginare un rapporto degli attacchi alla libertà d’espressione più completo e al tempo stesso più spaventoso. La sintesi del rapporto è che la maggior parte dei governi non sopporta i giornalisti liberi e fa di tutto per metterli a tacere.

Mentre finivo di leggere il rapporto, mi sono chiesto se esistono ancora paesi dove il governo o qualche altra potente organizzazione (cartelli della droga, fanatici religiosi) non cercano di eliminare i giornalisti che li criticano.

Grazie al cielo, la risposta è sì. Ma sono pochi: paesi di tradizioni liberali come l’Australia e la Nuova Zelanda, stati democratici come quelli scandinavi, i Paesi Bassi, la Germania, il Belgio, la Spagna, il Portogallo e la Grecia, e gli stati del Golfo più saggi. Sono sicuro che me n’è sfuggito qualcuno, ma sono davvero pochi.

Invece l’elenco dei paesi dove i reporter, i direttori di giornali e i fotografi sono sistematicamente intimiditi – e in alcuni casi imprigionati, torturati e uccisi – è lungo.

Vanno da piccoli regimi crudeli come quello birmano, che riempie le sue prigioni di giornalisti, a Cuba, dove molti detenuti sono accusati di crimini contro “l’indipendenza e l’integrità territoriale dello stato”, un reato così generico da confermare la paranoia dell’agonizzante dittatura castrista.

Naturalmente ci sono anche regimi di paesi molto più grandi. Come la Repubblica Popolare Cinese, che vanta il record di detenzione di un giornalista, Lin Youping.

O la Russia, dove la mafia moscovita si è specializzata in ogni genere di abusi, dalle “perquisizioni” negli uffici dei giornali indipendenti ai contratti per uccidere quelli che hanno il coraggio di denunciare il crescente autoritarismo di Vladimir Putin.

In cima alla lista c’è il corrottissimo governo dello Zimbabwe di Robert Mugabe, dove le violazioni dei diritti umani più elementari sono all’ordine del giorno.

Secondo Attacks on the press, qualche tempo fa un giornalista è stato accusato del reato di “diffondere notizie”: un comportamento davvero antipatriottico.

Ma l’organizzazione newyorkese non risparmia neanche il governo statunitense. Anzi, il primo paragrafo del capitolo sugli Stati Uniti dice senza mezzi termini che “le iniziative del governo contro i giornalisti stranieri continuano a danneggiare l’immagine del paese”.

Poi racconta che diversi giornalisti, compresi alcuni della Reuters, dell’Associated press e della tv canadese Cba, sono stati tenuti in carcere per mesi senza accuse chiare. Il fotografo dell’Associated Press Bilal Hussein è stato trattenuto per due anni dalle autorità statunitensi senza essere accusato di nulla.

Probabilmente quelli che l’hanno arrestato non sapevano che era uno dei vincitori del premio Pulitzer 2005. Come era prevedibile, Hussein è uscito da questa storia a testa alta e ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali per la sua integrità e per il suo coraggio. E chi lo aveva arrestato non ha fatto una bella figura.

Questa notizia, anche se ci fa riflettere, è forse la più positiva tra quelle citate nell’edizione 2009 del rapporto del Cpj.

Come molti lettori ricorderanno, tutto questo era già stato previsto da George Orwell nelle ultime pagine di 1984, in cui il suo antieroe Winston Smith ha il compito di manipolare le informazioni della stampa (e di cambiare continuamente i libri di storia).

E in cui la verità, anche se palesemente assurda, è quella stabilita dal regime. In quel libro uno scrittore pessimista e ormai affetto da un male inguaribile come Orwell esprimeva il timore di un futuro in cui i tiranni avrebbero messo a tacere chi li criticava.

Alcune delle storie raccontate nel rapporto del Cpj fanno pensare che l’umanità sia destinata a un futuro simile a quello immaginato da Orwell. Ma la maggior parte delle notizie va nella direzione opposta.

Ci conferma che molte persone, anche dopo aver passato anni nelle prigioni birmane o cubane, non si lasciano sottomettere, continuando a far sperare i loro amici e le loro famiglie.

Organizzazioni eccezionali come il Cpj, ma anche come Amnesty international, Human rights watch e tante altre, fanno sperare che questi abusi saranno sempre denunciati. Non sarà un’impresa facile, perché i regimi autoritari sono per definizione crudeli e violenti

Ma secondo me, nell’arco dei primi decenni del ventunesimo secolo, finiranno nella pattumiera della storia. E chiunque legga Attacks on the press capirà che non può che essere così.

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