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Fonte: http://www.gadlerner.it/2009/02/18/veltroni-lafrica-e-il-futuro-del-pd.html

Stamane Veltroni non ci ha spiegato le ragioni del suo insuccesso, peccato, ma ha confermato la scelta di distaccarsi da ogni incarico politico di responsabilità, ciò che gli fa onore. A tale proposito vi ripropongo l’articolo che gli dedicai, da oppositore leale, nel giugno 2007 su “Vanity Fair”, e che mi valse l’accusa di “cattiveria”. Walter nel frattempo si sarà accorto che i cattivi sono ben altri. Di seguito vi propongo un’intervista di Fabio Martini con Arturo Parisi comparsa su “La Stampa” di oggi perchè la reputo un’ottima introduzione all’assemblea costituente del Pd convocata per sabato prossimo, cui parteciperò.
So bene che Veltroni è una risorsa preziosa per il nascente Partito democratico, e proprio per questo voglio chiedergli nel giorno stesso in cui annuncia il suo nuovo impegno: caro Walter, perché non vai in Africa?
La domanda è tutt’altro che oziosa, e poco m’importa se chi la solleva viene tacciato d’ingenuità nell’ambiente disincantato della politica italiana. Al contrario sono sicuro che Walter risponderà, forse avrà già risposto quando mi leggerete, nella consapevolezza che è giusto frugare dentro alle ambizioni e ai comportamenti di chi si candida a un ruolo di protagonista. Perché un uomo già appagato desidera la leadership? Come motiva il cambiamento di programma rispetto agli impegni esistenziali già assunti in pubblico? Siamo sicuri che fare il leader di partito sia più importante, ma soprattutto più utile, che fare il volontario in Africa?
A costo di essere sgarbato, confesso ai lettori di “Vanity fair” che questi interrogativi a Veltroni avrei inteso rivolgerli da una tribuna più adatta: il mensile dei missionari comboniani “Nigrizia”, cui collaboro da molti anni. Walter lo sa, gliel’ho voluto dire prima di persona perché abbiamo una solida confidenza e questo non vuole essere un dispetto. Ma nel frattempo la candidatura a segretario del Pd e a successore di Prodi gli è precipitata letteralmente addosso, con i meccanismi ambigui della chiamata dall’alto e del plebiscito mediatico. Lui non ha potuto sottrarsi. E dunque pure io gli invio la mia domanda tramite “Vanity fair”, giornale su cui scriviamo entrambi.
Ripeto: caro Walter, perché non vai in Africa?
Sono passati cinque anni da quando Veltroni, riflettendo sulla sua esperienza di sindaco di Roma, svolgeva in pubblico un ragionamento saggio, che ne ha indubbiamente accresciuto la credibilità. “Una cosa ho chiara nella mente: che alla fine del mio mandato non voglio nessun altro incarico. Fare il sindaco lo considero il mio ultimo lavoro in politica. Potrei arrivare al 2011, anno in cui avrò 56 anni. Spero a quel punto di poter andare a fare un’esperienza lunga in Africa dove ho lasciato un pezzo di me”. Da coetaneo, avevo apprezzato sia la lucidità con cui rifletteva sul proprio intensissimo, fortunato percorso di vita; sia l’approccio prudente e responsabile alla svolta esistenziale che meditava: “Andare in Africa con mia moglie e lavorare laggiù, per qualche ong, se le condizioni della mia famiglia saranno tranquille e se ne avrò la forza”.
All’estero è normale che un politico decida di ritirarsi, dedicandosi ad altre attività, dopo il giro di boa dei cinquant’anni. In questi giorni lo ha fatto Tony Blair. Ma sono rari i leader di primo piano capaci di scelte radicali, non remunerative. In Italia mi viene in mente solo Giuseppe Dossetti.
Bravo Walter, avevo pensato. Fai una scelta coraggiosa e esemplare. Riempi di significato la tua attuale missione politica. La nobiliti riconoscendone i limiti e ricordando ai giovani che l’impegno per gli altri si può manifestare in tanti modi, non solo nella politica. Il volontariato è un’attività per lo meno altrettanto importante. E’ probabile che l’indicazione di Veltroni abbia influenzato di recente pure la scelta di Mariella Gramaglia, già assessore alla Semplificazione e alle Pari Opportunità nella sua giunta capitolina, che ha lasciato l’incarico per andare a lavorare in India con le donne del Gujarat.
Lasciamo pure che qualche idiota consideri un siluro il mio richiamo ai propositi diversi di Veltroni. Lo scopo principale che personalmente attribuisco al Partito democratico è proprio quello di guarire una politica malata, rifondando le regole e il significato della militanza pubblica. Stabilendo un limite ai mandati, favorendo il ricambio, proponendo le necessarie incompatibilità. Oggi in Italia la riforma della politica è più necessaria e più urgente della gara per la leadership.
Per questo considero importante che Walter Veltroni ci spieghi cos’è cambiato per lui quando la candidatura a leader del Pd gli è precipitata addosso, modificando i progetti di vita annunciati. L’INTERVISTA DI ARTURO PARISI A “LA STAMPA” Professore, Veltroni si è dimesso. Come giudica le sue dimissioni?
Non facendo parte del cosiddetto coordinamento non so perché le abbia presentate, né perché gli siano state respinte. Quello che só é che sono tardive e comunque fuori tempo. Quando le propose ad aprile fui l’unico a condividerle. Condivisi in particolare l’idea di chiudere il percorso il 14 ottobre in occasione del primo anniversario delle primarie. Sarebbe stato meglio. Molto meglio.
Congresso subito?
A suo tempo condivisi l’idea di un congresso, perché fu proposto il Congresso. Resto tuttavia dell’idea che prima delle vie straordinarie si debbano adire quelle ordinarie. Per questo andiamo chiedendo fino alla nostra noia il rispetto della democrazia, con la convocazione del parlamento del Pd, l’Assemblea eletta dalle primarie, la stesso che Veltroni ha di fatto sciolto preferendo rimettersi ai caminetti e agli organi nominati dalle correnti, salvo poi lamentarsi di esse. Vuoi vedere che prima o poi se ne ricordano? Veltroni dice che lei è un destrutturatore: al congresso lei chi vedrebbe bene come leader? E su quale linea?
Destrutturare é un termine corretto, l’esatto opposto di distruggere: quello che é stato fatto in questi mesi. Nel 2000, quando Veltroni era segretario dei Ds e io dei Democratici fu proprio questa la mia proposta. Perché non pensiamo di sciogliere almeno in un futuro i nostri partiti in uno nuovo, dissi. Il Partito democratico, appunto, nel solco dell’Ulivo. Fui considerato un provocatore. Ricordo ancora il suo no, e quello corale del Congresso di Torino. Lo ricordo per dare un senso al sí di oggi, e alla nostra fatica. La Sardegna è una realtà a sé, ma la nettezza della sconfitta di una personalità forte come Soru e il crollo del Pd fanno capire che questo partito oramai, non solo non “tira” ma sta diventando una palla al piede? La Sardegna è una realtà a sé, ma la nettezza della sconfitta di una personalità forte come Soru e il crollo del Pd fanno capire che questo partito oramai, non solo non “tira” ma sta diventando una palla al piede?
Se il motore della vittoria di Berlusconi viene in buona parte da fuori, é in Sardegna che affondano le radici della sconfitta di Soru. La colpa attribuibile al segretario nazionale é quella di non aver lavorato tempestivamente e sufficientemente per l’unitá del Partito, di aver sommato la linea di solitudine del partito, alla propensione alla solitudine di Soru. “Meglio Soru” é uno slogan che andava bene in italiano. Letto dai sardi come “meglio solo” descrive lo sfondo e in parte la causa della nostra sconfitta. Un partito che va in piazza contro Berlusconi anti-costituzionale e poi ci fa un accordo per le Europee; che ha un linea laica su Eluana e poi oscura il senatore Marino; che paragona l’attuale Cavaliere a quello del ventennio e poi si prepara a farci un accordo in Rai, è un partito che vuole tenere tutto e il contrario di tutto? Non scegliere mai, questo è il problema?
Piú che la mancata scelta e il conseguente “ma-anche”, il problema é il perché della non scelta. Quando un partito si costituisce come somma di apparati, assumendo come premessa la continuitá di una storia e di un gruppo dirigente, ogni scelta rischia di essere o di apparire come l’imposizione di una componente sull’altra e quindi mettere a rischio la sopravvivenza del partito. Solo un partito nuovo, fatto di persone che decidono ex-novo secondo la regola della democrazia, puó superare il maanchismo. Ecco perché tutte le decisioni critiche vengono sottratte alla decisione democratica. Per come abbiamo costruito il partito al massimo possiamo prevedere una posizione prevalente, “ma anche” tollerare una posizione minoritaria. Di questo passo, senza correzioni di rotta, potrebbe diventare possibile l’”impossibile”, perdere in una volta sola Firenze e Bologna?
Di questo passo tutto diventa possibile, ma perché in una democrazia aperta e competitiva nulla é scontato e tutto va riconquistato, grazie al rinnovamento delle idee, non alla difesa delle tradizioni. Ma questa é la nostra idea di democrazia, non quella degli apparati che vivono di rendita. Se ci crediamo imparemo a competere e vedrá che torneremo a vincere, a cominciare da Bologna e Firenze. Bersani contro Veltroni, a Bologna e Firenze senza candidati sindaci ex ds: si avvera una delle sue missioni, diluire il Partito, mescolare tutto in una nuova identità? E se saltasse tutto in aria?
Se si voleva conservare il passato bastava fare una federazione. Se abbiamo fatto un partito é appunto per dar vita ad una storia nuova, per costruire una casa pensata per figli che non sono ancora nati, o per cittadini che non sono ancora arrivati. In questa casa ci si incontra come persone accomunate da un progetto futuro, non come ex di qualche passato. Il percorso che ci attende non é certo una passeggiata. Quello che non possiamo permetterci é tuttavia dire una cosa e farne un’altra. Da qualche giorno Veltroni e i suoi avevano riscoperto Prodi, Parisi e l’Ulivo: un “asso” in chiave congressuale, oppure hanno capito che azzerare tutto il passato è un anelito futurista senza futuro?
Forse si son resi conto degli errori fatti. La missione che chiamava il Partito a farsi promotore della unitá di tutto il centrosinistra ha mostrato di non avere alternative. Una volta invertita la marcia con la “separazione consensuale” tra Veltroni e Bertinotti, si é innescata una reazione a catena, nella quale le separazioni producono altre separazioni sempre meno consensuali. Forse la storia del Pd puó sembrare troppo recente, ma, se si mettono tra parentesi questi quindici anni che ci é stato chiesto di dimenticare non ci restano che le antiche ideologie dell’800. Riprendere il cammino ulivista significa tornare verso il futuro. Tutti i politici scansano l’autocritica, anche voi ulivisti che non avete mai riflettuto sui vostri limiti del governo dell’Unione: ma tra i mali del Pd c’è anche la rimozione della sconfitta nazionale e di Roma?
Di errori ne fanno tutti. Anche gli ulivisti ne hanno fatti molti. L’unico modo per imparare da essi é tuttavia poterne discutere assieme. Ma qua sono passati dieci mesi e ancora non siamo riusciti a discutere di una sconfitta che giá ne arriva un’altra. Chi ha perso a Roma, dopo un trentennio quasi ininterrotto di potere progressista, è salito sul banco della pubblica accusa: segno dei tempi o condivide qualche critica di Rutelli?
Eravamo scesi in campo con tre parole d’ordine: la discontuinitá con i quindici anni precedenti, la necessitá di cambiare il manico, la scelta di andare da soli. Solo che erano parole d’ordine che valevano di mattina per le elezioni nazionali. Quando la sera si passava alla campagna locale a Roma dicevamo esattamente l’opposto. Gli elettori se ne devono essere accorti. E’ giunta l’ora per una intera generazione di lasciare il campo?
Quello che é sicuro é che la responsabilitá di ció che successo é dell’intero gruppo dirigente. Che poi il gruppo possa essere definito dalla etá é un’altra cosa. In politica le generazioni che contano sono le generazioni politiche.
Fabio Martini

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