I problemi de “Il Manifesto”

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Pubblicato lunedì 6 aprile 2009 in USA
[The Nation]
Quotidiani, mensili e settimanali americani sono in gravi difficoltà finanziarie, quindi perché prestare attenzione alla lotta per la sopravvivenza di un quotidiano italiano, “Il Manifesto”, che ha una diffusione media di 30.000 copie e un’eccentrica devozione ad idee di grande trasformazione sociale? Si auto-definisce comunista in un mondo in cui la rivoluzione appare un’altra mera illusione del ventesimo secolo.
Il nome del giornale deriva da una dichiarazione del 1969 di un gruppo di comunisti che chiedevano al proprio partito di svegliarsi dal proprio torpore burocratico. Il partito a quell’epoca era un pilastro dell’ordine esistente, partner nel governare il paese della Democrazia Cristiana al potere. Governava nelle maggiori città e regioni, aveva grande influenza sui sindacati ed era una grande presenza nel mondo culturale. La popolare e accorta guida dei comunisti, Enrico Berlinguer, difendeva la scelta di accomodarsi su una limitata porzione di potere come soluzione provvisoria preferibile alla totale opposizione.
Secondo i suoi critici, giovani impazienti e vecchi ormai irritati, il grande compromesso del partito stava ignorando le aspirazioni della cittadinanza, bloccando così le possibilità di trasformazione. Il gruppo del Manifesto aspirava ad un rinnovamento della dottrina e della pratica del partito, un grande salto verso la partecipazione popolare. La campagna del gruppo fu un elemento cruciale nello scoppio delle proteste di massa in Italia nel 1969, che colsero la leadership comunista di sorpresa. I dissidenti lasciarono il partito. Lo sconvolgimento che ne seguì spinse Berlinguer a rinnovare e ridefinire il partito, per alcuni versi nella direzione del gruppo del Manifesto.
Nell’aprile del 1971 il gruppo fondò un quotidiano, Il Manifesto, il cui principio fondamentale era l’indipendenza da qualsiasi linea di partito”. L’equivalente negli Stati Uniti sarebbe un’edizione quotidiana di The Nation (o il vecchio quotidiano di sinistra di New York, PM, pubblicato nel periodo 1940-1948). Il Manifesto divenne una scuola per i giovani giornalisti indipendenti e una casa per i giornalisti più vecchi irriducibilmente critici. Il suo maggiore concorrente fu inizialmente l’Unità, quotidiano ufficiale del Partito Comunista finché questo non si sciolse nel 1991. L’Unità viene ancora pubblicato ed è ora collegato al successore del Partito Comunista, il Partito Democratico. La sua circolazione è diminuita da 240.000 a 40.000 copie. Anche Il Manifesto deve fare i conti con Liberazione, quotidiano molto meno letto, pubblicato dal piccolo e testardo partito di sinistra Rifondazione Comunista, fondato nel 1991 e ora non più in Parlamento. Molti fra gli elettori del Partito Democratico pensano ancora che Il Manifesto sia la voce della propria coscienza politica, a volte soppressa.
L’indipendenza del Manifesto da qualsiasi legame con i partiti gli ha permesso di attrarre un vasto spettro di tradizioni italiane democratiche radicali. Ha espresso le preoccupazioni dei movimenti sociali: associazioni di aiuto agli immigrati e ai poveri, gruppi di quartiere, anziani, studenti e insegnanti, disoccupati, donne. Ha smascherato la corruzione indipendentemente da dove provenisse.
E ha anche fatto notizia. Nel 2000 un neofascista indipendente ha fatto esplodere una bomba (e quasi anche se stesso) nei suoi uffici. Nel 2005, alcuni soldati americani spararono contro la macchina in cui la corrispondente del quotidiano in Iraq, Giuliana Sgrena, stava velocemente dirigendosi verso l’aeroporto di Baghdad, ferendo lei, uccidendo la sua guardia del corpo e provocando un incidente internazionale.
Il Manifesto, più di ogni altra cosa, ha assunto la funzione pedagogica tradizionalmente radicale di descrivere gli eventi italiani ed esteri come parte di un insieme più grande. Molti tra gli altri mezzi di comunicazione, se non sprofondano in volgarità senza fine, presentano il mondo come un’accozzaglia di avvenimenti sconnessi tra loro.
Quando, negli ultimi decenni, i partiti di sinistra e del centro democratico hanno costituito governi nazionali (fino al 2008), i loro conflitti ed esitazioni hanno impedito di istituire riforme convincenti e durevoli. Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e i suoi alleati hanno sfruttato la delusione dei cittadini con un cinico anti-politicismo, mentre depredavano l’economia e lo Stato, incoraggiavo la xenofobia e praticavano l’autoritarismo. Le grandi proprietà di Berlusconi nei mezzi di comunicazione sono unite alle soggiogate reti televisive di Stato in un perpetuo carnevale romano di bugiarda stupidità. (Immaginate Murdoch come presidente, Limbaugh e Coulter costantemente in televisione e il Washington Post, pur con tutti i suoi difetti attuali, ridotto al livello del New York Post.) I quotidiani di qualità italiani (Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa) fanno fatica a mantenere un certa qualità, non sempre con completo successo, mentre i loro educati lettori sono spesso insofferenti.
Ora il piccolo spazio critico occupato dal Manifesto è minacciato di scomparire. L’anno scorso, Berlusconi ha introdotto una legge che elimina i sussidi di stato per le associazioni no-profit. Il Manifesto legalmente è una cooperativa editoriale, non un’impresa commerciale e godeva di finanziamenti statali. Ma con la nuova legge, i fondi editoriali sono limitati ai media direttamente dipendenti da un partito. Questo è uno status che gli editori del Manifesto non vogliono. Si considerano connessi ad un movimento sociale che ha profonde radici nel passato e considerano la disciplina tattica nei confronti di un partito come un ostacolo, se non peggio. In ogni caso, i partiti di sinistra italiani stanno affondando. I Democratici hanno appena perso un’importante elezione elettorale regionale in Sardegna e hanno rimpiazzato il loro capo. L’indipendenza del Manifesto è un elemento di continuità che la sinistra democratica italiana non può permettersi di perdere.
Se il quotidiano cessasse di essere pubblicato, la sinistra italiana ed europea verrebbe privata di una delle sue voci più autentiche. Amici influenti nella Chiesa cattolica e personalità annoverate nel Partito Democratico hanno dichiarato di trovare Il Manifesto indispensabile per il loro lavoro. Molti nell’élite politica e culturale sono d’accordo.
Ho chiesto agli editori del Manifesto perché, in una nazione con una grande tradizione socialista, non riescano ad aumentare la diffusione del quotidiano. Hanno risposto che la tradizione sta andando in rovina; i vecchi membri e le potenziali giovani leve sono scoraggiati. Inoltre, hanno detto, i lettori potenziali sono distratti dal più moderno Internet, che si sta appropriando poco a poco del giornalismo critico de Il Manifesto, ma che ignora il suo più grande progetto di educazione politica. La crisi de Il Manifesto offre una lezione non limitata all’Europa.
Un giornale che affronta le vertiginose oscillazioni della politica quotidiana, chiedendo cosa queste significhino in un più vasto contesto storico, pone domande ai propri lettori. Resta a noi riflettere sulla fattibilità delle idee antiquate di una cittadinanza istruita.
Berlusconi, con il suo rozzo antagonismo all’intelligenza richiesta da una democrazia funzionante, ha puntato ad una delle istituzioni che restano dell’Italia repubblicana. I sostenitori italiani ed europei de Il Manifesto si stanno unendo per dare aiuto. Lettere (e assegni) a sostegno possono essere spediti agli editori all’indirizzo: Il Manifesto, Via A. Bargoni 8, 00153 Rome, Italy. Se andate sul sito ilmanifesto.it, potete ciccare su “donazioni online” (cercate la bandiera americana).
[Articolo originale di Norman Birnbaum]

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