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Fonte: http://scienzamarcia.blogspot.com/2009/02/episteme3.html

Questo articolo è la continuazione di un discorso già iniziato in questi due articoli: primo e secondoPotrà sembrare banale se detto in questi termini, ma l’osservatore influisce in maniera profonda sull’osservazione, ed egli stesso è influenzato a sua volta dal contesto in cui opera, per cui è da rigettare l’idea di una scienza astratta e scollegata dalle questioni psicologiche, sociologiche, politiche e persino spirituali (quanto meno in senso lato). La scienza la fanno gli uomini e non delle bellissime quanto irreali categorie astratte, l’idea di scienza può essere bellissima se realizzata secondo modelli tanto astratti quanto irraggiungibili, ma purtroppo gli uomini sono ben lontani dall’essere perfetti.
A riprova di ciò ricordiamo come la storia della scienza mostri fin troppi casi di pregiudizi profondamente radicati e difficili da estirpare. Un tipico esempio (di cui spesso poco si parla) è pregiudizio degli etologi sull’assenza di reali sentimenti ed emozioni negli animali; un pregiudizio che ha condizionato qualsiasi ricerca nel settore. Pare infatti che sia una bestemmia per un etologo parlare di emozioni e sentimenti quando a mostrarli sono animali anziché uomini. Il nostro orgoglio antropocentrico vuole attribuire emozioni e sentimenti solo alla specie umana come per confermarne la superiorità, ed in tal modo i soliti “esperti del settore” evitano accuratamente di parlare di amore materno quando ci si riferisce ad un “essere inferiore”: una topolina che accudisce con amore i suoi piccoli viene descritta nel loro linguaggio con giri di parole come “un caratteristico esempio di cure parentali geneticamente ben organizzate” (a chi volesse approfondire la questione qui appena accennata suggerisco la lettura dei libri sul comportamento animale di J. M. Masson ed in particolare il libro scritto insieme a Susan McCarthy: Quando gli elefanti piangono, Ed. Baldini&Castoldi, 1997).
Ma bisogna ancora rimarcare che da nessuna parte in natura troviamo scritte le leggi che governano il nostro mondo, di modo che differenti ipotesi scientifiche (come d’altronde differenti ipotesi storiche) possono essere tutte ugualmente importanti e interessanti: ogni ipotesi può portare una piccola parte di verità, ognuna può illuminare un percorso da proseguire e mostrare qualche nesso importante. La biologia, la medicina, la genetica, lo studio dell’evoluzione, sono campi in cui tali asserzioni sono particolarmente evidenti, ma ciò non vuol dire che in altri campi queste osservazioni non siano comunque valide. Non è detto che ci sia un’unica risposta, e nemmeno che esista necessariamente una risposta migliore delle altre. Ci sono fin troppi problemi rispetto ai quali dare un’unica risposta o limitarsi a considerare una sola ipotesi, fosse pure quella che al momento è considerata la più attendibile (ossi quella che al momento sembra adattarsi meglio delle altre ai dati sperimentali), rischia seriamente di bloccare il progresso della conoscenza, come ha mostrato sapientemente T. Kuhn nel suo ottimo libro La struttura delle rivoluzioni scientifiche (Einaudi, Torino, 1969).
Per tanti versi si può dire che il mondo che ci circonda è come un disco piatto che noi cerchiamo di illuminare con dei fasci di luce paralleli alla sua superficie: in tal modo ogni ipotesi, ogni linea di ricerca è come un percorso di luce che mostra qualcosa ma lascia sempre in ombra qualcos’altro, e solo l’osservazione compiuta alla luce di differenti ipotesi, solo la ripetuta analisi compiuta da molti punti di vista può aiutare a fornire un quadro completo di ciò che noi vorremmo osservare e comprendere. Per quanto si magnifichi la scienza moderna non abbiamo ancora una teoria che descriva in maniera adeguata i fenomeni del mondo fisico, basti pensare al fatto che la teoria della meccanica quantistica è incompatibile con la teoria della relatività di Einstein, che per risolvere il contrasto tra la teoria della gravitazione di Einstein e le nostre osservazioni cosmologiche la scienza ha inventato una fittizia “materia oscura” (della cui eventuale esistenza esistono solo conferme molto indirette), che non esiste ancora una teoria definita che possa rendere conto delle interazioni tra materia e coscienza (per quanto la meccanica quantistica incorpori nella sua formulazione l’effetto dell’osservatore sul comportamento dell’infinitamente piccolo). Sicuramente abbiamo bisogno di nuove teorie, nuovi approcci, nuovi punti di vista dai quali guardare non solo la “realtà” che ci circonda.
E per finire bisogna riconoscere che non c’è nessuna ragione per la quale certi fenomeni del mondo naturale debbano essere necessariamente inquadrati in una teoria sintetica e unitaria: chi ha detto che esiste un principio unico e semplice alla base dell’evoluzione della vita sulla terra, della nascita e dell’estinzione delle varie forme di vita? Perché dovrebbe esistere un’interpretazione univoca e semplice del comportamento umano? Perché la spiegazione dei fenomeni nucleari deve essere per forza semplice unitaria e simmetrica? Chi può mai dimostrare che la sintesi, il processo del ricondurre ciò che conosciamo a modelli e strutture semplici, sia sempre qualcosa di utile che arricchisce la nostra conoscenza dei fenomeni? E se fosse invece (almeno in alcuni casi) una maniera per rendere più rozza la nostra comprensione del mondo fino a renderla così astratta da essere inutile?

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