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Nel pornografico rincorrersi di dichiarazioni politiche sul caso di Eluana Englaro una colpisce più di altre. Quella rilasciata a Cagliari, il 7 febbraio, da Silvio Berlusconi. «A me sembra», ha detto il premier, «che qui non ci sia altro che la volontà di togliersi di mezzo una scomodità». E quando i giornalisti gli hanno ricordato che il padre di Eluana era in attesa da anni di poter «liberare» la figlia, lui ha aggiunto: «Inizialmente pensavo che questa ragazza fosse assistita a casa, ma in realtà è assistita senza aggravio di spese per il padre».
Si tratta di brutte parole. E non tanto per il loro significato letterale che può essere condiviso o meno. Ma perché a pronunciarle, come hanno fatto notare alcuni frequentatori di questo blog, è stato un uomo che il dramma della vita e della morte lo ha dovuto affrontare in prima persona. Proprio Veronica Lario, l’8 aprile del 2005, per spiegare perché sarebbe andata a votare al referendum sulla procreazione assistita, ha raccontato al Corriere della Sera cosa accadde quando nei primi anni ’80 rimase incinta del primo figlio (mai nato) di secondo letto del Cavaliere: «Ho avuto un aborto terapeutico. Al quinto mese di gravidanza ho saputo che il bambino che aspettavo era malformato e per i due mesi successivi ho cercato di capire, con l’aiuto dei medici, che cosa potevo fare, che cosa era più giusto fare. Al settimo mese di gravidanza sono dolorosamente arrivata alla conclusione di dover abortire. È stato un parto prematuro e una ferita che non si è ancora rimarginata».
La questione è eticamente troppo delicata per trarre delle conclusioni. Una riflessione però s’impone. Non tanto sul presidente del Consiglio, ma sul mondo della politica e su quello dei media. Pensate davvero che in Usa o in Inghilterra i giornalisti o gli avversari politici avrebbero lasciato cadere il tutto senza fare domande? Io, no.

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