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Fonte: http://www.ilconsapevole.it/articolo.php?id=8852&PHPSESSID=42099e6954c41e315493ae1259735e0e

di Valeria Dalla Casa
La terra è stata usata per migliaia di anni per realizzare l’ambiente costruito del Pianeta. Ancora oggi una parte della popolazione mondiale vive “nella terra”, spesso nelle zone dove veniva usata per tradizione e dove le popolazioni rurali sono in maggioranza, in particolare nei climi caldi e aridi.
Attualmente l’incremento demografico di queste terre richiede l’autocostruzione con materiali locali anche per necessità. Ma ora si sono diffusi i pregiudizi legati alla terra che hanno fatto apparire il suo uso come “povero”. Questa idea ha accompagnato il pensiero che tutto ciò che veniva dall’Occidente rappresentasse in qualche modo il progresso e fosse ripetibile in qualsiasi parte del mondo dimenticando la diversità di clima, culture e tradizioni locali.
E’ l’ideologia industriale che trasforma la semplicità in povertà e fa apparire l’assenza di utensili e di macchine come una “carenza” o una arretratezza. Invece la povertà non dipende da quello che non abbiamo ma dalla nostra attitudine verso ciò che abbiamo.
Il cemento si è imposto soprattutto per questi motivi psicologici, ed ha intaccato uno stile di vita basato sull’idea di costruirsi la casa secondo il proprio gusto e le proprie tradizioni, di crearsi un’abitazione secondo il proprio linguaggio tradizionale e di vivere in uno spazio aperto dove si possa respirare.
Il condominio in cemento armato distrugge tutto uno stile di vita di tipo agricolo o delle culture della fascia caldo-arida della Terra, e con esso anche un equilibrio mentale e psicologico. Inoltre l’uso del cemento armato in quei climi ha causato la fine di un comfort naturale e di un equilibrio energetico.
Una riscoperta dell’ambiente costruito tradizionale è essenziale non per sentimentalismo o nostalgia, ma per conservare le abilità artigianali e la conoscenza dei materiali locali, oltre che per un’interpretazione ecologica che eviti gli sprechi causati dall’uso non appropriato di materiali prodotti industrialmente.
La conoscenza della situazione abitativa mondiale è necessaria per comprendere la necessità di riscoprire la terra come materiale da costruzione.
La terra ha dato corpo ai miti e alle culture ancestrali delle popolazioni che l’hanno usata per millenni. La molteplicità di configurazioni espresse nei secoli dal linguaggio della terra conferisce al materiale una ricchezza spirituale simbolica che può ben superare il pregiudizio di “povertà”. Premesse culturali
Sulla Terra sono esistite circa cinquemila culture umane, ciascuna con la sua particolare scala di valori. Una di queste è la civiltà occidentale, sviluppatasi dalle civiltà greca, romana ed ebraica. Una delle caratteristiche della civiltà occidentale è quella di dare particolare valore all’espansione. Questo fatto le conferisce la pretesa di essere universale.
L’espressione attuale della cultura occidentale è la civiltà industriale, che pone al vertice della sua scala di valori l’incremento indefinito degli oggetti materiali e l’eliminazione del lavoro fisico.
Il sottofondo filosofico della civiltà industriale risale al pensiero di Cartesio, Bacone, Locke e altri. E’ stato infatti l’affermarsi delle idee di questi pensatori anziché di altri del medesimo periodo (come ad esempio Bruno, Leibniz e Spinoza) che ha portato alla divisione netta fra lo spirito e la materia e all’imperativo di piegare la natura ai voleri umani. Soprattutto il pensiero cartesiano, che considera lo spirito come proprio esclusivamente della nostra specie e tutto il resto come materia inerte assimilabile alle macchine, ha reso possibile senza problemi morali la successiva massiccia aggressione alla natura vivente e non vivente, caratteristica della civiltà industriale.
A seguito della spaccatura cartesiana, poté nascere la fisica classica, inizialmente ad opera di Newton, la cui immagine dell’Universo è sostanzialmente quella di una macchina o di un orologio, scomponibile in parti autonome, studiabili separatamente. Dalla fisica classica, tenendo anche conto dell’imperativo baconiano di dominio sulla natura, è nata la tecnologia moderna. Questa tecnologia si è estesa in tutto il mondo sull’onda della potenza materiale dell’Occidente.
Da queste idee di fondo è nato successivamente il concetto di sviluppo economico, e quindi l’abitudine di dividere il mondo in paesi “sviluppati” e “sottosviluppati” o “in via di sviluppo”, a seconda del grado di occidentalizzazione degli stessi. Situazione demografica mondiale
All’inizio del 1992, la National Academy of Sciences degli Stati Uniti e la Royal Society di Londra hanno pubblicato un rapporto che iniziava così: “Se le attuali previsioni di crescita della popolazione si dimostreranno accurate e se i modelli di attività umana nel nostro pianeta resteranno inalterati, è possibile che la scienza e la tecnologia non siano in grado di impedire il verificarsi di un degrado irreversibile dell’ambiente e il perpetuarsi di una condizione di povertà per la gran parte del mondo”. Questa affermazione è l’ammissione che la scienza e la tecnologia non possono più assicurare un futuro migliore a meno che si verifichi rapidamente una stabilizzazione della popolazione umana e che si ristrutturi l’economia.
Oggi l’umanità aumenta di circa 70-80 milioni di individui all’anno, in gran parte nei paesi del cosiddetto “terzo mondo”. Una simile crescita è evidentemente insostenibile. Tecnologia e paesi ”in via di sviluppo”
Alla fine della seconda guerra mondiale, si affermò il principio secondo il quale i paesi sviluppati dovrebbero dimostrare un particolare interesse per il benessere e lo sviluppo economico dei paesi in via di sviluppo e addirittura assumersi una responsabilità collettiva per dare loro “aiuto”. Questa idea era pervasa da attese eccessivamente fiduciose, in particolar modo per quanto riguarda il trasferimento delle tecnologie ai paesi in via di sviluppo. La tecnologia altamente produttiva dei paesi sviluppati avrebbe dovuto essere adottata dai paesi del terzo mondo, risparmiando di conseguenza il lento e faticoso processo di crearla da sé.
Questo sistema creò innumerevoli difficoltà, comprese in seguito sulla base di ciò che era già successo. L’idea che il modello occidentale fosse ripetibile in qualsiasi parte del mondo ci fece dimenticare la diversità di clima, tradizioni, culture e condizioni locali dove la tecnologia scientifico-industriale, se non adattata, avrebbe causato solo danni, e così purtroppo è successo. Alloggi per il terzo mondo
I problemi di abitazione del terzo mondo sembrano insolubili. Il deficit di alloggi è enorme e cresce di anno in anno.
Le grandi città del terzo mondo sono oggi divise in due parti: la parte “lussuosa” e le “baracche”: in molte città gli abitanti del “centro” sono una piccola minoranza rispetto a quelli delle baracche e delle bidonvilles, dove in pratica vanno a collocarsi i 70-80 milioni di abitanti che si aggiungono nel mondo ogni anno. E’ una vera bomba demografica.
I progetti di aiuto da parte dei governi sono falliti: di solito erano tesi a portare gli abitanti in grandi casermoni ad alta densità, e la qualità della costruzione a caserma influisce negativamente sull’individuo. Se i governi favorissero l’autocostruzione con servizi e materiali a basso costo, gli abitanti delle baracche sarebbero in grado di costruirsi la casa secondo le proprie tradizioni e i propri linguaggi.
Purtroppo, la casa in cemento armato sembra essere un simbolo di sviluppo e ricchezza per i popoli del terzo mondo che vedono il futuro nelle costruzioni con materiale occidentale. Questi materiali sono molto costosi per loro; il processo di produzione del cemento ha un alto consumo energetico ed è assai sofisticato. Si aggiunge poi al prezzo un elevato costo di trasporto, così il cemento armato viene a costare dieci volte di più che nei paesi industrializzati.
Inoltre le costruzioni in terra sono le più adatte al clima delle nazioni in via di sviluppo; la terra è l’unico materiale da costruzione che può far ritrovare le tradizioni, le culture, l’arte ed i linguaggi espressivi di molte popolazioni accecate dal miraggio occidentale della ricchezza.
Con il cemento è certamente impossibile soddisfare il fabbisogno di abitazioni del terzo mondo, perché:
– richiede capitali ed energia;
– le materie prime necessarie spesso non sono disponibili e quindi bisogna importarle;
– la produzione di cemento è una tecnologia su larga scala;
– il cemento non si adatta al clima e al paesaggio di queste terre.
Il tetto in lamiera e il cemento europeo sono diventati una paralisi mentale per il terzo mondo, soprattutto in Africa. Per prima cosa bisogna superare questo blocco mentale.
La costruzione di una casa in materiale tradizionale costa meno della metà di una casa in blocchi di cemento. La terra è disponibile, costa poco, ha una tecnica di costruzione semplice, è climaticamente adatta a molti paesi in via di sviluppo, richiede poca energia, è piacevole esteticamente: ed è facile ottenere un condizionamento dell’aria assolutamente naturale, senza alcuna spesa ed alcun consumo. A meno che ci sia qualcuno che pensa che il terzo mondo potrà permettersi l’aria condizionata in tutte le case. Città e campagna
Lo studio delle interrelazioni dei villaggi rurali, i fattori esterni e l’ambiente fisico rivelano che nelle aree di campagna poco toccate dall’industrializzazione, l’uso integrato dei materiali locali rinnovabili produce edifici che forniscono un ambiente interno soddisfacente per le attività di tutti i membri della famiglia.
Purtroppo l’uso di materiali “occidentali” è spesso associato con le attività di costruzione del governo e dei centri urbani: di conseguenza tali materiali simboleggiano psicologicamente il progresso e la prosperità.
Il movimento attuale dalle aree rurali verso le città crea molti problemi: ma è assai difficile arrestare questa migrazione. Occorre fare qualcosa per far capire che la vita rurale può essere più soddisfacente di quella di città. Se la vita nelle aree rurali non viene resa più attraente, ci sarà un ulteriore abbassamento della qualità della vita. Tecnologia ed esigenze sociali
L’architettura non è solo fatta di forma e spazio, ma rappresenta una relazione interattiva fra il costruire, l’individuo e la società. La cultura ha molta importanza nell’organizzazione dell’alloggio. Collegarsi solo ad esigenze tecniche e soluzioni standardizzate può essere peggio che non far niente del tutto, almeno a lunga scadenza. Portare gli abitanti del terzo mondo ad alloggiare in enormi palazzoni in cemento armato vuol dire distruggere una cultura e causare inevitabilmente disgregazione sociale, sbandamento e disagio mentale.
La tecnologia abitativa esportata nel terzo mondo è divenuta uno degli strumenti di distruzione del concetto di paesaggio, tesa soltanto alla conservazione del ciclo produzione-uso-consumo.
La tecnologia deve essere considerata un mezzo flessibile, che serve a contribuire a produrre condizioni di vita differenziate, legate a un determinato luogo e alle richieste di un determinato momento. Aver definito le condizioni di vita e il modo di abitare in maniera unificata e totalizzante ha limitato la duttilità e l’elasticità dei mezzi tecnologici. Tecnologie alternative e case in terra
Gran parte delle tesi delle tecnologie alternative si concentrano sul problema ecologico: se ne vede la soluzione soltanto con un rapporto di cooperazione fra uomo e natura, e non più di competizione e dominio. In tal modo si può rispondere ai bisogni non materiali dell’individuo, cioè cercare di risolvere anche i problemi di alienazione.
Da circa diecimila anni, la terra cruda è stata uno dei principali materiali impiegati sul Pianeta. Ancora oggi una parte della popolazione mondiale, di minoranza ma significativa, vive “nella terra”, di solito nelle zone dove veniva impiegata per tradizione. In questi paesi (esclusi quelli petroliferi) le popolazioni rurali sono la maggioranza e l’incremento demografico impone il ricorso all’autocostruzione.
Ma i pregiudizi legati alla terra sono molteplici: le costruzioni con questo materiale sono ritenute povere e vulnerabili, anche se molti esempi dimostrano il contrario. Apparentemente esse sono vulnerabili all’acqua, ma alcuni accorgimenti tecnici hanno reso possibile aumentarne la resistenza e l’impermeabilità.
I pregiudizi più potenti restano quelli di natura psicologica, culturale e politica. In più si aggiungono le manovre delle grandi potenze industriali per screditare la terra come materiale da costruzione e privilegiare l’uso del cemento, con conseguente inquinamento e consumo energetico, solo per difendere i propri interessi economici.
Inoltre gli edifici in cemento sono caldi d’estate e freddi d’inverno, quindi non adatti al clima ed esteticamente incompatibili con la morfologia del luogo. La terra è un materiale naturale presente dappertutto, non presenta spese di trasporto o trasformazioni di carattere industriale, evita il rapporto con un monopolio commerciale e consente il rispetto per l’ambiente. Rafforza l’autonomia culturale, economica ed energetica. L’influsso più forte della civiltà industriale non è stato quello della tecnologia, ma dell’atteggiamento mentale. Si è persuaso il mondo tradizionale di essere nel bisogno, nell’arretratezza e nell’inferiorità. Uno dei dogmi dell’economia moderna è: più hai, più sei felice; ma questa equazione è una pretesa del mondo economico-industriale, che trascura il parallelo aumento del disagio psichico e sociale. In realtà questo atteggiamento impoverisce la mente molto di più di quanto arricchisca le mani.
Allo scopo di evitare di chiamarle povere, le società tradizionali sono chiamate: preindustriali, sottosviluppate o in via di sviluppo, tutte parole che sottintendono che un giorno raggiungeranno il nostro club di fortunati (dove però i sintomi dell’angoscia, le depressioni e la criminalità aumentano inesorabilmente). Il linguaggio dell’architettura in terra
Oggi non abbiamo più uno stretto contatto con la terra. Il contadino di un tempo lo aveva grazie al suo lavoro, molte culture umane lo avevano attraverso le concezioni metafisiche; invece le abitazioni della civiltà industriale allontanano dalla terra.
Ma la terra è qualcosa di vivo, che si plasma per farsi dimora: l’argilla e la mano dell’uomo creano forme affettuose, la mano crea angoli smussati come vuole l’argilla.
Molte opere dimostrano come la terra possa nascere e rinascere in tempi e luoghi diversi, con una grande varietà di espressioni, forme e linguaggi, sempre intrecciata in modo indissolubile con la vita e la mano dell’uomo.
In alcuni esempi l’architettura in terra va oltre i limiti tecnici degli edifici creando un piacere che viene costantemente rigenerato, quando ogni anno, alla fine della stagione delle piogge, le forme vengono rivitalizzate e rimodellate, come una festa rituale in cui c’è una presa diretta con la materia poiché non sono necessari strumenti complessi né alcun sapere tecnologico o accademico ma basta il desiderio di partecipare, in armonia con la vitalità delle tradizioni collettive.
La creatività di ogni singolo artefice conferisce ai muri la loro ricchezza tattile e visiva, perché il materiale consente la sintesi dell’azione costruttiva e di quella artistica. La tradizione di costruire con il fango seccato al sole è più antica di ogni storia conosciuta, ma purtroppo il distacco dalla terra si sta diffondendo nelle masse di tutto il mondo sull’onda della tumultuosa espansione della civiltà industriale. Tuttavia c’è una speranza nell’animo, perché nel cuore stesso dell’Occidente l’abisso cartesiano ha iniziato a colmarsi con il lento avanzare del principio di indeterminazione. Lo spirito e la materia, drasticamente separati dal filosofo francese, ridiventeranno la stessa cosa. Non c’è un costruttore che manipola un materiale, ma solo la trasformazione di una sostanza vivente.
Lo spirito antitradizionalista del modernismo architettonico milita contro l’architettura in terra. Gli scheletri d’acciaio e la sottigliezza del vetro portano ad un contrasto con la massa di terra. L’anonimità del movimento moderno diviene un aspetto dell’alienazione. Per evitare questa impersonalità bisogna trovare nell’architettura tradizionale non povertà, ma calore.
La terra sta scomparendo soppiantata dalla mentalità dell’uomo moderno nato con l’idea della forza e della robustezza di un materiale senz’anima. Oggi ricordiamo solo alcune costruzioni del passato, spettacolari e storicamente importanti, realizzate in terra; ma rimangono sempre realizzate con un materiale “povero” e “primitivo”, ci sembra ovvio che debbano durare poco.
L’architettura in terra è stata finora trattata ed esposta con un’analisi superficiale oppure studiata come geografia culturale. Ma quando scopriamo che la terra e il fango possono dire di più di quello che si crede, la nostra meraviglia esalta il nostro piacere. La capacità di comunicare le immagini dei modi di abitare influenzano l’osservatore facendogli rivivere la sua sensibilità.
Tanti costruttori in tutto il mondo hanno avuto la capacità di dare alla terra una infinita varietà di forme e linguaggi per esprimere le specificità culturali del luogo.
Le architetture vengono così adattate, con infinite variazioni, alle condizioni ambientali, climatiche, sociali ed economiche. Scoprendo le molteplici soluzioni utilizzate nel costruire in terra, di fronte a tanta morbidezza e calore, dovrebbe essere difficile mantenere l’idea sbagliata e paternalistica di pensarle come “capanne primitive” o habitat rozzi e remoti.
Ci sono due aspetti del rapporto architettura-linguaggio che emergono: un linguaggio spaziale legato alla disposizione territoriale, alla dimensione, all’orientamento e all’uso degli edifici, e un linguaggio artistico che si esprime nelle decorazioni e nelle forme. C’è inoltre un linguaggio sovrannaturale legato a cicli astrali e cicli vitali, a credenze di culto e religiose, a rapporti antropomorfici tipici della concezione animista della materia.
Quando viene applicata una determinata decorazione scultorea o pittorea è perché si vuole dare alla costruzione un’ulteriore carica linguistica per fare apparire la sovrastruttura mitologica. Il linguaggio dell’architettura in terra è un linguaggio collettivo, anche quando viene lasciato spazio all’iniziativa individuale: non ha senso se non è compreso da tutti. Conclusioni
Se l’architettura internazionale invadesse completamente il mondo, cosa ci servirà fare il giro della Terra in pochi giorni, per ritrovare ovunque la stessa uniformità e la stessa noia?
Il cemento sta invadendo anche la fascia climatica per cui non è adatto. L’immissione di un materiale venuto da lontano ha provocato ancora una volta un bisogno che non c’era.
Nessun moralista ha mai posto il problema della responsabilità dell’Occidente in questa creazione di bisogni artificiali, che mascheriamo sotto il nome di “civiltà” o di “tenore di vita” e che ha l’unico scopo di far lavorare le nostre fabbriche.
Nessuno si è mai chiesto se non sia ridicolo pigiare i rappresentanti di altre culture in un condominio urbano per offrire loro un’esistenza più “razionale” o più “civile”.
La mentalità corrente dell’Occidente ignora che esistono migliaia di libri che trattano l’architettura in terra. Non si tratta quindi di elogiare una forma “arretrata” di costruzione ma di riscoprire e diffondere un patrimonio artistico e bibliografico già esistente in varie parti del mondo.
Non è una nuova scoperta che risolverà di colpo i problemi di alloggio di tanta parte dell’umanità, ma una riscoperta graduale di una tecnica e di un antico linguaggio artistico ed espressivo che non ha mai cessato completamente di manifestarsi in tante culture umane, soprattutto dove le condizioni climatiche erano più favorevoli.
Hundertwasser, il noto pittore viennese, disse che “ogni opera realizzata solo con linee rette nasce senza vita. Oggi siamo testimoni del trionfo della cultura razionalista, eppure ci troviamo davanti a un vuoto. Ed è un vuoto estetico, deserto di uniformità, criminale sterilità, perdita di potere creativo. La creatività stessa è prefabbricata…”.
Le case frutto del modernismo sono fatte di linee rette. Le dimore in terra non sono mai concepite con linee rette, ma seguono le curve che, essendo proprie della natura, sono anche presenti nel nostro inconscio profondo da tempi indefiniti, anteriori all’esistenza della nostra specie.

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