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Fonte: http://www.visionpost.it/epolis/stefano-rodota-una-costituzione-del-web.htm

Incontro con il giurista italiano impegnato in un ambizioso progetto: dare a internet una «Carta dei principi della rete» che valga a livello globale.

«Lo vediamo anche con la crisi finanziaria di questi giorni: in una dimensione in cui non c’è un regolatore o la consapevolezza della necessità di regole comuni si rischiano disastri». Lo dice a bassa voce, consapevole del pericolo di fare di «tutta un’erba un fascio». Ma il punto, secondo Stefano Rodotà, è sempre lo stesso: il diritto e quindi il controllo democratico non possono essere elusi. Sia che si tratti di mercati finanziari che di internet. Non a caso, da qualche anno il giurista italiano, da sempre attento alle ripercussioni sociali delle nuove tecnologie, è impegnato in un ambizioso progetto: dare una costituzione a internet. O meglio una Carta dei principi della rete ratificata dall’Onu che valga a livello globale e sottragga il web all’arbitrio di stati e colossi commerciali.

Un progetto complesso e articolato, quello di un Internet Bill of Rights, che non si scontra solo con i poteri forti del web ma anche con la cultura libertaria che da sempre caratterizza internet e molti dei suoi abitanti diffidenti verso ogni intervento legislativo. Di questa iniziativa si parlerà dal 22 al 24 ottobre prossimo a Cagliari durante la prima edizione dell’Internet governance forum Italia (vedi lo Zoom di VisionPost), tappa tricolore di un percorso internazionale che dal 2006 esplora in modalità aperta e condivisa soluzioni ai problemi della più grande piattaforma di comunicazione che sia mai stata creata. «Queste articolazioni nazionali dell’Igf – spiega Rodotà che parteciperà all’evento – nascono per dare continuità a un lavoro patrocinato dall’Onu che si svolge una volta all’anno (vedi cronologia sopra, ndr)».

Professore, in Sardegna un’intera giornata sarà dedicata alla discussione sull’Internet Bill of Rights. Come procede il percorso verso la Carta dei diritti della rete?

Secondo me, tra Rio de Janeiro (che si è svolto nel novembre 2007, ndr) e Hyderabad in India (che si terrà nel dicembre di quest’anno, ndr) qualche cosa è avvenuto. Ad Atene, durante l’Igf 2006, c’era ancora una resistenza verso qualsiasi tipo di intervento “politico” sulla rete. Ora mi pare che questo atteggiamento, che pure ha ragioni storiche profonde e non infondate, stia lentamente scivolando sullo sfondo.

Quali le ragioni di questo nuovo clima?

Innanzitutto per tutto quello che sta succedendo in rete. Il bisogno di avere alcuni diritti fondamentali garantiti è diventato evidente, come dimostrano le polemiche sui controlli che gli stati esercitano sempre di più sul web. In secondo luogo perché, a partire dall’Igf di Atene, si è sviluppato un movimento che si è espresso nelle dynamic coalition (gruppi di lavoro online aperti ai contributi di qualsiasi navigatore sui temi specifici che accompagnano il cammino dell’Igf, ndr). Questo movimento ha dimostrato che sul web si può lavorare su questi argomenti attraverso la partecipazione diffusa. Il timore di decisioni calate dall’alto c’è sempre, ma anche gli scettici stanno capendo che si può lavorare in maniera diversa.

Eppure in tanti restano dubbiosi. Si chiedono: non bastano le leggi dei singoli stati o i codici di autodisciplina delle aziende o quella capacità di autogoverno di cui la rete finora ha dato prova?

Le leggi degli stati si scontrano con il problema dei confini nazionali, mentre i codici di autodisciplina rischiano di lasciare il potere di regolazione solo ai privati che, anche quando si muovono con onestà, non entrano mai in conflitto con i propri interessi. Per questo ci vuole una Carta. Ci sono questioni che non possiamo lasciare solo al potere delle imprese. Lo vediamo anche con la crisi finanziaria di questi giorni. In certi casi, poi, come quello della Cina sono proprio le grandi imprese della rete che sembrano avvertire il bisogno di regole internazionali che consentano loro di prendere delle decisioni che, se lasciate solo alla logica del business, non prenderebbero.

Quali temi dovrebbero trovare spazio in un’ipotetica Internet Bill of Rights?

La protezione dei dati personali, per esempio, che è sempre stata un problema significativo ma che, dopo l’11 settembre, è diventata una questione di libertà. Il tema dell’accesso alla conoscenza che è tanto più cruciale quanto più crescono gli interessi economici sulla conoscenza e che si esprimono sotto forma di proprietà intellettuale, copyright, brevetti. Inoltre c’è il tema della libertà di manifestazione del pensiero e dell’anonimato. L’obiettivo più immediato non è tanto mettere in giro una bozza di Carta ma una prima tavola dei temi ineludibili su cui lavorare. Le dynamic coaltion, per esempio, stanno già facendo una prima selezione prendendo spunti sia dalle legislazioni nazionali e sovranazionali che dai codici dei privati. Vogliamo utilizzare tutti i contribuiti provenienti da tutte le parti possibili.

Di cosa c’è bisogno perché il progetto di una Carta dei diritti possa fare un salto di qualità?

Bisogna innescare un corto circuito politico. Che può esserci solo se queste attività troveranno sponde politiche adeguate e intelligenti. Stiamo conducendo una “battaglia” perché accanto ai 5 grandi temi di discussione dell’Igf (vedi box sotto ndr) si aggiunga ufficialmente la questione della Carta dei diritti della rete. Ma ci sono resistenze, soprattutto da parte di alcuni stati perché vedrebbero un simile documento come un’ingerenza. In questo senso è stata molto importante, a Rio de Janeiro, la dichiarazione congiunta di Italia e Brasile. Bisogna allargare questo fronte. Tra Cagliari e l’India bisogna cercare di creare un tessuto politico, magari attraverso qualcuno che nelle Nazioni unite dia un riconoscimento al movimento per una Internet Bill of Rights

Che ruolo può giocare l’Europa?

Molto importante perché permette di lavorare a un livello sovranazionale. Ci sono dei buoni segnali in questo senso. La Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento europeo sta lavorando a un documento sul Bill of rights per la rete che sarà reso pubblico prima dell’incontro indiano. Questa potrebbe essere un’importante sponda politica da giocare anche a livello planetario davanti alle Nazioni unite. Anche il Consiglio d’Europa si sta muovendo: il 20 e il 21 ottobre a Strasburgo si terrà un convengo sul tema.

C’è chi critica processi come l’Igf come troppo macchinosi e poco rispondenti alle dinamiche della rete. Cosa risponde a questi rilievi?

La mia risposta è che sono gli eventi stessi che ci portano in questa direzione. Nel momento in cui il social networking si impone come nuovo modo di gestione delle relazioni in rete per cui milioni di persone inseriscono volontariamente dati personali online, dobbiamo o no affrontare con nuovi strumenti il tema dell’identità online? Nel momento in cui la rete serve come strumento di raccolta di informazioni per il controllo degli individui, ne dobbiamo discutere o meno? I fatti sono lì e senza una discussione pubblica adeguata rischiamo di subire il corso degli eventi. Non c’è ragione per pensare che, nel caso di internet, per qualche miracolo, le cose dovrebbero essere semplici e risolversi da sole.

Quale è il risultato immediato che auspica esca dall’incontro di Cagliari?

Cercheremo di mettere a punto una sorta di “Manifesto di Cagliari” sottoscritto da stati e governi per portarlo in India a sostegno del Bill of rights.

(Articolo pubblicato su Alias, supplemento del manifesto, il 18/10/2008)

FACE2FACE Giovedì 23 ottobre 2008 – 12:11 (103 giorni fa)

Raffaele Mastrolonardo

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