Enzo Mazzi, la chiesa è un’altra cosa

Stampa / Print

Pubblichiamo un’intervista a Enzo Mazzi, tra i promotori della comunità di base dell’Isolotto a Firenze, apparsa su il mensile Infomafirenze [inviato a gratuitamente a decento mila famiglie]. Un ragionamento pacato e originale a proposito del caso di Eluana e di altri temi legati all’esperienza di fede.
Don Mazzi, alcuni in questi giorni a proposito della storia di Eluana e di alri temi invocano il silen-zio. Intanto, si moltiplicano ragionamenti spesso illogici che condizionano la vita di milioni di per-sone. Forse più del silenzio sarebbe opportuno porsi tante domande.
«Amo e apprezzo gli interrogativi. Fin dal seminario, quando insieme ad altri, ad esempio don Lo-renzo Milani mio compagno di banco, cercavamo spiragli di speranza nel granitico blocco della teo-logia dogmatica e pastorale. Ambedue abbiamo trovato ostacoli a non finire, ma anche una grande libertà, grazie all’incontro con tante persone in ricerca, oltre tutti i dogmatismi, sia religiosi che lai-ci. È questa la comunità di base. Anche quella dell’Isolotto. Gente in ricerca tenendosi per mano».
Cominciamo allora da questo interrogativo: chi sceglie quando finisce la vita, Dio o l’Uomo?
«Nella domanda non le sembra che ci sia un allineamento alla certezza, data per scontata sia nel dogma che nel senso comune, che Dio e l’uomo sono realtà separate e quasi contrapposte? Alla fra-se «Dio o l’uomo», io preferisco «Dio e l’uomo», e meglio ancora «Dio e l’uomo e la donna». E implicita nella domanda vedo un’altra certezza: la separazione e contrapposizione fra la vita e la morte. Non sarebbe il caso di metterci un grosso interrogativo?».
Ma sì, uno più o in meno non fa differenza ormai. Quale insegnamento dobbiamo trarre dalla storia di Eluana?
«Che la morte fa parte della vita. Ecco il messaggio che ci ha offerto e continuerà a donarci Eluana. Beppino Englaro ha raccolto questa consapevolezza, quelle precise parole dalla figlia «nel pieno della giovinezza», e ha speso la vita per liberare queste parole dagli impedimenti culturali, contri-buendo a farle divenire senso comune, capaci di informare positivamente. C’è una sottovalutazione, forse un’incomprensione, del messaggio di Beppino Englaro. La vita è sacra in quanto parte di un tutto in divenire, che comprende finitezza e morte. La cultura sacrale, invece, separa la vita dalla sua finitezza. La vita viene sacralizzata come dimensione astratta, contrapposta alla dimensione al-trettanto astratta della morte. Il Vangelo è un grande messaggio di liberazione dalla cultura sacrale, dove sacro significa separato), che contrappone Dio all’uomo, la vita alla propria finitezza».
La finitezza fa parte della vita. Negare in atti pratici tale finitezza, prolungando una vita effettiva-mente finita attraverso quel famoso «sondino», non è come sfidare Dio, negando una decisione di-vina?
«Il sondino in sé è una cosa positiva: è una protesi. Ci sono pareri diversi se sia terapia medica o so-stegno vitale. Ma per me questo è secondario. Il sondino diventa sopruso etico, pratica violenta e accanimento terapeutico, se viene imposto dai medici o dalla legge. Nessuno può impormi con la forza di mangiare o di bere, col cucchiaio, con l’imbuto, tanto più col sondino. L’imposizione dell’alimentazione è una violenza inaudita, tanto più grave quando viene praticata a persone incapa-ci di difendersi. Il problema nasce quando non si è in grado di rifiutare l’alimentazione forzata. Beppino Englaro ha testimoniato e dimostrato come la figlia, prima dell’incidente, avesse chiara-mente manifestato la propria volontà di rifiutare l’alimentazione se si fosse trovata nella condizione di coma irreversibile o di vita vegetativa. Tutti i gradi della magistratura, che hanno indagato a fon-do, gli hanno creduto. Certo, possiamo dubitare, perché anche la magistratura non è mica infallibile. Quello che non è giusto è però trasformare il dubbio in fanatismo: continuare a imporre a Eluana l’alimentazione con la forza sarebbe stata una violenza».
Don Mazzi, sicuramente è colpa mia. Sicuramente sono un ingenuo. Ma sembra solo a me, o tutte queste vicende hanno un odore di mera strumentalizzazione politica?
«C’è la strumentalizzazione, certo. C’è però anche un’ancestrale paura della morte priva di positiva elaborazione».
Si parlava prima della finitezza della vita. Ma perché la morte fa così paura? Mi chiedo e le chiedo: perché la paura della Morte è così utile, e a chi?
«Siamo stati abituati fin da piccoli a considerare la morte come punizione per il peccato. Una specie di condanna a morte dell’umanità intera divenuta peccatrice, un’esecuzione capitale che solo Dio ha il diritto di eseguire. La mostruosità distruttiva della violenza nasce da lì, dalla mostruosità di quella «condanna a morte», dalla violenta espropriazione della nostra responsabilità».
La invito a riflettere insieme a me. Credo alle parole di Bagnasco: la Chiesa non interferisce con la vita politica italiana, ha detto. Poi leggo di telefonate «tra le due sponde del Tevere», di interventi, scomuniche e anatemi, di plausi al governo e dispiacere per il Quirinale. Sono ingenuo, sì. Ma…
«Il Vaticano è uno Stato in tutto e per tutto. Il papa è un monarca assoluto. In Italia, poi, è uno Stato nello Stato. La Chiesa è un’altra cosa. La Chiesa siamo tutti noi che scegliamo di esserlo. Ce l’ha insegnato il Concilio e prima ancora il Vangelo».
Politici, preti, papi, medici, attori, giornalisti, passanti: tutti, pur invocando il solito silenzio, hanno detto qualcosa su questa vicenda. Una vicenda al cui centro è stata messa Eluana. Secondo me, il vero protagonista, invece è Beppino Englaro. Io mi sono fatto una mia idea. Un po’ romantica, ma-gari tardo-risorgimentale. Per me Beppino Englaro è un vero eroe. Diciassette anni di battaglie. In confronto, Cadorna era un organizzatore di picnic, e Porta Pia fu una passeggiata di salute: oggi le cannonate vengono dall’altra parte della breccia. Qual è il suo pensiero verso il mio eroe, Beppino Englaro?
«Trovo una mirabile consonanza fra il messaggio del Vangelo, o di altre religioni come il buddismo, e il messaggio di Beppino Englaro, che testimonia l’impostazione di vita di sua figlia. Ma la consa-pevolezza di Eluana non è piovuta dal cielo. Nei tempi in cui lei era nel pieno della sua giovinezza, il tema della riappropriazione della morte come parte della vita stava diffondendosi sull’onda lunga dal vento del ‘68. Nell’archivio storico della Comunità dell’Isolotto, ho ritrovato un numero del No-tiziario (251 – giugno 1990) dal titolo ‘La morte fra tabù e riappropriazione: il tema della morte nel-la Bibbia e nel percorso comunitario di ricerca esistenziale’. Ci animava una sorprendente conso-nanza con i pensieri di una giovane Eluana: in quei tempi, aveva vent’anni. Col Notiziario, era ri-portata una poesia, scritta in occasione della morte di una cara amica, Pina, da un giovane della co-munità cristiana di base di Pettorano sul Gizio, a noi molto vicina. Tra l’altro, dice: «Vennero gli uomini dalla faccia rugata e dagli occhi insinceri. A regalare le scatole vuote con dentro l’estrema bugia: ‘Pina è morta’. Ci eravamo detti: ‘Quello che conta è non morire prima di morire. Non ven-deremo mai la vita per vivere’. Mai abbiamo dato retta. Mai abbiamo perso tempo a dare ascolto a-gli gnomi dagli occhi insinceri e la faccia mascherata da dottori, preti, maestri e senatori. Mai. En-trai ad ascoltarti ancora, nella stanza dove ti avevano rinchiusa durante l’agonia. ‘Non è questa la morte che mi fa paura, ma quella che mietono le mummie del potere’». È una dimostrazione che l’elaborazione della morte come parte della vita e non come punizione per il peccato stava lenta-mente penetrando negli ambienti più aperti della società, sia laici che religiosi».
Il suo giudizio su Beppino è piuttosto simile al mio, allora…
«La solidarietà verso di lui si esprime in forme di pietà umana per la sua sofferenza. La lucida consa-pevolezza di Eluana, testimoniata dal padre, portata con forza dentro la società, testimoniata e dife-sa anche a prezzo dell’accusa infamante di omicidio, legittimata dalla magistratura, obbliga l’etica tradizionale a interrogarsi. Ma, soprattutto, aiuta tutti noi, la società intera, nella nostra ricerca esi-stenziale, spirituale e religiosa. Ci sono voluti quattrocento anni perché un papa, Wojtyla, ricono-scesse che Galileo fu ‘sincero credente più perspicace dei suoi avversari teologi (cardinali e papi) in campo etico’. Eluana è tutti noi, è ogni donna e ogni uomo che cerca la liberazione. Si dovrà aspet-tare altrettanto perché sia riconosciuto il grande illuminato amore per la vita insito nella scelta di Eluana e di suo padre, e perché sia scoperta la miopia dei loro avversari?».
Eh no, don Mazzi, come dicono nei film polizieschi, qua le domande le faccio io. Anche se, le dico la verità: per me, se le cose vanno avanti o indietro di questo passo, non ci vorranno quattrocento anni ma almeno otto o novecento. A andare bene. Ringrazio don Mazzi, mi congedo dopo la ricca e fitta chiaccherata. Non so bene se ho risolto i miei dubbi. Avverto però una sensazione leggera, come se fossi un po’ più ricco di prima. Certo, non avrò la mappa che conduce a «riveder le stelle», forse. Tuttavia, tra le mani stringo un bel fiammifero. Continuando a fare e a farmi domande, magari riesco ad accenderlo. E nel buio, magari, riesco a trovare il sentiero. A uscire da ‘sta cavolo di selva. Con le mie gambe, con la mia testa, con le mie risposte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *