I silenzi del G20

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Fonte: http://www.internazionale.it/home/primopiano.php?id=22031

Il vertice di Londra sarà interessante, ma non per i motivi di cui parleranno tutti. Il commento dello storico Paul Kennedy

1 aprile 2009 • Fonte: Internazionale

Con gli occhi del mondo puntati sul vertice dei leader mondiali del G20 a Londra, può sembrare strano evocare Karl Marx. Sarebbe difficile spiegare al padre intellettuale del comunismo che il capitalismo globale è ancora vivo a un secolo e mezzo dai suoi scritti più celebri. E che i governi dei principali paesi del mondo, anche se sconvolti da qualche investimento stupido e da un po’ di follie bancarie, si incontrano per rimettere insieme i cocci dei mercati finanziari internazionali.

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Il presidente messicano Felipe Calderón passa in rassegna la guardia reale britannica, alla vigilia del G20 di Londra (Stefan Rousseau, Pool/Afp)

Marx sottovalutò la capacità del capitalismo di reinventarsi in continuazione e di dimostrare – con tutti i suoi difetti e con qualche prudente modifica ai princìpi del libero mercato puro – di essere migliore degli altri “ismi”. E non previde gli eccessi che sarebbero stati commessi nel tentativo di costruire la dittatura del proletariato.

Ma nonostante il fallimento delle previsioni di Marx, una parte significativa della sua analisi economica merita di essere recuperata. In particolare, penso alla sua comprensione del fatto che mentre i cambiamenti tettonici a lungo termine delle “forze di produzione” si svolgono a un ritmo diverso da quello delle frenetiche attività dei governi e dei leader che occupano la “sovrastruttura”, il loro impatto storico è migliore delle dichiarazioni di qualsiasi gruppo di capi di stato.

La storia è disseminata di accordi solenni – il Trattato di Versailles del 1919 è forse il più noto – che non sono riusciti a cogliere il movimento delle placche tettoniche sotto di loro. Eppure, al tempo di questi vertici, i mezzi d’informazione parlavano della sensazionale riunione di tanti leader importanti, della loro retorica su come salvare il mondo e dei loro appelli a lavorare insieme per raggiungere gli obiettivi del genere umano. Perché il pubblico – e le borse – non avrebbero dovuto credere che i terribili problemi internazionali stavano finalmente per essere risolti?

Sarà lo stesso per il G20 di Londra. Ci saranno risoluzioni che faranno la gioia dei mezzi d’informazione mondiali: il Fondo monetario internazionale dovrà avere più risorse per aiutare economie e monete in difficoltà; bisogna occuparsi dei bisogni dei paesi più poveri (che è il compito dell’organizzazione sorella del Fmi, la Banca Mondiale); e le tendenze protezioniste devono essere fermate. Impossibile lamentarsi di queste proposte.

Un paio di cose di cui non si parlerà
C’è qualche altra idea su come affrontare la crisi che difficilmente troverà molto sostegno al G20. La prima è che il ruolo del dollaro statunitense come principale (unica, secondo alcuni) moneta di scambio mondiale possa essere rivista per rispondere alla nuova situazione internazionale.

I sostenitori di questa proposta parlano di creare un “paniere di valute” concordato o di inventare un’unità sintetica di riferimento. Ma sanno tutti che non è solo un problema di peso delle valute: si vorrebbe ridimensionare il dollaro americano e la capacità di Washington di influire sull’economia mondiale. Alcuni importanti dirigenti cinesi ne parlano da tempo. Anche in Russia molti sono d’accordo. Ed è difficile pensare che il presidente Sarkozy e altri sostenitori dell’euro non sarebbero contenti.

Non accadrà, almeno non al vertice di Londra. Ci sono grosse difficoltà tecniche, oltre alla fondata paura del mercato che parta una corsa al dollaro. Ma soprattutto sarebbe politicamente impossibile per la nuova amministrazione Obama tornare a Washington tra prime pagine incendiarie con titoloni tipo: “Il dollaro detronizzato”. I padroni di casa britannici e altri leader garantiranno che questo argomento non entri nell’agenda del vertice.

Eppure uno sguardo obiettivo alle cifre economiche globali suggerisce che una riduzione del ruolo troppo forte del dollaro come valuta di riferimento è destinata ad arrivare. Perché non pensare subito a come farlo senza traumi? (Un gruppo di esperti delle Nazioni unite guidato dall’economista Joseph Stiglitz lo ha appena raccomandato).

Per farla semplice, gli Stati Uniti controllano circa un quinto del Pil mondiale, ma le loro banconote forniscono il 75 per cento delle riserve valutarie del pianeta. Per i fanatici dell’egemonia americana questa è una dimostrazione del potere del loro paese, del suo ruolo di leader globale. Per gli analisti finanziari più sobri è uno squilibrio preoccupante, tanto più che Washington deve affidarsi all’estero per coprire il suo enorme deficit federale.

Per gli storici, esiste il precedente di una Bretagna non più tanto Grande che cercava di conservare il ruolo centrale della sterlina anche quando la sua quota del prodotto mondiale era parecchio diminuita rispetto a un secolo e mezzo prima.

Per Marx, che osserva il vertice di Londra dalla sua tomba al cimitero di Highgate, è una delle ovvie “contraddizioni” del capitalismo: quando le forze di produzione nazionali sono tanto diverse dalla proporzione internazionale di riserve valutarie, qualcosa è destinato a rompersi. E quel qualcosa è la valuta.

Il fronte di Pechino
Il secondo argomento delicato potrebbe ricevere più attenzione nella dichiarazione finale, anche se in modo molto discreto (con una formula tipo: “Gli stati membri hanno convenuto di esaminare ulteriormente…”). È il rapporto di potere al vertice del Fondo monetario internazionale.

Sono quasi tutti d’accordo con l’idea di dare più risorse al Fondo – il doppio? il triplo? – per assistere gli stati e le loro valute abbattute dalla tempesta economica. Il Giappone si è già impegnato con cento miliardi di dollari; l’Europa pure; e gli Stati Uniti verseranno una cifra analoga, Congresso permettendo. Tutti si aspettano che anche la Cina, il maggiore detentore di riserve monetarie del mondo, faccia una donazione molto generosa.

Ma perché, chiedono i cinesi dietro le quinte, dovremmo diventare i grandi sostenitori di un’istituzione in cui siamo entrati da poco ed è chiaramente sbilanciata per controllo e cultura in favore del sistema capitalista occidentale? Se la Cina e altri paesi asiatici devono contribuire maggiormente ai fondi dell’Fmi, allora non dovrebbero anche avere più voce nel consiglio direttivo? Perché dare per scontato che la disposizione delle poltrone stabilita nel 1944 a Bretton Woods, con un americano alla presidenza della Banca mondiale e un europeo continentale alla direzione dell’Fmi, debba sopravvivere? Quando la quota di fondi fornita dalla Cina all’Fmi sarà più grande di quella dell’Ue, il direttore europeo non sarà una “contraddizione”?

La nuova mappa del potere mondiale
I lettori avranno capito dove sto andando a parare. Va benissimo che i leader delle nazioni più importanti del mondo e delle istituzioni finanziarie si riuniscano a Londra e cerchino di impedire che la recessione mondiale peggiori. Se possono anche sembrare una famiglia felice tanto meglio, gli operatori economici più miopi saranno contenti.

Ma è diverso pensare che grazie a questi importanti sviluppi politici, e a un po’ di fortuna, le cose possano essere riportate alla normalità, cioè al mondo com’era prima che esplodessero le crisi bancarie, creditizie e commerciali. In profondità, le placche tettoniche dell’economia – le “strutture” di cui parlava Marx – continuano a muoversi, via dall’occidente e verso le parti più fortunate del resto del mondo.

Sono cambiamenti che influiranno sul ruolo del dollaro nel mercato monetario mondiale; sul logoro, cinquantenario tentativo dell’Unione europea di restare tra i protagonisti degli affari internazionali prima di essere messa da parte da Cina e India; e sulla posizione degli Stati Uniti come leader del pianeta.

Questo vertice mondiale sarà molto interessante, ma forse per ragioni diverse da quelle che entusiasmeranno giornali e tv. (Traduzione di Gabriele Crescente)

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