Ma una certa idea della donna resterà sempre come un sogno di pace e di bellezza

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Fonte: http://www.mentereale.com/200904091012/News/Articoli/ma-una-certa-idea-della-donna-restera-sempre-come-un-sogno-di-pace-e-di-bellezza.html

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di Francesco Lamendola

Uomo e donna sono destinati a non comprendersi mai sino in fondo, perché – con buona pace di un certo femminismo, secondo il quale il sesso femminile è stato costruito a tavolino attraverso una discriminazione educativa – esiste, fra essi, una differenza ontologica ineliminabile (ne abbiamo già parlato nell’articolo «L’uomo e la donna sono destinati a non capirsi, perché i loro mondi sono incommensurabili», sempre sul sito di Arianna Editrice).
Questo non significa che l’uomo e la donna non possano aiutarsi l’un l’altra e farsi del bene, trasformando il loro incontro in una esperienza preziosa e tale da sostenerli reciprocamente nell’impervio camino della vita. Tuttavia, perché ciò avvenga è necessario che si conoscano e che sappiano che cosa si possono ragionevolmente attendere l’uno dall’altra; delusioni e sofferenze sono frutto dell’ignoranza dei loro rispettivi mondi interiori.

Incominciamo, innanzitutto, da quello che non basta ad unirli e tanto meno a completarli ed arricchirli reciprocamente. Non basta il desiderio; non basta il sesso; non basta – soprattutto – il disperato bisogno di combattere l’angoscia e la solitudine. Con queste cose si possono strappare dei momenti di appagamento, ma non costruire qualche cosa di solido e, meno ancora, di durevole; ci vuole ben altro. Che cosa?
Molte cose; ma, più importante di tutte, la capacità di conservare l’incanto reciproco; non disgiunto – tuttavia – da una solida conoscenza della natura di entrambi e, più ancora, da una attitudine a leggere dentro se stessi e a riconoscersi come persone, anteriormente all’incontro con l’altro (o con l’altra), di cui è, anzi, la condizione necessaria.

Che cosa vuol dire conservare l’incanto reciproco?

Significa che l’uomo e la donna non impareranno mai ad incontrarsi, nel senso più vero e profondo del termine, se non sapranno mantenere vivo entro di sé un certo grado di stupore, di meraviglia, di poetico rapimento reciproco. Se essi si guardano l’un l’altra solo in termini di attrazione sessuale, o di manipolazione psicologica, o di sfruttamento economico o professionale, non riusciranno mai a oltrepassare la sfera del contatto fuggevole e interessato, brutalmente utilitaristico, quasi si trattasse di un nuovo genere di merce.
L’uomo che, nella donna, non sappia vedere anche la soave creatura dei suoi sogni più belli e disinteressati, non sarà mai capace di riconoscerne il fascino sottile che, non di rado, si cela dietro apparenze ingannevolmente modeste; ma si lascerà sedurre dalla pura esteriorità, magari ostentata nelle forme più chiassose e volgari. E la donna che non sappia vedere nell’uomo anche una creatura dolcemente protettiva e capace di altruismo, si condanna automaticamente a un rapporto deformante con il sesso maschile, che la priverà della parte migliore.
Quello che vogliamo dire è che, se l’uomo e la donna non sono capaci di vedersi anche attraverso un alone gentile di idealismo e di sogno, andrà perduto gran parte del fascino derivante dal loro reciproco incontro, e non ne resterà che l’aspetto prosaico e, talvolta, sgradevole.

Al tempo stesso, è necessario che tale alone di poesia non giunga ad offuscare completamente la vista, non renda ciechi di fronte alla realtà e non divenga occasione di gravi fraintendimenti, i cui esiti non potrebbero essere che delusione e amarezza da entrambe le parti, e un sordo rancore o, peggio, una ottusa indifferenza.

Certo, non è facile: perché la conoscenza dei reciproci limiti porta con sé un certo grado di disincanto; ma il disincanto totale porta a smarrire quella freschezza, quella fragranza, quel trasporto, suscettibili di conferire tanto fascino all’incontro fra i due sessi.

C’è, a questo proposito, una pagina incantevole di Sören Kierkegaard, nel saggio «La ripresa» (titolo originale: «Gjentagelsen», traduzione italiana di Angela Zucconi, Milano, Edizioni di Comunità, 1983, pp. 51-52; ed un’altra simile, con alcune varianti, nella parte finale del dialogo «In vino veritas»), che ci piace riportare:

«Io so di un certo luogo a poche miglia da Copenaghen dove abita una fanciulla: conosco il grande giardino ombroso ricco di alberi e di cespugli, so di un punto ove c’è una scarpata rivestita di verde, donde si può guardare non visti nel giardino. Non l’ho confidato a nessuno, neppure al mio cocchiere, l’inganno sempre scendendo un po’ prima e prendendo a destra invece che a sinistra. Quando la mia anima non trova pace nel sonno e la vista del letto mi fa più paura di uno strumento di tortura, più paura che non faccia il letto operatorio al malato, allora passo tutta la notte in carrozza. Le prime ore del mattino mi sorprendono appiattato in quel mio nascondiglio tra il verde. Quando la vita comincia a muoversi, quando si apre il grande occhio del sole e gli uccelli scuotono le ali, e la volpe striscia fuori della tana e il contadino si ferma sulla porta a guardare i campi e la massaia scende sul prato col secchio del latte e il garzone affila la falce e indugia divertito di questo preludio che tornerà come un ritornello della sua giornata e del suo lavoro, anche la mia fanciulla esce di casa. Beato chi può dormire! Beato chi ha il sonno leggero, così che il sonno non diventa per lui un peso più grave del giorno! Beato chi può alzarsi da letto, lasciandolo intatto come se non vi si fosse sdraiato nessuno, un letto fresco, invitante, riposante, come se colui che vi dorme, anziché giacervi, vi si fosse chinato sopra a rassettarlo.

Beato chi può morire così da lasciare il suo letto di morte in ordine come fosse il letto che una madre premurosa ha rifatto e accomodato per il sonno tranquillo del suo piccolo! Allora dunque la fanciulla esce di casa, e cammina volgendosi intorno incantata (forse, più incantati di lei sono gli alberi che la rimirano), piegandosi strappa qualche rametto qua e là, saltella tra l’erba, si ferma come assorta in un pensiero. Quale meravigliosa convincente eloquenza in tutto questo! La mia anima trova allora pace e riposo finalmente. Giovinetta felice, se un uomo potrà mai meritare il tuo amore, possa tu dargli tanta felicità nell’essere tutta per lui, quanta me hai data a me, pur nulla essendo per me.»

A dispetto di quello che molte donne credono riguardo agli uomini, esiste, nell’animo maschile, accanto alla dimensione dell’imperioso impulso sessuale, una attitudine disinteressata e contemplativa, che nella presenza femminile cerca anzitutto un luogo di pace, di riposo, di bellezza ideale quasi fuori del tempo; e che saprebbe rispettare il mistero di quella purezza, anche al prezzo di notevoli rinunce e di sacrificio personale.
Questo vuole significare la pagina di Kierkegaard; che non è, semplicemente, una esercitazione romantica sul tema di Matelda, la donna angelo che coglie fior da fiore nel «locus amoenus» della tradizione idilliaca e bucolica; ma una rappresentazione dell’eterna aspirazione maschile a trovare nella donna molto di più che un corpo da possedere o un cuore da far innamorare di sé; ma un luogo incontaminato dello spirito, dove taccia il coro disarmonico delle passioni disordinate e il tumulto della competizione quotidiana, per lasciare posto a una gran pace interiore.
La donna che non abbia capito questo dell’uomo, si può dire che non ne ha compreso nulla; oppure se ne deve dedurre che ella ha avuto la sfortuna di incontrare sempre e soltanto i rappresentanti più rozzi e grossolani del genere maschile, per mezzo dei quali potrà essersi fatta un’idea tanto esatta di questo, quanto potrebbe farsela del genere femminile, l’uomo che avesse frequentato solo delle donne di strada.

E questo è, appunto – crediamo – uno degli elementi che contribuiscono a rendere così difficile e così dissonante il rapporto fra l’uomo e la donna: specialmente al giorno d’oggi, quando ogni aura di gentilezza sembra essersi dissolta sotto le raffiche di un vento rabbioso e maligno di pragmatismo spicciolo e di cinismo, contrabbandato per saggezza di vita.
In altri termini, fra uomo e donna dovrebbe instaurarsi una relazione fatta non solo di realismo, ma anche di idealismo, nella quale l’uno non vede nell’altra solo ciò che ella è (e viceversa), ma anche ciò che potrebbe essere o ciò che forse non sarà mai, ma che sarebbe bello che fosse e che, con oscuro presentimento, ella vorrebbe diventare.
Insomma, ciascuno di noi possiede molte più cose di quante non appaia agli altri; ciascuno di noi cela un mistero, profondo e insondabile anche per noi stessi. Tanto più necessario sarebbe, dunque, ricordare che anche nell’altro vi è un analogo mistero, vi è una analoga, insondabile profondità; che anche nell’altro vi è una dimensione ulteriore, trascendente, di ciò che potrebbe divenire o di ciò che vorrebbe divenire, anche grazie al caldo raggio di amore che noi possiamo rivolgergli, trasfigurandolo.

Tutti, infatti, sappiamo che amare ed essere amati è il mezzo più sicuro per diventare più splendenti, più belli, più affascinanti (mentre chiudersi all’amore è il mezzo più certo per imbruttire); e, dunque, tanto più possibile sarà per un essere umano sviluppare la propria dimensione di bellezza spirituale, di vago e indefinibile incanto, quanto più egli sarà in grado di aprirsi al mistero del dono di sé e di accogliere, a sua volta, il mistero dell’offerta altrui.
Chi non ha mai saputo vedere la propria moglie (o il proprio marito), almeno per una volta, con quel medesimo, rapito stupore e quel senso d’incanto ineffabile con cui ci appare la fanciulla nel giardino di cui parla Kierkegaard, vuol dire che non l’ha mai amata o non se ne è mai sentito amato: perché il disincanto è figlio dell’amarezza, e quest’ultima lo è del disamore.
Non è cosa facile, lo ripetiamo, coniugare la capacità di vedere nell’altro un essere incantevole, con la conoscenza dei suoi limiti e dei suoi difetti; e, a maggior ragione, non è facile conservare l’incanto dell’altro, dopo essere passati attraverso la prova della delusione, magari più volte reiterata. Nella dialettica fra uomo e donna, riuscire a raggiungere un tale equilibrio tra realismo e idealismo è cosa rara e richiede doti spirituali non comuni; eppure, è l’unico modo che esista per preservare le potenzialità positive insite nell’incontro fra i due generi, e per scongiurare quelle distruttive, che pure esistono e che possono causare danni tremendi.
Capire e accettare il fatto che esiste una differenza ontologica tra uomo e donna, e, di conseguenza, una obiettiva, grave difficoltà di comunicazione profonda tra essi, non significa che all’uomo e alla donna non resti che disprezzarsi reciprocamente e, al tempo stesso, sfruttarsi l’un l’altra, fin dove ciò sia possibile.

Nostro compito è quello di preservare l’incanto del mondo; e l’incanto possibile e, in un certo senso, istintivo, nella relazione fra uomo e donna, è parte fondamentale di ciò. Se l’uomo e la donna giungessero alla conclusione che non vale la pena di sognare l’uno la bellezza dell’altra, l’incanto del mondo andrebbe in frantumi. L’amarezza prenderebbe il posto della speranza; lo sconforto si sostituirebbe alla meraviglia.
Per poter vivere una vita armoniosa, l’essere umano ha bisogno di sognare, di andare oltre la superficie delle cose, di avvolgere gli enti in un alone di bellezza e di mistero. Chi non sappia fare questo, ovvero chi non sia capace di porsi in una attitudine disinteressata e contemplativa di fronte al mondo – come un uomo che, davanti a una foresta, non vedesse altro che il legname e il guadagno economico che ne può derivare; o che, davanti a una montagna, non vedesse altro che la possibilità di costruire sciovie ed impianti turistici, sempre allo scopo di fare denaro – sarebbe condannato a trascinare la propria vita interiore nello squallore quotidiano.

Certo, si può vivere nello squallore interiore; ma si vive male. Come un alberello che cresce stentato in una terra inadatta, magari assediato dal traffico automobilistico e dall’inquinamento derivante dagli scarichi delle vetture, un essere umano che abbia smarrito l’incanto del mondo è confinato in una esistenza grigia e logorante, senza luce e senza bellezza.
E la natura umana, checché ne dica il materialismo volgare, non può sopravvivere senza bellezza, come una pianta non può sopravvivere senza luce, aria e acqua.
Tale è la donna per l’uomo (e l’uomo per la donna): un sogno di pace e di bellezza, che rende la vita più soave.

www.ariannaeditrice.it

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