Stampa / Print

Si discute molto in questi giorni della nazionalizzazione delle banche, con un dibattito tra quanti sono favorevoli e quanti invece sono strenui oppositori. Ma qual’è veramente il problema?Apparentemente il dibattito è sul ruolo dello Stato nella finanza, e certamente in linea di principio e soprattutto in “condizioni normali” è un tema su cui si fronteggiano esigenze opposte. In questo contesto però, il problema vero è probabilmente un altro, e cioè cosa accadrà agli azionisti e agli obbligazionisti delle banche eventualmente nazionalizzate.La preoccupazione dei mercati, oltre ad una chiara “lotta per il potere”, è piuttosto riguardo gli obbligazionisti (oltre agli azionisti che subiscono la svalutazione delle azioni) possano trovarsi di fronte alla “richiesta” di partecipare al salvataggio, cioè di vedersi tagliati interessi o addirittura trovarsi il capitale rimborsato solo parzialmente, qualora l’ingresso statale scoraggi la partecipazione privata (e quindi impedisca la raccolta di nuovi capitali), come alcuni analisti sostengono. Infatti questa è una delle argomentazioni principali: sarebbe scoraggiato l’ingresso di nuovi azionisti, che si troverebbero in una posizione di debolezza nei confronti dell’azionista-stato.Una sorta di fallimento di fatto, quindi. La questione non è puramente accademica, dato che il finanziamento di banche come Citigroup “spannometricamente” raccolgano la metà dei finanziamenti sotto forma di obbligazioni. L’altra grossa parte sono i depositi dei correntisti, e scegliere di proteggere “a tutti costi” gli obbligazionisti potrebbe mettere a rischio questa seconda categoria, qualora la scarsezza di risorse dovesse costringere a scegliere.Non proteggere gli obbligazionisti però avrebbe conseguenze “sistemiche”, dato che secondo alcuni dati le emissioni dei soggetti finanziari costituiscono oltre il 60% dei bond emessi (tra quelli con scadenza fino a 5 anni), e sono molto diffusi nei portafogli di investimento di fondi pensione e assicurazioni.La nazionalizzazione, di per sé è a mio parere un falso problema: se lo Stato partecipa al capitale di rischio, è ragionevole che abbia “diritto di voto”, cosa che fino adesso non è avvenuta, cosa che aveva suscitato diverse critiche. Senza contare che, come sottolineano alcuni commentatori, è già in corso una nazionalizzazione de facto, dato che lo Stato ha comunque regolato i compensi dei manager, dividendi da distribuire, spese da sostenere, e via così. “Nazionalizzare” vorrebbe in pratica dire formalizzarare quello che è già in corso. Il punto, semmai, è quanto a lungo questa “nazionalizzazione” debba durare, evitando una presenza più lunga del necessario.

About the author

Related Post

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e viene aggiornato senza alcuna periodicità, esclusivamente sulla base della disponibilità di materiale sugli argomenti trattati. Pertanto, non può considerarsi prodotto editoriale sottoposto alla disciplina di cui all'art. 1, comma III della Legge n. 62 del 7.03.2001 e leggi successive.