Fila/ Una multinazionale che fa scuola

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Suo nonno Renato non lo sapeva, ma quello che fece nel 1956 acquisendo Fila, la Fabbrica italiana lapis e affini fondata negli anni Venti dalle famiglie nobili toscane Antinori e della Gherardesca, ai giorni nostri si chiama management buy out. Uscendo dai termini tecnici che tanto piacciono ai nostri banchieri, Renato Candela, grazie alla Comit e a un manipolo di dipendenti, rilevò l’azienda dove lavorava: la società, molto nota al pubblico per il suo giglio fiorentino stilizzato e per le sue matite colorate contenute in scatole di latta o cartone con impressi un giovanissimo Giotto e il suo futuro maestro Cimabue, dopo vent’anni di gloria, nel dopoguerra era caduta in disgrazia. E Candela aveva un curriculum di tutto rispetto per rilanciarla: dopo aver lavorato a Torino in Fim, Fabbrica inchiostro e matite, era approdato a Milano alla Presbitero, che per pubblicizzare pennini e matite colorate si affidava al genio di Depero e di Dudovich. Ora questo marchio non esiste più, ma il gruppo dove sono confluite Fila e Presbitero continua a sfornare matite colorate, gessetti e penne a sfera sotto la guida di Massimo, terza generazione dei Candela, che all’idea del nonno e allo sviluppo del padre Alberto ha aggiunto l’internazionalizzazione di Fila, che su 200 milioni di euro di fatturato ne esporta l’80%.
Quando è iniziata la sua era in Fila? Negli anni Novanta, appena conclusa l’università, sono entrato in azienda: non andava molto bene, sostanzialmente era ferma, bisognava imprimere una svolta per ricominciare a crescere.Eppure gli anni Settanta e Ottanta erano stati di successo per voi.Nel 1975 lanciammo il Tratto pen: fu presentato a Milano al Chibi Cart, la più importante fiera di cartoleria e oggettistica, e in un solo giorno ne vennero venduti 2 milioni di pezzi. E fu un successo anche all’estero, sancito dal premio Compasso d’oro. Alla fine degli anni Settanta, invece, fu ceduta la divisione cosmetica che era stata un grande pilastro di sviluppo per noi, mentre si raggiunse la leadership in Italia con Giotto.Poi arrivò lei. Che cosa trovò?Che Fila era leader in Italia, ma piccola rispetto ai grandi colossi internazionali. Per questo il mio ingresso coincise con l’espansione all’estero e con la crescita nel settore dei prodotti per la scuola, come i colori e i modellaggi, ma anche con il ridimensionamento dell’area scrittura, dov’era più forte la concorrenza asiatica e scarsa la fedeltà dei consumatori.Quale fu la sua prima operazione?L’acquisto della Interfila nel 1991 e tre anni più tardi delle paste per modellare della Adica Pongo con i suoi famosi marchi Pongo, Das e Didò. Poi, nel 2000, è arrivata anche la francese Omyacolor, leader nella produzione mondiale di gessetti, che negli anni Ottanta aveva rilevato la Fim Torino, l’azienda dove mio nonno iniziò la sua carriera.E questa non è l’unica coincidenza nella vostra storia.In effetti, lo scorso luglio abbiamo acquisito la tedesca Lyra, il più antico marchio registrato di matite da disegno del mondo. Nel dopoguerra mio nonno aveva comprato la Lyra Italia, la filiale attiva nel nostro Paese e ceduta dagli americani dopo la disfatta nazista. Il marchio in Italia non esiste più dagli anni Sessanta, ma la casa madre tedesca è molto conosciuta all’estero e ci consentirà di entrare in mercati dove non siamo presenti e di realizzare ottime sinergie.Può spiegare meglio?Con l’acquisto di Lyra entriamo nel mercato domestico dei giganti tedeschi del settore, nell’Europa dell’Est e anche in Asia con un prodotto di altissima qualità. E poi, dopo più di vent’anni d’assenza, rientriamo anche nel business della produzione di matite cosmetiche per conto terzi, dove abbiamo già dei progetti concreti per crescere. Può anticipare di che cosa si tratta? Abbiamo appena creato una joint venture paritetica con Cromavis, uno dei big mondiali nel settore dei rossetti e delle polveri compatte, con cui al Cosmoprof presentiamo una matita per occhi innovativa, Cronolyra, dall’involucro in polipropilene.Che risultati vi aspettate da questo nuovo prodotto?Devo dire che abbiamo già avuto riscontri molto positivi dalle case cosmetiche e questo ci fa essere fiduciosi di poter raggiungere i 28 milioni di euro di fatturato nel 2013 come indicato sul business plan. E se le cose andranno bene, pensiamo anche di entrare direttamente nel capitale di Cromavis. Diversificate perché il mercato delle matite non sta andando bene a causa della crisi economica? Tutt’altro, il 2008 è stato il miglior anno in assoluto per Fila e si è chiuso con 200 milioni di euro di ricavi, di cui l’80% all’estero, e con un ebitda di 27 milioni di euro. Il nostro è davvero un settore anticiclico.E la diversificazione territoriale aiuta.In effetti, il nostro giro d’affari è metà in dollari e metà in euro, in linea con i costi. Non produciamo per terzi, ma cerchiamo di dare il miglior rapporto qualità-prezzo. E questo ci sta ripagando.Dove producete? Abbiamo 19 filiali in tutto il mondo e marchi con una forte leadership locale: Pax in Sud America, Dixon in America, Messico e Canada e Lyra in Germania, Europa dell’Est e Asia. Gli impianti cinesi ed europei producono per il Vecchio continente, mentre la fabbrica messicana per i Paesi Nafta.Anche gli Stati Uniti non hanno rallentato?In America stiamo andando bene e anche in Messico, che per noi è un mercato grande quanto l’Italia, 40 milioni di euro. L’unico motivo di preoccupazione sono le tensioni politiche tra i due Paesi: in questi giorni, gli Stati Uniti hanno bloccato i camion che vengono dal Messico. Per non parlare dei dazi e delle barriere che ogni nazione alza sui nostri prodotti. Sembra incredibile per delle matite colorate, ma è così.E in Italia a che cosa state assistendo in questo periodo?A un andamento altalenante: la grande distribuzione in questi primi mesi dell’anno sta andando forte, con vendite in crescita del 10%, mentre il dettaglio è sostanzialmente stabile e le forniture per ufficio sono crollate del 20%.Eppure lei è fiducioso.Il settore nel 2009 dovrebbe scendere di un 5%, ma noi stiamo recuperando quote di mercato dai nostri concorrenti e possiamo migliorare in efficienza.I vostri competitor sono dei veri e propri colossi mondiali. Mai pensato di vendere l’azienda?No mai, nonostante sia stato sondato da multinazionali del calibro di 3M e di Sanford. Anzi, sono io che voglio ricomprarmi l’azienda.In che senso?Il 25% di Fila è nelle mani di Intesa Sanpaolo dal 1999. Per noi sono soci preziosi, che ci finanziano e con cui c’è un grande rapporto di fiducia. Però, quando è scaduta l’opzione ho chiesto loro di ricomprare la quota, ma non hanno voluto: preferiscono un altro tipo d’uscita.Quella della Borsa?Per loro sarebbe importante chiudere questo decennio con Fila portandola in Borsa.E lei che cosa ne pensa? Noi avevamo già iniziato il percorso interno per la quotazione, ma poi un anno fa lo abbiamo bloccato.Ci riproverete?Lo escludo, almeno finché la Borsa non cambierà certe regole. Il caso Madoff me lo ha confermato: fin tanto che truffatori del genere opereranno in Borsa, Fila ne resterà fuori.

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