Si Tornerà Indietro di 40 Anni

Stampa / Print


23:23 31/03/09
Ecco qua il maggiore sociologo germanico, Ralf Dahrendorf, oggi che predice che si tornerà indietro di 40 anni come tenore di vita. Può essere, ma hai anche la sensazione che per questi intellettuali se il tenore di vita calasse di un -20% medio come profetizza sarebbe una una cosa buona e che se ne compiaccia (essendo impiegato di ente pubblico come è un università probabilmente la cosa lo riguarda meno)Immersi fino al collo nel pregiudizio politicamente corretto questi profeti di sventura si rifiutano di vedere la realtà, che il NOSTRO tenore di vita quello degli europei, calerà probabilmente, mentre quello degli asiatici e anche quello dei produttori di materie prime arabi o brasiliani aumenterà. Il capitalismo, l’industria, la finanza e il “mercato”! non sono mai stati così forti come oggi, semplicemente si stanno spostando altrove come centro di gravità. Nella loro profonda ignoranza dei fatti concreti questi intellettuali non notano le cose più ovvie, come il fatto che le banche stanno saltando per aria solo in occidente, nemmeno mezza banca è saltata in Asia e neanche in Sudamerica e che dei 7.000 miliardi di riserve valutarie che hanno oggi gli stati nazionali nel mondo circa 6.500 miliardi sono in mano a cinesi, giapponesi, coreani ed asiatici in genere e poi ad arabi ed altri produttori di materie prime——————–COLONIA – Ralf Dahrendorf è sicuro che il vertice del G20 di Londra, il prossimo 2 aprile, fallirà. «Fallirà, non raggiungerà gli obiettivi che gli erano stati dati originariamente, cioè essere il momento decisivo per uscire dalla crisi e ridisegnare l’ordine economico internazionale – sostiene -. Per molti motivi, ma soprattutto perché quello che stiamo vivendo non è un Bretton Woods moment». Il sociologo forse più autorevole d’Europa – ma anche politico, politologo, filosofo, educatore e membro della Camera dei Lord britannica nonostante sia di origine tedesca – non ha praticamente parlato in pubblico della crisi mondiale. Lo fa con questa intervista.Lord Dahrendorf, perché non siamo in un «momento Bretton Woods»?«Quando Keynes entrò alla conferenza di Bretton Woods, nel 1944, credeva di andare a salvare la sterlina. In breve tempo si accorse che era morta, che il ruolo dominante era passato al dollaro e agli Stati Uniti. Ora, la situazione è diversa, questa è una fase confusa, dove non ci sono vincitori. E non sono nemmeno certo che l’America voglia caricarsi sulle spalle da sola il peso dell’uscita dalla crisi. Ma non è l’unica ragione per cui il vertice non sarà un successo».Quali altre ragioni?«Io stimo Barack Obama e Gordon Brown, ma in questo caso sbagliano. Ritengono che questa sia una crisi globale, mentre la possiamo definire mondiale ma non globale. Globale è il cambiamento climatico, che non può avere risposte nazionali. Ma la crisi riguarda sì tutti, cioè è mondiale, ma ha risposte nazionali, e queste contengono un nazionalismo economico. Io li vedo come globalisti, al contrario di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy che sono mondialisti. Questa è l’origine del conflitto che sta alla radice del G20 del 2 aprile: è sbagliato credere che ci siano soluzioni globali».Cosa intende per fallimento del vertice?«Non ci sarà accordo su un pacchetto di stimolo “globale”. Ci saranno dichiarazioni generiche sulle nuove regole da scrivere. Forse verrà un po’ rafforzato il Fondo monetario internazionale. E si identificheranno alcuni capri espiatori, in particolare i paradisi fiscali. Niente di davvero importante, tanto che tutti sono impegnati ad abbassare le aspettative, il padrone di casa Brown in testa, dopo che le avevano alzate moltissimo».Quali sono le conseguenze della crisi, nel lungo periodo?«Alla fine tutti avremo ridotto gli standard di vita di almeno un 20%. Torneremo circa ai livelli precedenti a quelli di Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Per alcuni aspetti, a un modo di vivere che somiglierà un po’ agli anni Cinquanta e Sessanta, con molta più tecnologia ma senza l’ottimismo di quei decenni».Anche quando inizierà la ripresa?«La ripresa sarà lunga e lenta. E non basterà a servire gli interessi sul debito che nel frattempo gli Stati stanno accumulando. Ragione per cui sarà un periodo di tasse alte e alta inflazione. Niente di bello. Alcuni economisti parlano di “inflazione controllata”, sostengono cioè che qualche anno di inflazione tra il 6 e il 10% basterà a ridimensionare i debiti pubblici. Il problema è che un’inflazione del genere sarà pagata soprattutto dai poveri e dai pensionati».Visione nera.«Se vogliamo metterle un po’ di belletto, possiamo forse prevedere che la crisi porterà un cambio di attitudine, con più attenzione all’economia reale e un distacco dalla cultura del debito e dal capitalismo del debito. Il ricorso alle carte di credito sarà mitigato, sarà forse un clima più piacevole».Cultura del debito?«Sì, la cultura diffusa, ma molto diffusa, per la quale mettevi lì cinquanta euro e ti pareva normale che ti dessero un’automobile o una casa. Può non piacere a molti, che preferiscono dare ogni responsabilità ai banchieri e ai paradisi fiscali, ma credo che questa sia la ragione principale della crisi».Prima responsabile non è dunque la deregulation degli anni di Reagan e Thatcher?«Ci sono alcuni aspetti di quella deregulation che entrano tra le ragioni della crisi. Ma non andrei troppo avanti su questa strada. Perché alla base della crisi c’è soprattutto la cultura del debito e la bolla conseguente. Un mio conoscente mi raccontava l’altro giorno che ha uno chalet da vendere a Chamonix e che, all’improvviso, si è accorto che a nessuno al mondo serve uno chalet a Chamonix. Non più, perché il mondo sta riducendo di quel 20% le sue esigenze. Ma questo non c’entra niente con la signora Thatcher, la quale, di base vittoriana, aveva anzi orrore del debito».Pericoli di violenza a causa della crisi?«Non vedo un ritorno del terrorismo domestico. Ma c’è una grande rabbia diffusa, la voglia di trovare colpevoli. Per ora non ha sbocchi politici, è individuale, come abbiamo visto negli attacchi alle case di banchieri, o si incanala in manifestazioni di massa tradizionali come quelle delle tifoserie del calcio».La democrazia potrebbe correre dei rischi?«La democrazia direttamente no, anche se ci saranno spostamenti politici. Diverso è il discorso per la società aperta, perché la crisi non favorisce le libertà. Le scelte dei governi di nazionalizzare banche e forse anche certe industrie riducono le libertà. Non saranno tempi belli».C’è chi dice che il vero potere non starà nel G20 ma nel G2, cioè Washington più Pechino.«Forse, anche se non vedo fino in fondo come Stati Uniti e Cina, che non si piacciono, possano andare davvero d’accordo. Credo però che quasi certamente l’Europa non ci sarà alla guida del mondo: i leader europei vanno per strade diverse e soprattutto chiedono a Bruxelles di ridurre, allentare il mercato unico».http://www.cobraf.com/forum/topic.php?topic_id=4267&reply_id=153285

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *